Hai mai sentito parlare di insulino-resistenza?

L’insulina è un ormone prodotto dalle cellule beta del nostro pancreas e ha un ruolo fondamentale nella regolazione del metabolismo di carboidrati, proteine e grassi. Grazie alla sua azione “anabolizzante”, in grado cioè di “costruire, creare” strutture più complesse a partire da molecole semplici di partenza, l’insulina riduce i livelli di glucosio, aminoacidi e acidi grassi presenti nel circolo sanguigno, ne promuove la conversione rispettivamente in glicogeno, proteine e trigliceridi e ne favorisce l’immagazzinamento negli organi di stoccaggio (fegato, muscoli e tessuto adiposo).

Le azioni dell’insulina

Probabilmente l’azione di questo ormone su proteine e grassi non è molto nota, ma tutti noi abbiamo sentito parlare almeno di sfuggita del ruolo fondamentale dell’insulina nella regolazione della nostra glicemia (cioè dei livelli di glucosio nel sangue).

L’insulina è l’unico ormone del nostro corpo in grado di ridurre i livelli ematici di glucosio, permettendone l’ingresso all’interno delle cellule di muscoli, fegato e tessuto adiposo, ed è proprio questo zucchero nel nostro sangue che ne regola la secrezione!

Infatti, se consideriamo le prime ore dopo un pasto, nel nostro sangue sono disponibili elevate quantità di glucosio (oltre che di grassi e aminoacidi), che inducono la produzione di insulina da parte del pancreas. Per questo motivo, l’insulina è anche detta l’“ormone del dopo pasto”.

Ma l’insulina è un ormone proteico, che, come tale, non può entrare all’interno delle cellule e può agire solamente a livello del loro rivestimento esterno: sulla membrana cellulare. Qui sono presenti i “recettori” dell’insulina, piccole proteine con la funzione di “porte”: l’insulina è una “chiave”, in grado di aprire queste porte recettoriali e di consentire così l’ingresso del glucosio all’interno delle cellule, attraverso dei canali di membrana.

Così le cellule sono rifornite di glucosio e lo possono utilizzare per produrre energia e per il loro normale metabolismo.

Non solo! L’insulina è anche detta l’ormone dell’“accumulo” perché agisce:

  • Come anticipato, favorendo il passaggio del glucosio dal sangue all’interno delle cellule dei tessuti;
  • A livello epatico, inibendo la liberazione del glucosio dal fegato e stimolandone il deposito sotto forma di glicogeno, una scorta di energia prontamente disponibile per organi ad alto dispendio energetico, come i muscoli. Il glucosio in eccesso viene poi convertito in grassi, principalmente trigliceridi, che si andranno a depositare nel tessuto adiposo e non solo;
  • A livello del tessuto adiposo, inibendo il rilascio dei grassi a favore del loro deposito e facilitando l’utilizzo del glucosio ancora presente nel circolo ematico.

Per riassumere, possiamo dire che l’insulina normalizza la glicemia sia permettendo l’utilizzo del glucosio da parte delle cellule sia, in caso di eccesso, facendolo depositare come grasso nel tessuto adiposo.

E se l’insulina non funziona?

In alcuni casi il nostro pancreas produce insulina, senza che però questa possa esercitare la sua azione di “chiave” cellulare. Cosa succede?

Le cellule bersaglio dell’insulina (principalmente del fegato, del muscolo e del tessuto adiposo) possono diventare “sorde” alla sua azione: innanzitutto non ricevono più il glucosio, che resta nel sangue, con la possibilità di causare iperglicemia. A livello del tessuto adiposo, poi, le cellule perdono la loro funzione di deposito di acidi grassi e li rilasciano nel circolo sanguigno.

Attenzione però! L’insulina, da parte sua, non si dà per vinta: per farsi sentire dalle cellule ormai sorde prova a fare la “voce grossa”.

Il risultato è che nel sangue aumenta notevolmente la concentrazione di questo ormone, per cui si può andare incontro a iperinsulinemia.

Questo stato così delineato, in cui le cellule dell’organismo presentano una ridotta sensibilità all’insulina, prende il nome di “resistenza insulinica o insulino-resistenza”.

Quali sono le cause e/o conseguenze dell’insulino-resistenza?

Nella maggior parte dei casi, l’origine dell’insulino-resistenza rimane sconosciuta e si pensa sia frutto della combinazione di due fattori:

  • Fattori genetici o ereditari, per esempio in alcuni casi si può osservare un difetto qualitativo nella struttura dell’insulina, che la rende inattiva o parzialmente efficace, in altri si ha una sintesi eccessiva degli ormoni antagonisti dell’insulina (es. glucagone), che possono neutralizzarne l’effetto.
  • Fattori ambientali, come un’eccessiva sedentarietà e diete ricche di acidi grassi saturi, zuccheri semplici e alimenti ad alto indice glicemico contribuiscono all’insorgenza della resistenza insulinica.

Esistono, inoltre, delle condizioni che predispongono alla comparsa della tolleranza insulinica, prime tra tutte sovrappeso e obesità, soprattutto se l’accumulo di grasso si concentra a livello addominale (biotipo androide).

Tuttavia, l’aumento di peso può essere a sua volta una conseguenza dell’insulino-resistenza!

Questo perché si instaura un circolo vizioso, basato su alterazioni metaboliche delle cellule, che perdono la loro normale funzionalità. Questo circolo può essere alimentato anche da:

In sintesi, ricordiamo questo: tutte queste condizioni sono tra loro strettamente correlate, per cui l’insulino-resistenza può presentarsi da sola e provocare altre alterazioni metaboliche, oppure si può manifestare proprio in concomitanza con una (o più) di esse.

Sintomi e diagnosi dell’insulino-resistenza

L’insulino-resistenza si può manifestare con sintomi anche piuttosto comuni, come: sonnolenza e stanchezza non giustificate, difficoltà di concentrazione, maggiore appetito e aumento di peso (soprattutto a livello addominale).

Alla base di queste manifestazioni che la persona può riconoscere con facilità, vi è un’alterazione della funzionalità metabolica delle cellule, con:

  • Liberazione di acidi grassi dal tessuto adiposo e aumento dei loro livelli nel circolo sanguigno
  • Diminuzione dell’ingresso di glucosio a livello muscolare, con conseguente riduzione delle riserve di glicogeno
  • Maggiore cessione di glucosio da parte del fegato, con aumento della glicemia a digiuno.

Tutto queste conseguenze sono invisibili ad occhio nudo, ma possono essere identificate perché lasciano dei “segni”, delle tracce distintive nel nostro sangue.

Si può infatti osservare un incremento delle concentrazioni di insulina e/o di glucosio nel nostro sangue, per i motivi spiegati sopra. È frequente anche un incremento dei livelli circolanti di acidi grassi che, nel fegato, determinano un aumento della produzione dei trigliceridi, del colesterolo LDL (colesterolo cattivo) e la riduzione del colesterolo HDL (colesterolo buono).

La diagnosi

Per quanto anticipato è, quindi, chiaro che per verificare uno stato di insulino-resistenza si possono realizzare diverse analisi del sangue, sempre consultando il proprio medico curante.

  • La glicemia, che a digiuno non deve superare i 100 mg/dL in condizioni normali. Nelle persone con normale tolleranza al glucosio, inoltre, non dovrebbe aumentare oltre i 140 mg/100 mL in risposta ai pasti e comunque dovrebbe tornare ai livelli pre-prandiali entro due o tre ore.
  • L’insulinemia, cioè la quantità di insulina che si trova nel sangue e i cui valori devono rimanere in un range che può variare a seconda del sesso, dell’età e del tipo di esame effettuato nel laboratorio di analisi.
  • L’emoglobina glicata, che permette di valutare la quantità di emoglobina che si lega al glucosio in circolo: tanto più è elevata la glicemia, tanti più zuccheri saranno liberi di circolare nel sangue, per cui si avrà emoglobina glicata in abbondanza. Nei soggetti sani non supera il 5%.

Una volta condotti questi esami, il passo successivo è calcolare l’indice HOMA (“Homeostasis Model Assessment”). Questo si basa su un modello omeostatico matematico che considera le concentrazioni ematiche di glucosio e insulina a digiuno e si ottiene attraverso questa formula:

Glicemia a digiuno (mg/100 mL) x Insulinemia a digiuno (mUI/mL) / 405

I valori compresi tra 0,23 e 2,5 (per gli adulti) o 0,25 e 3,6 (per i bambini) sono ritenuti normali. Se invece si dovessero ottenere valori superiori, questi sarebbero indicativi di una resistenza insulinica.

È importante riconoscere questa condizione perché, se trascurata o non diagnosticata, può essere un fattore di rischio per l’insorgenza della sindrome metabolica e del diabete mellito tipo 2.

Cosa fare in caso di resistenza insulinica?

L’insulino-resistenza è causa di uno squilibrio metabolico, che altera la funzionalità cellulare. Risulta quindi fondamentale ripristinare il normale assetto metabolico dell’organismo, con un approccio terapeutico che non miri semplicemente a risolvere il singolo sintomo ma vada a modulare i processi metabolici alterati da questa condizione.  

Per questo uno stile di vita sano ed equilibrato è fondamentale per combattere la resistenza all’insulina.

La prima arma è rappresentata proprio dall’alimentazione. Il trattamento primario dell’insulino-resistenza è, infatti, fondato su corrette ed equilibrate abitudini alimentari. Per cui meglio evitare i cibi raffinati, ricchi di acidi grassi saturi o con elevato indice glicemico e preferire invece alimenti integrali, ricchi di fibre e con basso o moderato indice glicemico (per ulteriori consigli e approfondimenti scarica il diario della salute tra i materiali gratuiti del sito metodoacpg.it).

Il secondo passo è introdurre nelle proprie abitudini un po’ di attività fisica moderata, almeno 30 minuti di esercizio fisico aerobico per 3-5 volte alla settimana. L’attività motoria rifornisce il corpo di ossigeno e stimola la massa muscolare, la componente “attiva” del nostro corpo e “affamata” di glucosio.

Infine, è importante evitare alcol e fumo, tenere sotto controllo il proprio peso e la circonferenza addominale.

Solo quando i cambiamenti del proprio stile di vita non sono sufficienti a tenere sotto controllo questa condizione, si passa allora alla terapia farmacologica dietro opportuno consiglio medico.

Ancora una volta, la cura della nostra salute passa attraverso ciò che mangiamo.

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Cos’è la sindrome metabolica? Scopriamolo insieme

La “sindrome metabolica” (o sindrome da insulino-resistenza) è una condizione clinica complessa in cui può incorrere il nostro organismo.

Ma cos’è realmente la sindrome metabolica? Quali sono le cause? Come identificare questo disturbo nel nostro organismo?

Conosciamo meglio questa “sindrome” sempre più diffusa tra la popolazione mondiale ma ancora poco riconosciuta e quindi spesso sottovalutata.

Una sindrome degli ultimi secoli

Questa particolare condizione clinica, in realtà, è nota sin dal tardo Settecento, quando Giovanni Battista Morgagni mette in luce una connessione tra alcune manifestazioni dell’organismo tipiche di differenti patologie: obesità e ipertensione arteriosa.

Nel Novecento, in Europa e negli Stati Uniti si continua a studiare con interesse crescente questo insieme di fattori predisponenti che, sempre più spesso, mostrano gravi conseguenze soprattutto a livello cardiovascolare

È alla fine degli anni Settanta che lo studioso tedesco Haller utilizza per la prima volta il termine “sindrome metabolica”, associando a questo disturbo sintomi riconducibili a diabete mellito, obesità e steatosi epatica. Da quel momento prendono il via una serie di studi clinici che hanno portato, oggi, a una conoscenza più precisa di questa combinazione di fattori di rischio.

Alterazioni metaboliche con origini multifattoriali

La parola ‘sindrome’ deriva dal greco e significa “concorso, affluenza”. Nel linguaggio medico, con questo termine si indica un insieme più o meno specifico di segni e sintomi non riconducibile a un unico fattore scatenante. ‘Metabolica’, invece, deriva da metabolismo, termine che a sua volta deve la sua origine al concetto di “mutazione, variazione, trasformazione” perché in effetti l’insieme delle trasformazioni chimiche che avvengono nelle cellule per produrre energia e nuova materia si chiama appunto metabolismo.

Appare chiaro che quando parliamo di sindrome metabolica ci troviamo quindi ad affrontare una situazione complessa, poliedrica: una vera e propria anomalia sistemica che ha il potere di cambiare il funzionamento del nostro metabolismo fino a causare l’insorgenza di un quadro clinico anche di grave entità.

La sindrome metabolica è strettamente collegata ad alcune variabili standard e fattori predisponenti, come l’età, il sesso, la genetica e lo stile di vita.

Molti degli studi condotti dimostrano una più alta manifestazione della malattia nei Paesi maggiormente sviluppati, come ad esempio negli Stati Uniti, dove i soggetti affetti da questa malattia sono per la maggior parte pazienti obesi con uno stile di vita poco salutare. L’eccesso di peso è dunque una delle principali cause di insorgenza della sindrome metabolica, al pari dell’adozione di uno stile di vita non salutare e dell’età che avanza.

I fattori scatenanti sono dunque numerosi, tanto quanto le conseguenze che ne derivano: questa particolare situazione, infatti, può condurre alla comparsa di serie minacce sul piano cardio-metabolico, associate ad un aumentato rischio di malattie croniche multiple, tra cui le malattie cardiovascolari e anche a malattie neurodegenerative (m. di Alzheimer, m. di Parkinson) e declino cognitivo fino alla demenza, la cui incidenza aumenta con l’aumento dell’età.

Come riconoscere una condizione di possibile sindrome metabolica?

L’obesità è sicuramente uno dei fattori scatenanti più importanti ma non è l’unico. Anche la sedentarietà e una dieta ricca di acidi grassi e zuccheri semplici, contribuiscono a peggiorare il quadro clinico. Vediamo in modo più approfondito quali possono essere alcuni indizi.

Uno dei primi segni che il nostro corpo “ci comunica” è l’aumento della circonferenza addominale. Infatti, per identificare la sindrome metabolica si parte proprio dalla misurazione della circonferenza addominale, seguita da quella della pressione sanguigna. È necessario poi controllare anche i livelli di glicemia e lipidi (grassi), rilevazioni ottenibili attraverso le analisi del sangue.

Ecco alcuni valori utili alla diagnostica della sindrome metabolica:

  • Circonferenza addominale ≥ 94cm nei maschi e ≥ 80 cm nelle femmine
  • Pressione arteriosa ≥ 130/85 mmHg o in terapia medica
  • Glicemia a digiuno > 100 mg/dl o diabete conclamato
  • Trigliceridemia ≥ 150 mg/dl
  • Colesterolo HDL < 40 mg/dl nei maschi e < 50 mg/dl nelle femmine

Se si riscontrano questi risultati è sempre bene consultare il proprio medico di base, accertandosi così che i valori possano condurre a una diagnosi accurata.

I primi segni, visibili e invisibili della sindrome metabolica

Per riconoscere la sindrome metabolica, uno degli indizi più importanti è la presenza di “obesità viscerale” cioè di un accumulo di grasso concentrato sulla fascia addominale. Un secondo indizio include anche la “resistenza insulinica” che consiste nella ridotta capacità delle nostre cellule, in particolare quelle del tessuto muscolare e adiposo, di rispondere correttamente all’azione dell’insulina e di utilizzare il glucosio come fonte di energia. A lungo andare, la resistenza insulinica potrebbe comportare:

  • ridotta utilizzazione del glucosio da parte dei muscoli;
  • aumento della sua produzione nel fegato;              
  • incremento dei livelli circolanti di acidi grassi che, nel fegato, determinano un aumento della produzione dei trigliceridi, del colesterolo LDL (colesterolo cattivo) e la riduzione del colesterolo HDL (colesterolo buono)              

Sindrome metabolica e alimentazione

La nostra alimentazione influenza anche la composizione della flora intestinale, chiamata microbiota, che è costituita da un’alta varietà di specie batteriche e da un sano equilibrio tra i vari elementi. Questo ecosistema promuove il corretto uso dell’energia proveniente dagli alimenti e l’integrità della mucosa intestinale, che rappresenta la prima barriera fisiologica nei confronti di agenti infiammatori.

Un’alimentazione scorretta può alterare la combinazione dei microrganismi simbiotici presenti nell’intestino, comportando un aumento dei batteri che inducono l’assorbimento dei grassi ingeriti e che producono sostanze infiammatorie. La permeabilità intestinale – ossia la capacità del rivestimento dell’intestino di farsi attraversare dalle sostanze nutritizie e altro – aumenta, generando il passaggio non fisiologico di sostanze infiammatorie nel sangue.

Tutto questo può andare a compromettere ulteriormente i complessi quadri clinici tipici della Sindrome metabolica.  

Quali sono le conseguenze della sindrome metabolica?

La sindrome metabolica è associata a sovrappeso e stili di vita scorretti che conducono a un accumulo di grasso a livello addominale, aumentando la resistenza insulinica e uno stato infiammatorio cronico di basso grado. Questo stato generale può costituire un fattore di rischio per il diabete e per le malattie cardiocircolatorie.

In queste condizioni, anche il fegato subisce una variazione del suo funzionamento: la ricezione di un eccesso di nutrienti (acidi grassi liberi e glucosio) e di molecole infiammatorie non permette al fegato di coordinare efficientemente le sue naturali funzioni, facendogli perdere anche la sua capacità di “regolatore metabolico”.

Si tratta di un circolo vizioso che mantenendosi nel tempo può compromettere lo stato generale di salute.

A fronte di queste considerazioni, però, sono pochissime le persone consapevoli del rischio che si corre non trattando la sindrome metabolica. Tranne per i soggetti già sottoposti a terapia per patologie come diabete, ipertrigliceridemia e ipertensione, è raro che si associ un girovita abbondante a livelli elevati di grassi nel sangue e livelli pressori alterati; tantomeno siamo portati a pensare che questi possano avere conseguenze così importanti per il nostro organismo.

Lo stile di vita conta!

Come abbiamo visto, la sindrome metabolica è una condizione complessa al punto da essere definita come “multifattoriale”. Ad aggravare questa condizione molto spesso concorrono uno stile di vita sedentario, che ci induce a rimanere inattivi per gran parte della giornata senza fare attività fisica.

Purtroppo oggi, sempre più frequentemente, questo problema si sta diffondendo anche tra i bambini e gli adolescenti. È bene ricordare quindi come l’intervento principale per prevenire questo tipo di problema parta dalla scelta di un’alimentazione corretta e da uno stile di vita sano.                                

Cosa fare per prevenire e per trattare la sindrome metabolica?

Ecco alcuni consigli utili:

  • una sana alimentazione insieme ad un corretto stile di vita (niente fumo, né alcol)
  • una regolare attività fisica (almeno 30 minuti di esercizio fisico aerobico, 3-5 volte la settimana)
  • controllo del peso corporeo e in particolare, della circonferenza addominale 

Ridurre i rischi per la salute è sicuramente il miglior modo di prevenire e accompagnare la cura di questa particolare condizione clinica.

In presenza di una diagnosi conclamata è corretto rivolgersi presso il proprio medico che consiglierà i migliori specialisti per una gestione multidisciplinare appropriata.

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La cura per il diabete mellito inizia dal controllo del peso

zucchero nel sangue

In Italia ci sono circa 5 milioni di diabetici

Il ltalia il 6,34 % della popolazione soffre di diabete*. 

Gli esperti stimano, tuttavia, che il 20% dei casi di diabete non sia oggi riconosciuto: in pratica 1 diabetico su 5 non sa di esserlo. Questo significa che nel nostro Paese, ai 4 milioni di persone che sanno di avere il diabete, si dovrebbe aggiungere un milione di persone che ignorano la loro condizione di diabetici. 

Numeri davvero molto elevati che continuano a crescere.

*Dati Società Italiana di Diabetologia (SID) 2018

Cos'è il diabete?

Il diabete è una patologia cronica caratterizzata da elevati livelli di glucosio nel sangue (glicemia).

Quando il pancreas non è in grado di produrre sufficienti quantità di insulina, o gli organi bersaglio (muscoli, fegato, tessuto adiposo) non riescono a rispondere adeguatamente all’ormone (condizione di insulino-resistenza), il corpo non può utilizzare il glucosio presente nel sangue come fonte di energia.

Il glucosio rimane quindi nel sangue, dove i suoi livelli diventano sempre più alti (iperglicemia). 

In questa condizione le cellule dei vari organi non hanno sufficiente energia, e l’eccesso di glucosio rimasto nel sangue, con il tempo, provoca seri danni a vari organi e sistemi (al sistema cardiovascolare, ai nervi, agli occhi, al cervello, ai reni).

Differenza tra diabete di tipo 1 e 2

Esistono due tipi di diabete:

    • Diabete di tipo 1: chiamato anche diabete giovanile o insulino-dipendente, è una condizione cronica nella quale il pancreas da solo non è in grado di produrre insulina, o ne produce quantità troppo basse.
    • Diabete di tipo 2: la forma più comune, anche chiamata diabete senile, che si verifica quando l’organismo diventa insulino-resistente o produce poca insulina.

Negli ultimi 30 anni i casi di questa seconda forma di diabete sono cresciuti enormemente in tutto il mondo.

Il diabete è una patologia silenziosa e persistente che può essere però da un lato prevenuta e dall’altro contrastata, prima ancora che con i farmaci, con corretti stili di vita, rappresentati da una corretta alimentazione e da una regolare attività fisica.

Che cos'è il diabete di tipo 2?

Il diabete di tipo 2 è una malattia molto diffusa su scala globale e la sua prevalenza è in continua crescita: si prevedono per il 2030 più di 400 milioni di casi nel mondo.

La classificazione ufficiale identifica il diabete di tipo 2 come un difetto della secrezione di insulina, che può progressivamente peggiorare nel tempo, e che si instaura su una condizione pre-esistente di insulino-resistenza.

L’insulino-resistenza è la condizione che si verifica quando le cellule dell’organismo, in particolare quelle di fegato, tessuto muscolare e tessuto adiposo, diminuiscono la propria sensibilità all’azione dell’insulina, che regola il passaggio del glucosio dal sangue alle cellule.

Il diabete di tipo 2, tipico dell’età adulta, è la forma più diffusa della malattia (circa il 90% di tutti i casi). Compare, di norma, tra i 35 – 40 anni ed è caratterizzato da valori elevati di glucosio nel sangue (iperglicemia).

Quali sono le cause del diabete di tipo 2?

Il diabete di tipo 2 è una condizione strettamente correlata a predisposizione genetica, e spesso si manifesta in più persone di una stessa famiglia.

Esistono tuttavia numerosi fattori che favoriscono l’insorgenza del diabete e che non sono dipendenti dalla trasmissione genetica:

  • l’obesità o il sovrappeso (soprattutto a carico del grasso addominale)
  • la sedentarietà
  • un’alimentazione troppo ricca in grassi e povera in fibre naturali

Anche quando l’iperglicemia è già presente, generalmente le persone non avvertono importanti sintomi fisici, e può quindi capitare che il diabete non venga diagnosticato.

Non conoscere la diagnosi e quindi non sottoporsi alle cure necessarie, vuol dire andare incontro a gravi conseguenze per la salute in particolare a livello del cuore e di tutto il sistema circolatorio, del cervello, degli occhi e dei reni.

Fare “prevenzione” nei confronti del diabete di tipo 2 significa riuscire ad individuare i soggetti che hanno maggiore probabilità di sviluppare questa malattia, quando ancora la glicemia è a livelli fisiologici.  La migliore prevenzione consiste nell’identificare stili di vita ed abitudini alimentari scorrette su cui è possibile intervenire per ridurre il rischio di andare incontro al diabete.

Quali sono i sintomi del diabete di tipo 2?

Il diabete di tipo 2 generalmente rimane silente per molti anni poiché l’iperglicemia si sviluppa gradualmente e, almeno all’inizio, non è di grado severo al punto da provocare i tipici sintomi.

I sintomi del diabete di tipo 2 includono:

  • stanchezza
  • aumento della sete
  • aumento della diuresi
  • perdita di peso non ricercata
  • malessere
  • dolori addominali

 Le maggiori complicanze derivate dal diabete possono arrecare al paziente danni anche importanti a livello neurologico, renale, oculare e cardio-cerebrovascolare.

Diabete: i valori da tenere sotto controllo

Per la diagnosi di diabete è sufficiente riscontrare, tramite analisi del sangue, un valore di glicemia a digiuno >126 mg/dl confermato in almeno due giornate differenti. 

In alternativa, viene diagnosticato con valori maggiori di 6,5% di emoglobina glicata confermati da un secondo prelievo, oppure riscontro di glicemia >200 mg/dl in presenza di sintomi.

Inoltre è possibile eseguire il test Findrisc approvato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. È uno strumento affidabile, veloce, che non richiede esami del sangue e che attraverso alcune semplici domande permette di stimare la probabilità che un individuo ha di sviluppare un diabete di tipo 2 nell’arco dei dieci anni successivi. 

In presenza di un rischio elevato sarà indispensabile riportare questo dato al proprio medico di famiglia, il quale potrà così valutare l’opportunità di richiedere gli accertamenti necessari per approfondire la situazione e capire se c’è già in atto un diabete o una condizione predisponente (ad esempio una “ridotta tolleranza glucidica”). 

In tutti i casi la correzione di alcune abitudini scorrette (in particolar modo riguardo all’alimentazione e all’attività fisica) si tradurrà in una minore probabilità di sviluppare questa malattia.

Obesità e diabete mellito

Circa il 90% dei casi di diabete di tipo 2 (il più frequente e tipico dell’età adulta) si manifestano in seguito ad un aumento di peso: esiste quindi una correlazione tra diabete tipo 2 e obesità. 

 

Più recentemente si è iniziato a parlare di “Diabesity”, un’epidemia moderna, che indica la convivenza tra diabete e obesità. Questi disturbi sono infatti collegati da vari meccanismi fisio-patologici, che ruotano attorno all’insulino-resistenza e all’iperinsulinemia.

Tale condizione è nota in medicina con il termine di sindrome metabolica, ossia un insieme combinato di segni associati all’obesità, che influenza direttamente il rischio di insorgenza di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e ictus

Negli ultimi anni si è osservato un aumento preoccupante della tendenza alla diabesità (obesità-sindrome metabolica-diabete) e questo fenomeno ha un impatto socio-economico di notevole entità.

Come prevenire il diabete di tipo 2?

Per prevenire l’insorgenza del diabete di tipo 2 è consigliabile adottare un sano stile di vita.

Una alimentazione ben bilanciata volta a mantenere sotto controllo il livello di glucosio nel sangue è spesso sufficiente per prevenire e ottenere un buon controllo del diabete stesso.

Allo stesso tempo è importante fare attività fisica, che non vuol dire necessariamente andare in palestra, piscina ma semplicemente muoversi sempre e dovunque! Ad esempio una buona camminata può essere lo sport ideale: si può fare ovunque, e si adatta alle proprie capacità.

L’attività fisica fa bene a tutti ma ha un’importanza particolare nei diabetici perché:

  • favorisce il benessere;
  • migliora il controllo del diabete;
  • migliora il controllo del peso;
  • controlla la pressione arteriosa.

Ad ogni modo è importante per l’opportuno trattamento del diabete tipo 2 far riferimento a centri specialistici per l’adeguato controllo dei fattori di rischio e lo screening delle complicanze nonché la cura delle stesse.

Esiste una forte correlazione tra diabete e stile di vita. Proprio per questo è importante seguire sane abitudini ed un’alimentazione consapevole. Per capire e conoscere come alimentarti al meglio ti consigliamo di iscriverti al ciclo di seminari online GRATUITI dedicati all’alimentazione e ai problemi di salute che si possono curare o prevenire imparando a gestire il cibo che mangiamo.

Ti verrà presentato un innovativo metodo che partendo dalla conoscenza del tuo organismo e delle sue reazioni al cibo ti porterà ad un livello di consapevolezza tale da scegliere autonomamente l’alimentazione più corretta per la tua salute.

Per perdere peso in maniera sana è necessario seguire un’alimentazione che rispetti l’organismo, e non diete basate sulle rinunce o sull’esclusione di certi alimenti, che stressano il metabolismo. Scegli la salute!

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