Glicemia: come e perché tenerla sotto controllo?

Siamo abituati a controllare la nostra pressione sanguigna, tenere d’occhio il colesterolo e i trigliceridi, ma raramente ci preoccupiamo dei valori di glicemia. Crediamo che sia un parametro di cui si debbano preoccupare solo i soggetti diabetici. Non è così. Capiamo insieme cosa è la glicemia, perché è bene monitorarla e quali sono i suoi valori di riferimento.

Cos’è la glicemia?

La glicemia è la concentrazione di glucosio nel sangue. Ebbene sì, tra i costituenti del sangue non ci sono solo globuli bianchi, globuli rossi e piastrine, ma anche zuccheri e molto altro ancora. Se ci pensiamo non è poi così assurdo. Tutto ciò che mangiamo arriva all’intestino e, una volta “scomposto”, viene assorbito passando dall’intestino al sangue. Attenzione quindi, perché la composizione del nostro sangue dipende da ciò che mangiamo e beviamo più di quanto immaginiamo.

Quali sono i suoi valori di riferimento?

La glicemia non è stabile, i suoi valori cambiano continuamente durante la giornata. È bassa al mattino, perché siamo digiuni dalla sera precedente (a meno che non si facciano spuntini notturni), si alza dopo ogni pasto fino a raggiungere un valore massimo (il picco glicemico), e torna a valori bassi entro 2 ore. In condizioni di salute la glicemia a digiuno (quando non si assume cibo da 8 ore) deve essere tra 60 e 99 mg/dl, e inferiore a 140 mg/dl 2 ore dopo i pasti.

Cosa succede se è troppo bassa?

Se la concentrazione di glucosio è troppo bassa si parla di ipoglicemia. Può presentarsi nei soggetti sani qualora non si assuma cibo da troppe ore ma è una condizione piuttosto rara, l’ipoglicemia diventa un problema concreto soprattutto con l’utilizzo di farmaci antidiabetici. Può succedere, infatti, che un soggetto diabetico, pur assumendo regolarmente la corretta dose di farmaco, si trovi in condizioni di ipoglicemia per aver mangiato un po’ meno del solito, per aver svolto un’attività fisica più intensa, o, in generale, per aver variato, anche di poco, qualcuno dei fattori che influenzano la glicemia. Questa si manifesta con tremore, palpitazioni, sudore e pallore.

…e se è troppo alta?

In questo caso si parla di iperglicemia. Occasionalmente può succedere a tutti, magari perché si è fatto un pasto troppo abbondante e troppo ricco di carboidrati. In questo caso, se il soggetto è sano, la glicemia tenderà a tornare a livelli normali in breve tempo.  In altri casi, però, l’iperglicemia può essere dovuta al diabete, sia esso di tipo 1, di tipo 2, o gestazionale. I campanelli di allarme possono essere bocca secca, frequente sensazione di sete, necessità continua di urinare, stanchezza e dimagrimento involontario. Trattare l’iperglicemia è fondamentale. A lungo andare, infatti, può provocare danni a organi come occhi, reni e cervello. L’iperglicemia, inoltre, può portare a chetoacidosi (utilizzo di acidi grassi, anziché di zuccheri, per produrre energia) che può evolvere fino al coma diabetico.

Cosa fare se si riscontrano alterati valori di glicemia?

La prima cosa che dobbiamo fare se vogliamo intervenire prontamente in caso di alterati valori glicemici è conoscerli. Per farlo dobbiamo misurare la glicemia attraverso l’utilizzo di un glucometro (…Vuoi saperne di più? Clicca qui!). La misurazione della glicemia, infatti, non deve essere un’abitudine esclusiva del diabetico, ma è importante per tutti, anche per i soggetti sani. In questo modo potremmo accorgerci di eventuali valori anomali di glicemia e intervenire in tempo. Un’altra abitudine che può aiutarci a tenere sotto controllo i valori glicemici è fare attività fisica. Quando si fa sport, infatti, le nostre cellule richiamano glucosio per produrre energia sottraendolo al sangue. In questo modo i valori di glicemia si abbassano. Questo effetto sulla glicemia può durare fino a 24-48 ore perché l’esercizio fisico aumenta la massa muscolare e quindi il glucosio viene richiamato dalle cellule anche durante il riposo.

Attraverso queste accortezze potremmo prevenire il diabete?

Dipende. Prevenire il diabete di tipo 1 non è possibile (è una malattia autoimmune che dipende prevalentemente da fattori genetici), ma verso quello di tipo 2 possiamo fare la nostra parte. Seguire un’alimentazione sana ed equilibrata, svolgere costantemente attività fisica e controllare il proprio peso (Per maggiori informazioni sul diabete di tipo 2, clicca qui!), rappresentano 3 regole non facili da seguire in una quotidianità piena di impegni e frenesia, ma che possono veramente fare la differenza.

I corretti stili di vita possono salvarci da gravi patologie e dalle loro conseguenze.

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"Se la glicemia a digiuno è alta come posso ridurla?"

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Frutta secca e disidratata: le protagoniste delle feste

Durante l’autunno e per tutto l’inverno non manca mai sulla nostra tavola. Amatissima sotto le feste Natalizie e a Capodanno, arricchisce piatti speciali o viene consumata per concludere il pasto, insieme a mandarini, pandori, panettoni e così via. Di cosa stiamo parlando?

Della frutta secca, direte. Oppure di quella disidratata?

Quando la frutta è “secca”

Tutti noi conosciamo la frutta secca. Tuttavia spesso utilizziamo questo termine in modo scorretto, sia per definire alimenti come le noci, le nocciole, le mandorle e simili (la frutta secca vera e propria), sia per intendere datteri, albicocche, prugne e fichi secchi (la frutta disidratata).

In realtà parliamo di due classi di alimenti estremamente differenti tra di loro, appunto:

  • Frutta secca, detta anche “a guscio” o “oleaginosa”, che è caratterizzata da un elevato contenuto di grassi;
  • Frutta disidratata, o essiccata, che è ottenuta a partire da frutta con polpa e presenta zuccheri in notevoli quantità.

Abbiamo quindi individuato una prima differenza tra la frutta secca e quella disidratata: la loro composizione, più grassa per la prima, principalmente zuccherina per la seconda.

La frutta secca

Come anticipato, con “frutta secca” si intendono tutti i frutti contenuti in un guscio, come:

  • Noci, nocciole, mandorle, castagne, pistacchi, ecc.
  • Alcuni semi, es. i pinoli
  • Alcuni legumi, es. le arachidi

Sono frutti “oleaginosi”, perché contengono grassi in grandi quantità ma per lo più “buoni”, come acidi grassi polinsaturi ed insaturi della famiglia degli Omega-3 e Omega-6, oltre a discrete quantità di fitosteroli; non contengono invece colesterolo.

Presentano inoltre un elevato tenore di proteine di buona qualità biologica, in cui risulta particolarmente espressa la L-arginina, aminoacido fondamentale per assicurare un’efficiente funzione dell’endotelio vascolare.

Nella frutta secca abbondano anche le fibre, oltre a vitamine e minerali. Tra le vitamine, quelle del gruppo B, in particolare i folati, e la vitamina E sono le più degne di nota, mentre tra i minerali Calcio, Magnesio e Potassio sono presenti in abbondanza.

La frutta secca, inoltre, contiene tutta una serie di molecole dalle importanti proprietà antiossidanti, come carotenoidi e flavonoidi.

Proprio per questa sua unica composizione, la frutta secca vanta tutta una serie di proprietà approfondite dalla letteratura scientifica:

  • Può risultare utile nella prevenzione delle patologie degenerative e cardiovascolari, grazie alla presenza di Omega 3, vitamina E ed antiossidanti che proteggono i vasi dallo stress ossidativo e riducono le concentrazioni ematiche di colesterolo.
  • Può essere di aiuto nella gestione del peso corporeo, grazie alle fibre che facilitano la comparsa della sensazione di sazietà.
  • Coadiuva la funzionalità intestinale, sempre grazie alla presenza delle fibre.

La frutta disidratata

Per “frutta disidratata” intendiamo frutta polposa sottoposta a processi di disidratazione: può essere ottenuta per essiccazione diretta al sole, o sfruttando trattamenti in forni ed essiccatoi.

Questo tipo di lavorazione provoca l’allontanamento dell’acqua naturalmente presente nella frutta e la conseguente concentrazione delle fibre e degli zuccheri, come il fruttosio.

Proprio qui si evidenzia la seconda e sostanziale differenza tra frutta secca e disidratata: mentre la prima si trova tale e quale in natura, la seconda si ottiene a seguito di processi di lavorazione messi in atto dall’uomo.

Proprio perché ottenuti per disidratazione, uva sultanina, datteri, fichi secchi, prugne secche, mele e albicocche disidratate e così via presentano elevate concentrazioni di zuccheri. Contengono inoltre generose quantità di fibre, oltre che di vitamine e sali minerali.

In alcuni casi, la frutta disidratata può essere inoltre addizionata con zuccheri ed additivi che ne modificano le proprietà organolettiche, rendendola più appetibile.

Un po’ di frutta secca al giorno…

A questo punto, possiamo quindi introdurre la terza e fondamentale differenza tra frutta secca e frutta disidratata: il diverso effetto sulla nostra glicemia.

La glicemia è la concentrazione di glucosio presente nel nostro sangue. Quando mangiamo, essa è influenzata dall’assunzione dei diversi alimenti che costituiscono il pasto e, soprattutto, dalla loro composizione.

Mangiando la frutta disidratata, che apporta elevate quantità di zuccheri, la nostra glicemia registra dei picchi molto elevati. Questo non si verifica invece quando mangiamo la frutta secca, ricca di grassi e fibre.

Quest’ultima ha infatti un indice glicemico inferiore rispetto alla frutta disidratata: provoca cioè un aumento più lento della glicemia nel sangue. Possiamo quindi mangiarla sempre, ogni volta che vogliamo?

Se è vero che la frutta secca non è responsabile di picchi glicemici elevati, che a loro volta innescherebbero una eccessiva risposta insulinica, alla base dell’accumulo di grasso e dell’aumento del peso corporeo, è tuttavia importante ricordare che l’elevato contenuto di acidi grassi rende questa frutta particolarmente energetica. Un suo consumo eccessivo, nell’ambito di abitudini alimentari scorrette, potrebbe persino portare all’aumento di peso.

Ad esempio, durante tutto il periodo Natalizio la frutta secca non manca mai sulla nostra tavola e la consumiamo a fine pasto: questa può risultare un’abitudine scorretta! La frutta secca può infatti rallentare la digestione, se consumata dopo un pasto, a causa del suo elevato contenuto di grassi. Fornisce inoltre un supporto energetico in eccesso, di cui l’organismo non ha bisogno soprattutto dopo un bel pranzo di Natale o dopo il cenone di Capodanno! I nutrienti in eccesso si possono accumulare come grasso nell’organismo, promuovendo l’incremento del peso corporeo.

Come ci regoliamo allora?

… Toglie il medico di torno?

Nonostante quanto detto in precedenza, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) include la frutta secca nella lista dei cibi consigliati per un’alimentazione sana, in virtù della sua preziosa formulazione.

Sono infatti sufficienti alcune piccole accortezze per godere al massimo di tutte le sue benefiche proprietà:

  • Consumare la frutta secca a colazione, oppure come merenda di metà mattina/pomeriggio o dopo l’attività fisica. Quindi anche a Natale, tra cene di auguri e saluti per il nuovo anno, è meglio gustare noci, mandorle e castagne lontano dai pasti.
  • Non superare la dose raccomandata di 20-30 grammi al giorno (es. 10 mandorle).
  • Preferire la frutta secca cruda, non tostata né salata né ricoperta di zuccheri né lavorata, evitando barrette o snack preconfezionati.
  • Mangiare con moderazione la frutta disidratata, sempre come merenda, magari dopo l’attività fisica, e scegliendo prodotti non addizionati con zuccheri o additivi.

Infine, ricordiamo che ogni alimento ha una composizione unica: le castagne, ad esempio, si distinguono dal resto della frutta secca perché presentano un maggior quantitativo di amido e di acqua, ma contengono meno grassi e per questo se ne possono mangiare un po’ di più. 

Per tutto ciò è importante conoscere gli alimenti, la loro composizione ed i loro effetti sul nostro organismo.

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Fermenti lattici: i batteri alleati

È ormai noto che non tutti i batteri vengono per nuocere. Se molti di essi, infatti, sono patologici e causano malattie, ce ne sono altrettanti che tifano per noi. Tra questi abbiamo i fermenti lattici, scopriamo meglio chi sono, dove si trovano e a cosa servono.

Cosa sono i fermenti lattici?

I fermenti lattici sono batteri capaci di fermentare il latte e metabolizzare il lattosio (principale zucchero del latte) per dare origine all’acido lattico. Ne fanno parte diversi ceppi batterici, ma tra i più importanti abbiamo quelli appartenenti al genere Lactobacillus e Bifidobacterium. Molti credono che “fermenti lattici” sia sinonimo di “probiotici”, ma non è così. I probiotici vengono infatti definiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “micro-organismi vivi che, somministrati in quantità adeguata, apportano un beneficio alla salute dell’ospite”. Di questa categoria quindi fanno parte microrganismi di vario genere, non solo batteri in grado di fermentare il lattosio. Inoltre, per essere definiti probiotici, questi microrganismi devono arrivare vivi all’intestino, sopravvivendo a tutti gli ostacoli che si presentano nel viaggio all’interno del nostro corpo dal momento della deglutizione (acidi gastrici, bile, ecc…), e svolgere un’attività benefica nei confronti di chi li assume. Non è scontato che tutti questi requisiti appartengano ai fermenti lattici. Dovremmo quindi stare attenti a non generalizzare e ad utilizzare questi due termini come sinonimi.

Dove si trovano?

I fermenti lattici si trovano naturalmente all’interno del nostro corpo poiché fanno parte del microbiota: l’insieme dei batteri che abita il nostro l’intestino. Possiamo ritrovare questi batteri anche all’interno di alcuni alimenti quali: latti fermentati, latticini, kefir, yogurt, oltre che, ovviamente, all’interno di integratori alimentari di fermenti lattici.

A cosa servono?

All’interno dell’intestino i fermenti lattici hanno un ruolo fondamentale: mantengono l’equilibrio della flora batterica intestinale. Questi, infatti, competono con eventuali batteri patogeni (capaci di causare malattie) presenti nell’intestino e, acidificando l’ambiente attraverso la produzione di acido lattico, ne inibiscono la crescita. Inoltre, sono in grado di sintetizzare vitamine e di modulare la risposta del sistema immunitario presente a livello dell’intestino (GALT).

Perché dovremmo assumerli?

È sempre più evidente quanto il microbiota svolga un ruolo fondamentale nel benessere fisico ma anche psichico dell’uomo. Perché tutto funzioni alla perfezione, però, deve essere rispettato il delicato equilibrio tra le varie specie batteriche che ne fanno parte. Può succedere, per vari motivi, che questo equilibrio venga meno. In questi casi possono verificarsi problemi quali infezioni o malattie intestinali, infezioni vaginali, urinarie o respiratorie, abbassamento delle difese immunitarie, ecc. In tutti questi casi, oltre a seguire delle terapie appropriate e specifiche, è utile ristabilire l’equilibrio tra le specie batteriche, attraverso l’assunzione di integratori alimentari a base di fermenti lattici. Questi, entrando a far parte del microbiota e comportandosi da alleati, lo supportano, e sono in grado di ristabilire una condizione sana e fisiologica.

Perché assumere fermenti lattici in concomitanza con una terapia antibiotica?

Molti medici e farmacisti consigliano si assumere fermenti lattici durante e dopo la terapia antibiotica, ma perché? questo tipo di terapia è uno dei fattori che può causare uno squilibrio della flora batterica intestinale. Gli antibiotici, infatti, hanno come scopo quello di eliminare (attraverso diversi meccanismi d’azione) i batteri responsabili di un’infezione. Questi farmaci non sono in grado di agire selettivamente contro i batteri “cattivi”, ma necessariamente possono uccidere anche quelli “buoni”, danneggiando il microbiota. L’assunzione di fermenti lattici durante la terapia antibiotica, pertanto, può attenuare questo effetto collaterale proteggendo la flora batterica e riducendo la possibilità che ci siano ripercussioni a livello dell’organismo.

Assumerli attraverso gli alimenti può essere sufficiente?

Nel caso in cui uno squilibrio della flora batterica sia tale da causare problemi alla salute umana è consigliabile assumere una quantità significativa di fermenti lattici. Sarà pertanto necessario ricorrere all’utilizzo di integratori alimentari, all’interno dei quali i batteri sono concentrati e ben dosati. Nel caso in cui, però, non ci siano particolari condizioni di malessere e volessimo semplicemente prenderci cura quotidianamente del nostro microbiota, sarà sufficiente seguire una sana alimentazione e inserire nella nostra giornata alimentare alcuni tra quei cibi che contengono naturalmente fermenti lattici (latte, latticini, yogurt).

In che altro modo possiamo aiutare il nostro microbiota?

Ci sono altri modi per sostenere il nostro microbiota. Uno di questi è consumare regolarmente prebiotici. Questa volta non si tratta di batteri ma di sostanze (prevalentemente fibre) che nell’intestino, anziché essere digerite, assorbite, e quindi rappresentare una fonte di nutrimento per noi, sono fonte di nutrimento per i batteri della flora batterica intestinale. In questo modo ne favoriscono la crescita e l’attività. Inoltre, le sostanze (acidi grassi a corta catena) prodotte per fermentazione dei prebiotici ad opera dei batteri intestinali, hanno una funzione preventiva nei confronti di diverse malattie intestinali. I prebiotici sono alla nostra portata più di quanto immaginiamo e possono essere messi ogni giorno sulle nostre tavole. Tra i cibi che li contengono, infatti, ci sono: cicoria, carciofo, asparagi, avena, mele, kiwi, ecc.

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"Che correlazione c’è tra microbiota e metabolismo?"

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Olii e grassi: quali scegliere?

Grassi e olii, da sempre utilizzati per conservare e insaporire i piatti, sono da considerarsi tra gli alimenti che forniscono più energia al nostro corpo. Sia i grassi che gli olii, sono costituiti per lo più da acidi grassi.

La differenza tra un grasso e un olio

La differenza è visibile ad occhio nudo. A temperatura ambiente i grassi sono solidi (burro, strutto) mentre gli olii sono liquidi (olio di oliva, olio di semi, ecc). Alla base di questa differenza fisica c’è una ragione chimica. Sia i grassi che gli olii contengono acidi grassi ma quelli contenuti nei grassi sono acidi grassi saturi, mentre quelli contenuti negli olii sono acidi grassi insaturi. Per intenderci, gli acidi grassi sono molecole formate da catene di carbonio di lunghezza e rigidità variabili. Se la catena contiene insaturazioni ovvero punti di flessibilità (come nel caso degli acidi grassi insaturi) sarà flessibile e il lipide che la contiene avrà un aspetto liquido (olio). Al contrario se la catena non contiene insaturazioni (acidi grassi saturi) sarà rigida e quindi il lipide sarà solido (grasso).

Acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi

Gli acidi grassi insaturi, inoltre, possono essere monoinsaturi (una sola insaturazione) o polinsaturi (più insaturazioni). Gli acidi grassi contenuti nell’olio di oliva sono monoinsaturi (omega 9). Gli acidi grassi polinsaturi, come ad esempio gli omega 3 o gli omega 6, sono contenuti nel pesce, negli oli vegetali, nelle noci, ecc. La lettera greca omega indica la presenza del punto di flessibilità, e il numero che la segue indica la sua posizione nella catena.

Gli acidi grassi trans

Queste caratteristiche chimiche degli acidi grassi possono però essere variate, mutando di conseguenza anche l’aspetto fisico del lipide che le contiene. Ad esempio, modificando attraverso processi industriali i punti di flessibilità degli acidi grassi insaturi di un olio vegetale possiamo trasformarli da flessibili a rigidi. Ecco quindi che quell’olio non sarà più liquido ma solido. È proprio così che si ottiene la margarina.

Gli acidi grassi che hanno subìto queste reazioni vengono chiamati trans, non esistono in natura e, a lungo andare, possono causare gravi danni alle cellule. Il tipo di acidi grassi contenuti nei lipidi, infatti, non comporta differenze solo a livello “strutturale”, ma anche nutrizionale e qualitativo.

L’olio extravergine d’oliva

Il fatto che l’olio extravergine di oliva (EVO), il condimento per eccellenza della cucina italiana, contenga l’acido oleico (acido grasso monoinsaturo omega 9) e non contenga colesterolo, lo rende un alimento di ottima qualità. L’acido oleico, infatti, è molto importante per la nostra salute perché riesce a ridurre il livello di “colesterolo cattivo” (LDL) nel sangue e aumentare il livello di quello “buono” (HDL).  Sappiamo ormai quanto tenere a bada i livelli di colesterolo sia importante per la nostra salute cardiovascolare! Oltre all’acido oleico, l’olio EVO ha un alto contenuto di nutrienti ad azione anti-ossidante come i tocoferoli, la vitamina E e i polifenoli. Attenzione però. Il fatto che l’olio extravergine di oliva sia un alimento sano non ci deve far cadere nel tranello. Dobbiamo, in ogni caso, consumarlo in quantità limitata e sceglierlo di ottima qualità, diffidando delle imitazioni o delle raffinazioni.

Dopo aver capito le qualità di quest’olio ci verrebbe forse anche da pensare che friggendo con l’olio EVO potremmo mangiare tranquillamente frittura ogni giorno. Non è così. Le alte temperature raggiunte dall’olio durante questo tipo di cottura vanno a modificare le sue insaturazioni, i suoi punti di flessibilità. Gli acidi grassi monoinsaturi dell’olio diventano così acidi grassi trans, perdendo tutte le loro proprietà nutritive.

Fonte: Banca Dati di Composizione degli Alimenti per Studi Epidemiologici in Italia e CREA Centro di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione. I valori si riferiscono a 100 mg di prodotto crudo.

Che differenza c’è tra olio extravergine, olio vergine e olio d’oliva?

La differenza principale tra i tre olii è la loro acidità, espressa in quantità di acidi grassi liberi di acido oleico. Minore è l’acidità, maggiore è la qualità dell’olio. L’acido oleico, infatti, è un acido grasso “buono” purché si trovi legato al glicerolo (formando così i trigliceridi). L’olio extravergine d’oliva, ad esempio, ha un’acidità non superiore allo 0,8% (0,8 grammi di acido oleico libero su 100 grammi di olio). Perché l’olio extravergine abbia questa elevata qualità e mantenga intatto il suo quantitativo di lipidi e antiossidanti, è necessario che le olive vengano spremute appena colte e a freddo (< 27 gradi).  Anche l’olio vergine di oliva è ottenuto da spremitura a freddo, ma presenta un’acidità maggiore dell’olio EVO, in genere è compresa tra lo 0,8 e 2%. L’olio di oliva, invece, deriva dall’unione tra l’olio d’oliva raffinato e un olio vergine o extravergine. Prima di essere consumato deve subire rettificazione, o raffinazione. Questi processi chimici vengono effettuati generalmente su oli ricavati da olive che presentano difetti (attaccate da mosche o altri insetti) o su oli che hanno un contenuto di acido oleico tale da non poter rientrare nella categoria degli olii vergini. La quantità di acido oleico negli olii di oliva quindi non supera l’1%.

Il burro

Molto spesso il burro viene considerato un alimento da eliminare e si crede che debba essere escluso dalla lista della spesa se si vuole seguire una sana alimentazione. Ma è veramente la cosa giusta da fare? Il burro contiene per lo più acidi grassi. Di questi la maggior parte sono saturi (acido palmitico, stearico, butirrico) mentre una piccola percentuale è rappresentata dagli acidi grassi monoinsaturi (acido oleico) e una ancora inferiore da quelli polinsaturi (acido linoleico).  Il burro inoltre, essendo un prodotto di origine animale, ha un contenuto abbastanza alto di colesterolo ma anche di vitamina A, di vitamina K e di vitamina E. Considerato che la presenza di lattosio è minima, il burro può essere consumato, in piccole quantità, anche da chi è intollerante. Sicuramente il fatto che sia ricco di grassi saturi e soprattutto di colesterolo non lo rende uno degli alimenti più salutari presenti in commercio ma sono in corso numerosi studi per verificarne gli effetti positivi e negativi sulla salute. Certo è che eliminarlo definitivamente dalla nostra alimentazione, o peggio ancora sostituirlo con la margarina, rappresenta una scelta superficiale.

Altri condimenti

Olio extravergine d’oliva e burro sono sicuramente gli alimenti più utilizzati tra quelli appartenenti alla categoria dei grassi da condimento e se ne possono assumere 2-3 porzioni al giorno. Recentemente, tuttavia, si è diffuso l’utilizzo di altri olii, ad esempio quello di colza, palma e cocco, che vantano proprietà specifiche. Ricordiamo sempre, però, che a guidare la scelta dei cibi da mettere a tavola non devono essere credenze e informazioni superficiali, ma la nostra personale risposta al cibo.

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"Olii di colza palma e cocco hanno delle proprietà specifiche."

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