Kefir, cos’è, da cosa è composto e quali sono i suoi benefici

ll kefir è presente ormai da anni sugli scaffali dei nostri supermercati e sulle nostre tavole. Nonostante sia così a portata di mano, questa bevanda, o meglio, i granuli indispensabili per ottenerla vengono da molto lontano, dalle montagne del Caucaso per la precisione. La parola kefir, infatti, deriva dal turco “keif” che si traduce con “sentirsi bene, benessere”. Se ne parla sempre più spesso, e sempre più persone lo consumano, ma capiamo insieme cosa è il kefir e quali sono i suoi benefici per la nostra salute.

Cosa è il kefir?

Il kefir è una bevanda a base di latte fermentato con una consistenza cremosa, sapore leggermente aspro ed una sottile effervescenza. Viene prodotto aggiungendo al latte vaccino o di capra i granuli di kefir. Questi, costituiti da lieviti e batteri, a contatto con il latte, ne provocano la fermentazione. Ben diversa è l’acqua di kefir, una bevanda preparata aggiungendo ai grani di kefir acqua e zucchero e non latte.

Come preparare il kefir di latte e di acqua?

Preparare queste bevande è piuttosto semplice. Per quanto riguarda il kefir di latte è sufficiente aggiungere i grani di kefir al latte e mescolare bene. Lasciamolo poi fermentare per almeno 24 ore a temperatura ambiente (20 °C) in un recipiente (meglio se di vetro) coperto con della carta o con un panno.  Più a lungo lo lasceremo fermentare più cremoso sarà. Mescoliamo ancora e, nel caso si fossero formati dei grumi, passiamolo al colino. Prima di consumarlo lasciamolo riposare ancora un paio di ore in frigo, dove può essere conservato per più di una settimana.

Il kefir d’acqua invece si ottiene aggiungendo i grani di kefir ad 1 litro di acqua naturale, 3 cucchiai di zucchero, mezzo limone interno, un frutto secco, cannella, baccello di vaniglia o altri aromi naturali. In un contenitore mescoliamo acqua e zucchero, aggiungiamo poi i grani di kefir e gli altri ingredienti. Lasciamo infine riposare a temperatura ambiente per 48 ore.

È una sorta di yogurt?

Se volessimo semplificare potremmo dire che è un alimento molto simile allo yogurt. Sempre più persone, infatti, dedicandosi alla preparazione dello yogurt “fai-da-te”, sanno bene che anche quest’ultimo si ottiene aggiungendo fermenti lattici (batteri) al latte. Ma non finisce qua, questi due alimenti hanno anche altro in comune: entrambi riescono ad migliorare la capacità di digestione del lattosio. Ciò spiega perché, in molti casi, gli intolleranti al lattosio non abbiamo problemi a consumare yogurt o kefir nonostante questi lo contengano.

Da cosa è composto il kefir?

Definire la composizione nutrizionale del kefir non è affatto semplice perché dipende dall’origine del latte e dei grani utilizzati, ma anche dal tempo e dalla temperatura di fermentazione e dalle condizioni di conservazione. Possiamo affermare, tuttavia, che sono presenti proteine, grassi, zuccheri e minerali.

Durante la fermentazione del latte con i batteri presenti nei grani di kefir, le proteine vengono digerite (ridotte in aminoacidi), e la bevanda ottenuta presenterà un elevato contenuto di aminoacidi. Quelli più presenti sono la lisina (utile per la produzione di ormoni e anticorpi), la isoleucina (usata per la sintesi di proteine, soprattutto quelle muscolari) e la fenilalanina (che serve per la sintesi di qualsiasi tipo di proteina). Il kefir, inoltre, è un’importante fonte di vitamine soprattutto del gruppo B, ma anche C, A e K, e di minerali quali magnesio, calcio e fosforo.

Cosa fanno i microorganismi del kefir agli altri batteri?

Molti studi in vitro hanno anche dimostrato la capacità antimicrobica del kefir, soprattutto contro microorganismi che causano infezioni gastrointestinali (Escherichia coli), respiratorie (Staphylococcus aureus), candidosi (Candida albicans), ecc. Questa capacità sembrerebbe dovuta al fatto che i microorganismi contenuti nel kefir competono con quelli patogeni per le sostanze nutrienti. Insomma, i batteri del kefir sconfiggono i nemici lasciandoli senza cibo. Inoltre, uno studio clinico fatto su persone con dispepsia e infezione da Helicobacter pylori, ha evidenziato che il kefir è in grado di ridurre la concentrazione di questo batterio così come alcuni sintomi correlati quali diarrea, dolore addominale e nausea.

…E alla flora batterica?

I batteri non sono tutti uguali, non causano tutti infezioni e malattie, anzi, molti di questi ci difendono. Tra i batteri “buoni” abbiamo quelli che vivono nel nostro intestino e costituiscono la flora batterica intestinale. Bisogna sempre prenderci cura di questi microorganismi che vivono dentro di noi stando attenti a cosa mangiamo. Alcuni cibi, infatti, tra cui il kefir, nutrendo i batteri intestinali ne permettono la sopravvivenza e la crescita. In particolar modo è emerso che il kefir aumenta la concentrazione di batteri quali Lactobacillus, Lactococcus e Bifidobacterium (micro-organismi probiotici che apportano benefici alla nostra salute).

Quali sono gli altri benefici del kefir?

Molto spesso vengono attribuiti al kefir molti altri benefici, oltre alla capacità di favorire l’assorbimento di lattosio e di contrastare l’Helicobatcer pylori che abbiamo già descritto.

Nonostante siano necessari ulteriori approfondimenti scientifici, in generale, il consumo quotidiano di kefir può aiutare a regolarizzare le funzioni intestinali, contrastare l’insediamento di germi pericolosi e stimolare il sistema immunitario del tratto digerente.

In attesa di approfondimenti scientifici, però, possiamo comunque affermare che il kefir sia ricco di probiotici e che quindi sia un’importante fonte di microorganismi “buoni” per il nostro intestino e per la nostra salute in generale.

Puoi approfondire questo e molti altri argomenti leggendo gli articoli pubblicati nel blog del sito metodoacpg.it e guardando le video pillole del Dottor Rossi nella sezione “domande frequenti”.

Ancora fame dopo cena o è più voglia di qualcosa di dolce?

Ti è mai capitato di aver fame poco dopo aver finito di mangiare? O magari di non saper rinunciare a quello sfizioso dolcetto dopo cena?

Spesso non riusciamo a comprendere il perché di quella voglia irrefrenabile di dolce o di quegli attacchi di fame che ci assalgono dopo cena, magari quando ci risvegliamo dal sonnellino sul divano. Cosa ci fa tornare ad aprire il frigorifero e ci invita al gustoso spuntino di mezzanotte?

Quella sensazione fastidiosa di fame può non essere semplicemente fame nervosa: possiamo pensare che sia un comportamento, un’abitudine, ma molto più probabilmente è tutta colpa della glicemia.

Il viaggio del cibo

Per comprendere cosa si nasconda dietro al desiderio irrefrenabile di mangiare, dobbiamo innanzitutto capire il viaggio che il cibo fa nel nostro organismo.

Quando mangiamo, il cibo arriva nello stomaco prima e nell’intestino poi, per essere digerito nei suoi vari nutrienti: tra questi, il glucosio viene assorbito per primo e passa nel sangue, facendo aumentare la nostra glicemia e innescando la produzione dell’insulina da parte del pancreas.

L’insulina, l’ “ormone del dopo pasto”, entra così in azione e facilita l’ingresso del glucosio nelle cellule, in particolare in quelle del cervello, del fegato e del muscolo: la glicemia scende drasticamente, tanto più se l’iniziale picco glicemico è stato elevato ed ha provocato un importante rilascio di insulina.  

Perché abbiamo fame?

Le variazioni dei livelli di glucosio nel sangue determinano la comparsa del senso di fame: quando la glicemia scende al di sotto della soglia di normalità, si ha fame.

Pasti che aumentano eccessivamente la glicemia innescano una risposta massiva dell’insulina, l’ormone che facilita l’assorbimento del glucosio dal sangue alle cellule, anche se si è appena finito un pasto abbondante.

Abbiamo quindi chiarito che la glicemia è il vero ago della bilancia.

Più mangi e più mangeresti? Per evitare di avere sempre fame o per ridurre quella voglia di dolce che ci assale dopo cena, dobbiamo evitare sin dal pasto principale alimenti che portino la glicemia a livelli eccessivi, per limitare così i successivi bruschi cali provocati dall’intensa risposta insulinica che sono alla base della frequente sensazione di fame.

Guardando quindi il grafico sopra, la nostra glicemia deve avere un andamento simile a quello della curva verde: immaginiamo che i picchi glicemici siano delle montagne, per avere un controllo ottimale della glicemia attraverso la scelta degli alimenti dobbiamo riuscire a raggiungere le colline (della normale glicemia) che determinano la comparsa della fame.

In conclusione, dobbiamo evitare che la nostra glicemia si comporti come quella curva rossa così bene evidenziata dal grafico.

Uno spuntino per contrastare la fame

La fame non si combatte mangiando di continuo, anzi: coloro che mangiano spesso hanno sempre più fame. La fame si combatte mangiando bene ad ogni pasto, cercando di controllare i picchi glicemici attraverso un’alimentazione consapevole.

In caso di fame improvvisa, per esempio, può essere utile fare degli spuntini vegetali. Il gusto dolce della frutta ed i vari sapori degli ortaggi, meglio se esaltati dalle spezie, stimolano i recettori della bocca e favoriscono la comparsa della sensazione di sazietà.

Allo stesso modo, se si desidera un dolcetto dopo cena, si può sostituire con una bevanda calda, che stimola la motilità intestinale, e con un po’ di frutta secca da masticare per bene e lentamente: la masticazione prolungata di per sé aiuta ad innescare la sensazione di sazietà, aiutando a dimenticare la voglia di dolce.

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Un nuovo alleato per il controllo del peso: il glucometro

Cos’è il glucometro?

Il glucometro è uno strumento che permette di misurare la glicemia, ovvero la concentrazione di glucosio nel sangue. È piccolo, portatile e facile da usare, studiato in modo tale da rendere la misurazione quotidiana della glicemia una pratica semplice e rapida.

Come si misura la glicemia?

Sarà sufficiente, dopo essersi lavati bene le mani, praticare una digitopuntura nella parte esterna del polpastrello. Premendo leggermente uscirà una goccia di sangue da far assorbire ad una piccola striscia inserita nel glucometro. Basterà adesso attendere pochi secondi e, sul display dello strumento, comparirà il valore della nostra glicemia.

Perché misurare la glicemia post-prandiale può essere utile per il controllo del peso?

Perché ci permette di capire quali sono i cibi più adatti al nostro metabolismo.

Dopo ogni pasto la glicemia si alza fino a raggiungere il suo massimo valore, il picco glicemico. Ogni pasto provoca un diverso picco glicemico: alcuni fanno alzare la glicemia bruscamente, altri in maniera lieve. Più è alto il picco glicemico, maggiore è il rilascio di insulina, più facilmente avverrà l’accumulo di grassi nel nostro organismo. Per evitare che i grassi si accumulino e per favorirne il consumo, dobbiamo scegliere cibi che mantengono la glicemia stabile.

Come facciamo a capire quali sono? Misurandoci la glicemia dopo ogni pasto. Minore sarà l’oscillazione della glicemia rispetto al valore di partenza, tanto più il pasto consentirà un utilizzo corretto dei carboidrati introdotti con la dieta, favorirà la riduzione della massa grassa e sarà utile al mantenimento della salute metabolica.

Quando effettuare le misurazioni?

Poiché è importante valutare la differenza tra la glicemia a digiuno e il picco glicemico post-prandiale, sarà necessario misurare entrambi questi parametri. Per conoscere la glicemia a digiuno basterà effettuare le misurazioni prima di colazione, pranzo e cena.

Clock face with 60 minutes timer. 3D rendering isolated on white background

Una volta ottenuti i valori possiamo prenderli come riferimento per i giorni a venire, senza bisogno di ripetere queste misurazioni quotidianamente. Per conoscere l’entità del picco glicemico, invece, la glicemia andrà misurata 60 minuti dopo la fine del pasto.

Il picco glicemico si verifica sempre 60 minuti dopo la fine del pasto?

Il picco glicemico dipende da molti fattori: da cosa mangiamo, in quale ordine, dal nostro metabolismo, dall’attività fisica che pratichiamo, ecc. Proprio per questi motivi non è detto che si verifichi sempre dopo 60 minuti dalla fine del pasto. La cosa più corretta da fare per monitorare l’andamento della propria glicemia sarebbe quello di costruire l’intera curva glicemica, effettuando le misurazioni prima del pasto, dopo 30, 60, 90 e 120 minuti. Questa pratica però è molto difficile da gestire nella quotidianità, abbiamo quindi pensato di semplificarla, suggerendo la misurazione dopo 1 ora dal pasto. Ciascuno, però, potrà aumentare il numero delle misurazioni in base alle proprie esigenze.

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Dalla colazione alla cena: come organizzare i pasti

4 suggerimenti per una perfetta giornata alimentare

Siamo abituati ad organizzare la giornata in base ai nostri impegni: lavoro, sport, commissioni, hobbies, ma spesso ci dimentichiamo un aspetto, quello alimentare. In questa quotidiana pianificazione, infatti, dovremmo dare la giusta importanza ai pasti, dedicandogli il tempo necessario ad apprezzarli ma anche a prepararli e, soprattutto, a scegliere cosa mangiare. La scelta del cibo da mettere in tavola è fondamentale e individuale, perché deve essere fatta in base alla nostra personale risposta al cibo. Dovremmo quindi scegliere in autonomia i nostri pasti, ma spesso sentiamo comunque l’esigenza di avere qualche consiglio.

Ecco di seguito 4 suggerimenti per una perfetta giornata alimentare:

1. Dividiamo la giornata alimentare in 3 pasti...più 2

I pasti principiali sono tre: colazione, pranzo e cena, ma a questi dovremmo aggiungere due spuntini. È consigliabile infatti mangiare circa ogni tre ore, cosicché non trascorra troppo tempo tra un pasto e l’altro. Questo è importante per tenere stabile il livello della glicemia. Il valore di glucosio nel sangue, infatti, dovrebbe rimanere stabile il più possibile per evitare bruschi sbalzi che potrebbero causare sovrappeso e obesità. Gli spuntini dovrebbero essere preferibilmente a base di frutta, mangiata come tale o utilizzata per farne dei frullati o delle centrifughe.

2. Scegliamo la colazione più adatta a noi.

Possiamo dividere la colazione in due tipi: glucidica (con dominanza di zuccheri) e proteica (dove prevalgono le proteine). Per capire quale delle due è più adatta al nostro organismo potremmo farci aiutare dalla misurazione della glicemia e, ovviamente, dal nostro medico.

Per le persone con valore di glicemia a digiuno superiore a 100 mg/dl è consigliabile fare una colazione proteica. Questa, prevedendo una quantità contenuta di carboidrati, permetterà un minore aumento della glicemia dopo colazione e quindi una minore secrezione di insulina. Come vantaggio avremo anche quello di avvertire più tardi il senso di fame. Gli alimenti su cui può basarsi questo tipo di colazione sono, ad esempio, uova, prosciutto crudo magro, tonno o ricotta vaccina. Oltre a questi, però, affinché il pasto sia bilanciato, è opportuno inserire degli alimenti glucidici come il pane di segale o integrale, oppure delle piccole porzioni di frutta.

Se invece vogliamo optare per una colazione glucidica, ci orienteremo su alimenti ricchi di carboidrati e magari una tazza di latte vaccino parzialmente scremato oppure yogurt o latte vegetale.

3. Pranzo e cena: facciamo ordine

Ed eccoci arrivati ai due momenti fondamentali della nostra giornata alimentare. In questi due pasti è importante non solo stabilire cosa mangiare ma anche come mangiarlo, ovvero in che ordine. Per fare un pasto completo e soddisfacente, che sia anche sano, possiamo seguire quest’ordine:

  • Cominciamo con un piatto di verdura cruda mista di stagione. La verdura è particolarmente ricca di fibra idrosolubile che, una volta arrivata nell’intestino, richiama acqua formando un gel. Questo, oltre a svolgere un’azione protettiva nei confronti dei villi e delle cellule intestinali, esercita anche un’azione meccanica determinando un rallentamento nell’assorbimento di glucosio, ed evitando così bruschi rialzi di glicemia.
  • Passiamo poi a un piatto proteico (che può essere carne bianca, carne rossa, pesce) oppure a uno glucidico (farro, orzo, avena, riso integrale).
  • Nel caso in cui abbiamo optato per un piatto proteico, proseguiamo con un alimento a base di carboidrati, che può essere pane integrale di segale o di frumento, oppure i cereali integrali.
  • Terminiamo con della verdura cotta di stagione.

4. Mangiamo ciò che ci piace

Mangiare deve essere un piacere. Non rinunciamo ai cibi che amiamo a priori, solo perché pensiamo che potrebbero causarci un alto picco glicemico.

Verifichiamo!

Effettuando le misurazioni potremmo accorgerci che un alimento che credevamo non adatto alla nostra salute metabolica, se mangiato nelle giuste quantità e inserito nello schema alimentare appena descritto, mantiene la glicemia più stabile di quello che ci aspettavamo.

Scegliamo i cibi da mettere sulla nostra tavola in base alla glicemia post-prandiale, otterremo benefici in termini di salute e peso senza rinunciare al gusto.

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Scegli il latte che fa per te

IL LATTE: molti tipi, molti nutrienti, alcune idee per la colazione.

Il primo alimento di cui ci siamo nutriti, quello che ci ha permesso di crescere, la bevanda che ci dà il buongiorno ogni mattina, il sostituto della cena quando non abbiamo voglia di cucinare, uno degli ingredienti delle nostre torte, di cosa stiamo parlando? 

Del latte, una bevanda ricca di nutrienti: carboidrati, proteine, grassi, vitamine e sali minerali.

In particolar modo, il latte vaccino, quello più utilizzato, è composto per l’87% da acqua, per il 3,9% da grassi, per il 3,4% da proteine e per il 4,8% da lattosio, la componente glucidica del latte.

Lattosio e intolleranze

Spesso sentiamo parlare di lattosio associandolo all’intolleranza. Ma che cos’è l’intolleranza al lattosio?

Nel nostro intestino, una molecola di lattosio viene scissa in una di glucosio e una di galattosio. Queste due molecole vengono assorbite, passando così dall’intestino al nostro sangue: a permettere questa scissione è l’enzima lattasi.

La lattasi è sempre presente nei lattanti ma alcuni individui, crescendo, perdono questo enzima e con esso anche la capacità di digerire il lattosio. In queste persone, il lattosio che arriva al colon viene fermentato dalla flora batterica intestinale e provoca i problemi intestinali tipici dell’intolleranza.

Tra i più comuni sintomi ci sono: dolori e crampi addominali, digestione lenta, gonfiore addominale, flatulenza, meteorismo, mal di testa.

Non si tratta di un problema grave; basterà limitare il consumo di lattosio e i disturbi si ridurranno. 

E i formaggi?

Ecco una bella notizia per chi è intollerante al lattosio: non è necessario rinunciare anche a tutti i formaggi. Non tutti i derivati del latte contengono lattosio! 

Alcuni latticini ne contengono poco o addirittura non lo contengono affatto, e i formaggi stagionati ne sono un esempio.  

Latte vaccino: un alimento completo, fonte di proteine

Oltre al lattosio, altri elementi costitutivi del latte sono le proteine.

Quello vaccino in particolare ne contiene tre tipi: caseine, beta-lattoglobuline e le alfa-lattoalbumine.

Le caseine hanno una particolare struttura grazie alla quale riescono ad inglobare una grande quantità di calcio, magnesio, citrati e altre proteine (metionina, prolina e glutammina).

Le alfa-lattoalbumine e le beta-lattoglobuline, invece, rappresentano una straordinaria fonte di amminoacidi ramificati ma anche ormoni ed enzimi. Per l’apporto proteico e per la facilità di digestione, le lattoglobuline vengono inserite spesso in integratori da assumere poco prima dell’attività fisica, in modo tale da fornire ai muscoli energia da bruciare.

Le caseine, invece, avendo un assorbimento più lento ma svolgendo un’importante funzione anti-catabolica (evitano l’utilizzo delle proteine dei muscoli per produrre energia) vengono utilizzate in integratori per il recupero dell’energia post-allenamento.

Infine, il latte vaccino è sicuramente ricco di calcio, ma contiene anche fosforo, potassio, magnesio, zinco e selenio ed è un’importante fonte di vitamine del gruppo B.

Il corretto apporto di calcio

Insomma, il latte vaccino è un alimento completo dal punto di vista nutrizionale.

Ma quanto dovremmo berne? 

Le linee guida per una sana alimentazione italiana consigliano, nell’ambito di un’alimentazione corretta, 3 porzioni giornaliere di latte o yogurt (una porzione = 125ml di latte o 125g di yogurt) e 2-3 porzioni alla settimana di formaggio fresco (100g ciascuna) o stagionato (50g)[1].

Il latte e i suoi derivati infatti rappresentano un’importante fonte di nutrienti a tutte le età. 

Sono in pochi in Italia a seguire queste linee guida e la maggior parte della popolazione consuma meno latte e yogurt di quello raccomandato mentre eccede con i formaggi. 

Questo è vero soprattutto per le donne, dove lo scarso consumo di latte provoca un basso apporto di calcio con conseguenze sulla crescita e sulla massa ossea, sul rischio di diabete, malattie cardiovascolari e tumori.

[1] Linee guida per una sana alimentazione italiana, SINU 2014.

Il latte di capra

Un’alternativa al latte vaccino è rappresentata dal latte di capra, che ha caratteristiche nutrizionali molto rilevanti. 

I suoi acidi grassi a catena corta hanno un ruolo nutrizionale di grande interesse per l’intero sistema gastroenterico. 

Questi infatti sono utilizzati a fini energetici dalle cellule dell’intestino, condizionano in modo favorevole la digestione e l’assorbimento delle molecole nutrienti introdotte con gli alimenti giornalieri (in particolare in soggetti celiaci e con intolleranza al glutine), e contribuiscono a ripristinare l’igiene e il benessere intestinale.

I latti vegetali

Tutti coloro che vogliono evitare il latte di origine animale potrebbero utilizzare quelli di origine vegetale.

Il consumo di queste bevande è sempre più diffuso. È spesso scelto dagli intolleranti al lattosio (per l’assenza di questo zucchero), da vegetariani o vegani, ma anche da chi vuole seguire un’alimentazione controllata. I latti vegetali infatti presentano, generalmente, una minore quantità di zuccheri rispetto al latte vaccino (eccezion fatta per il latte di riso).

In commercio ormai ne esistono numerose tipologie. Vediamone alcune:

  • Il latte di soia.

    È, dal punto di vista nutrizionale, quello più simile al latte vaccino, e ha un bilanciato profilo nutrizionale. È molto ricco in proteine e grassi (questi ultimi in quantità minore rispetto al latte vaccino), ma privo di colesterolo e inoltre contiene lecitina (molecola utile per il controllo dei grassi nel sangue). Il latte di soia è largamente consumato anche per il suo contenuto di isoflavoni, ai quali sono riconosciute proprietà anticancerogene.

 
 
  • Il latte di riso.

    Oltre a non contenere colesterolo, rappresenta una scarsa fonte di proteine e grassi. La maggior parte dell’energia ottenuta dal latte di riso infatti deriva dai carboidrati, in particolare dall’amido. Il latte di riso inoltre, specialmente se fatto in casa e non arricchito come quelli destinati al commercio, manca anche di minerali e vitamine come il calcio e la vitamina B-12.

 
 
  • Il latte di mandorle.

    È una bevanda con un buon contenuto di proteine, e acidi grassi monoinsaturi, capaci di ridurre i livelli di colesterolo “cattivo” e utili per il controllo del peso. Contiene inoltre fibre e minerali e rappresenta un’importante fonte di vitamine antiossidanti, soprattutto la Vitamina A e la Vitamina E.

 

 

  • Il latte di cocco.

    Ha un basso contenuto di carboidrati e le proteine sono del tutto assenti, ma è ricco in grassi saturi (generalmente associati a problematiche cardiovascolari). Tra questi grassi però c’è anche l’acido laurico che, secondo alcune ricerche, sarebbe in grado di aumentare i valori di colesterolo buono, contrastando così i danni del colesterolo cattivo.

 

 

Infine, nella maggior parte dei casi, i latti vegetali subiscono un’addizione di calcio per renderli più simili al latte vaccino in termini di contenuto di questo minerale. Sono necessarie però ulteriori ricerche per capire che conseguenze ha nel nostro organismo il calcio “addizionato”.

Come utilizzare il latte a colazione: l’alternativa al solito latte e caffè

Che sia animale o vegetale il latte è una bevanda utilizzata comunemente nella nostra alimentazione. Pensiamo a quanti cappuccini vengono serviti ogni giorno nei nostri bar!

Alcuni di voi però potrebbero essere stanchi della solita colazione e magari stanno cercando un’alternativa.

Il nostro consiglio per una colazione sana, gustosa, energica e completa è la crema Budwig o il Porridge. Si preparano velocemente e possono essere abbinati a una bevanda calda, come il tè verde. Riportiamo brevemente ingredienti e procedimento.

Crema Budwig

Ricca di acidi grassi polinsaturi, acido linoleico (Omega-6) ed acido alfa-linolenico (Omega-3), minerali e carboidrati a bassa densità glucidica, questa ricetta non richiede cottura ed è ben tollerata da tutti. In una scodella, versate tre cucchiaini di yogurt e 2 cucchiaini di olio di lino, quindi sbattete il composto con una forchetta fino a ottenere un impasto cremoso. Aggiungete, poi, del succo di limone e mescolate bene. Separatamente, macinate, fino a ridurlo in polvere, 2 cucchiaini del cereale integrale che preferite (riso, avena, farro, miglio) e aggiungete 2 cucchiaini di frutta secca (noci, mandorle, pinoli, sesamo). Unite tutto all’impasto di yogurt e olio di lino e mescolate delicatamente. Schiacciate bene con una forchetta una banana matura e aggiungetela agli altri ingredienti. Mescolate il tutto ancora una volta e, infine, aggiungete alla preparazione un frutto tagliato a pezzetti.

Porridge

Mettete a bollire una tazza di fiocchi d’avena con due tazze e mezzo di acqua (o latte). Aggiungete un pizzico di mela tagliata a fette, dell’uvetta e un cucchiaio di zucchero di canna integrale. Lasciate bollire su fiamma piccola per circa 10 minuti. Potete arricchire la preparazione con datteri, crema di sesamo o di mandorle, mandorle macinate, melassa nera di canna da zucchero, cannella, zenzero secco oppure cardamomo.

Dubbi, domande curiosità?

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Dimagrire velocemente porta a risultati duraturi?

Diete ipocaloriche o alimentazione consapevole?

Ormai parole come “ipocalorico” o “dietetico” e slogan come “perdi peso velocemente” fanno parte del nostro quotidiano… Chi non ha mai ceduto alla tentazione di una dieta estrema in vista della prova costume?

Sottoporsi di tanto in tanto a regimi “ipocalorici” è un errore comune, che spesso si associa a comportamenti alimentari diseducativi o a rapido aumento di peso, dopo un primo calo ponderale.

Tuttavia, sono i nutrienti introdotti con l’alimentazione, e non le calorie ingerite, a esercitare una grande influenza su tutte le cellule dell’organismo, inducendo delle variazioni metaboliche e ormonali giornaliere, diverse da individuo a individuo.

Per mantenere il proprio peso forma non serve dimagrire velocemente, e tantomeno ridurre le calorie. Anzi! Per questo motivo, è innanzitutto fondamentale conoscere il proprio corpo, per poi scegliere l’alimentazione più adatta a raggiungere e mantenere il proprio peso forma.

Nel corpo umano le calorie non esistono

Un regime “ipocalorico” prevede un ridotto apporto energetico quotidiano (circa 1200 kcal), generalmente inferiore rispetto al fabbisogno giornaliero dell’individuo: si basa, cioè, sulla restrizione alimentare e sull’apporto “calorico” degli alimenti.

Sullo stesso principio si fondano anche le diete a bassissimo introito energetico o VLCD (“Very low calorie diet”), che prevedono un apporto giornaliero di sole 500-800 kcal circa.

Tuttavia, all’interno del nostro organismo non esistono le calorie, ma le molecole introdotte con i pasti. Perché allora parliamo di “calorie”?

Cosa sono le calorie?

Facciamo un passo indietro. Innanzitutto cos’è una caloria?

La caloria è definita come la quantità di calore necessaria per innalzare la temperatura di un grammo di acqua di un grado, da 14,5 a 15,5 °C . Per indicare il valore energetico dei cibi si usa la kilocaloria (kcal):

1 kcal = 1.000 calorie

Le calorie sono utilizzate per descrivere il contenuto energetico degli alimenti e vengono rilevate attraverso strumentazioni specifiche, credendo che nel corpo umano questo valore corrisponda esattamente a quello registrato dagli strumenti, ma non è sempre così.

Ad esempio, la fibra alimentare non viene né digerita né assorbita dall’intestino: non fornisce nessuna caloria all’interno dell’organismo. Al contrario, nel calorimetro (lo strumento usato per la misurazione delle calorie fornite dagli alimenti) la fibra brucia e fornisce calore, quindi viene registrato il suo potere calorico, che non è lo stesso nel corpo umano.

Cibi diversi possono avere lo stesso numero di calorie, ma effetti opposti

Possiamo mangiare cibi diversi che, secondo il calorimetro, forniscono lo stesso numero di calorie, ma che tra loro si differenziano per la composizione in molecole e nutrienti: un piatto di carne ed un piatto di pasta possono procurare le stesse calorie, ma rispettivamente riforniscono l’organismo di proteine e carboidrati. Questi nutrienti condizionano in maniera differente il metabolismo, a parità di calorie introdotte.

Risulta pertanto evidente la necessità di considerare un tipo di energia diverso da quella termica: quella delle molecole contenute negli alimenti.

È davvero possibile perdere 7 chili in 7 giorni?

Prima di comprendere l’importanza dei nutrienti contenuti nei cibi e del loro differente effetto sui diversi individui, si pensava che una stessa dieta fosse adatta a tutti e che bastasse ridurre l’apporto di calorie giornaliere per perdere peso.

Si ragionava nell’ottica di diete ipocaloriche miracolose o di pilloline magiche, che “sciogliessero” i grassi. Quante volte sarà capitato di imbattersi in frasi come “Taglio le calorie, così dimagrisco”?

Con il passare del tempo, tuttavia, si è compreso che, sì, queste diete ipocaloriche sono utili per perdere peso velocemente, ma che al tempo stesso il loro effetto è parziale e non duraturo: la massa grassa rimane, anche se il peso corporeo diminuisce.

Cosa succede se si dimagrisce in fretta con una dieta ipocalorica?

  • I chili persi sono da imputare ad una riduzione della massa magra e del contenuto corporeo di acqua, solo in minima parte della massa grassa. Questo significa che il peso perso è fatto di acqua e muscoli, mentre il grasso rimane sostanzialmente intatto.
  • Dopo alcune settimane si manifesta un blocco nella perdita di peso.
  • La fame costante spesso induce ad interrompere la dieta.
  • Quando si riprende a mangiare normalmente, si recupera tutto il peso perso, rischiando un incremento della massa grassa: si manifesta cioè un evento noto come “effetto yo-yo”.

Diete lampo ed effetto yo-yo

Quanto spesso abbiamo sentito qualcuno lamentarsi di aver ripreso peso rapidamente dopo una dieta ipocalorica drastica? Si tratta di un’esperienza comune: un regime dimagrante è efficace nell’immediato, ma dopo poco tutti i chili persi si ripresentano, a volte con gli interessi.

È quello che comunemente conosciamo come “effetto yo-yo”, una conseguenza della eccessiva riduzione dell’assunzione di carboidrati e lipidi (quindi di “calorie”); esso consiste nell’oscillazione del peso, che diminuisce o aumenta quando a diete ipocaloriche molto restrittive si alternano periodi di regime libero.

Il controllo dell’apporto energetico giornaliero è necessario per la gestione della massa adiposa corporea, ma non è sicuramente sufficiente a recuperare e mantenere il proprio peso forma.

Il ruolo degli adipociti

In situazioni di obesità o sovrappeso, gli adipociti (cioè le cellule che costituiscono il grasso corporeo) aumentano sia per numero che per dimensioni: si osservano rispettivamente il fenomeno dell’IPERPLASIA (aumento del numero di cellule) che dell’IPERTROFIA (aumento del volume cellulare).

Riducendo la quantità di carboidrati e lipidi assunti quotidianamente, si può avere una riduzione del volume degli adipociti precedentemente ingrossati, ma il loro numero non può diminuire. Ecco perché gli individui obesi, se sospendono il loro regime dietetico “ipocalorico”, riacquistano gran parte del peso perso nel breve termine.

Gli adipociti vuoti assumono una forma stellata oppure divengono fusiformi: sono pronti ad accogliere prontamente i lipidi, non appena viene ripristinata una normale alimentazione.

Studi recenti ipotizzano, inoltre, l’esistenza di una relazione tra numero di adipociti e regolazione dell’appetito: se è presente un elevato numero di cellule adipose “svuotate” a seguito di una dieta ipocalorica, questo è responsabile dello stimolo della fame, che rende così difficile seguire una dieta restrittiva a chi possiede accumuli importanti di grasso corporeo.

Tutti questi processi facilitano, pertanto, l’aumento di peso a seguito di una dieta che aveva portato a dimagrire in fretta.

Dimagrire e perdere peso non sono la stessa cosa

Questi regimi dimagranti basati sulla drastica riduzione dell’apporto calorico giornaliero e da realizzare in un tempo limitato molto spesso comportano errori nutrizionali. Il principale rischio di ridurre le calorie introdotte senza prestare attenzione alla composizione dei propri pasti è quello di mirare al solo calo ponderale: si può quindi arrivare alla perdita di acqua e muscoli, ma non di grasso.

Il peso corporeo che si legge sulla bilancia è dato dalla somma dei pesi di varie componenti dell’organismo: acqua, massa magra muscolare, grasso corporeo, ossa, visceri.

“Dimagrire”, tuttavia, significa ridurre la quota di grasso corporeo, senza andare a compromettere il tessuto muscolare o la percentuale di acqua del nostro corpo.

Per questo motivo, prima di intraprendere una dieta, può essere utile sottoporsi ad una valutazione della propria composizione corporea per conoscere volume e peso dei vari compartimenti dell’organismo. È fondamentale capire quanto grasso possiamo effettivamente perdere e, soprattutto, se sussistono situazioni particolari alla base del proprio aumento ponderale.

In questo modo si può orientare la propria alimentazione in maniera specifica per il proprio corpo, i propri gusti ed il proprio stile di vita.

Il cibo ha, sulla tavola, la stessa composizione in principi nutritivi per tutti, quello che cambia è l’organismo che si alimenta: ognuno di noi ha un proprio metabolismo, profilo ormonale, intestino e condizioni clinico-patologiche uniche.

Dimagrire lentamente per restare in forma

Il tessuto adiposo, cioè il nostro grasso corporeo, rappresenta la riserva energetica dell’organismo ed è fondamentale per il mantenimento della temperatura corporea, oltre che per la funzionalità del cuore, dei muscoli ed altri organi vitali.

Quando il corpo ha bisogno di energia, gli adipociti liberano gli acidi grassi, che, legandosi all’albumina (una proteina del sangue che svolge una funzione di trasporto), raggiungono il circolo sanguigno e possono poi essere trasferiti nelle cellule dell’intero organismo.

In presenza di una dieta ipocalorica, una riduzione troppo drastica e repentina dell’assunzione di carboidrati e lipidi attiva le riserve del grasso corporeo, che quindi vengono consumate rapidamente.

Perchè si blocca la perdita di peso

Questa brusca riduzione delle riserve adipose viene però registrata dall’ipotalamo, una importante area del cervello che monitora i parametri vitali dell’organismo ed è in grado di rilevare condizioni di pericolo e/o stress metabolico.

L’ipotalamo attiva, infatti, un meccanismo di “risparmio energetico” per preservare l’organismo dalla eccessiva perdita di grasso, conseguente al forzato dimagrimento.

La perdita di grasso viene quindi bloccata: questo spiega perché se si vuole dimagrire in fretta, spesso la dieta funziona nelle fasi iniziali ma poi la sua efficacia sembra diminuire.

Diete molto restrittive o diete “miracolo” che permettono una perdita rapida del peso corporeo devono essere superate da un modello che preveda il “partire lenti ed andare piano”: ogni processo di modifica del peso corporeo deve avere un andamento lento, graduale e progressivo per permettere all’organismo di adattarsi alle variazioni subite.

Dimentica la dieta ipocalorica...

Fino a questo punto, parlando di “dieta ipocalorica”, si è descritto un regime dimagrante basato sulla riduzione dell’apporto calorico giornaliero, da realizzare in un tempo limitato con il fine di ottenere un dimagrimento rapido.

Tuttavia, considerare una dieta come una restrizione alimentare basata sul solo calcolo delle calorie giornaliere in entrata potrebbe portare ad una scelta degli alimenti unicamente in base al loro valore calorico, senza considerarne l’apporto nutrizionale.

Ossessionati dalle calorie, abbiamo dimenticato il valore nutrizionale del cibo che ingeriamo: le molecole introdotte con l’alimentazione interagiscono con il nostro corpo, a livello metabolico, ormonale e genetico.

Seguendo mode o regimi alimentari restrittivi, ci siamo concentrati sul cibo, dimenticando il nostro corpo.

Questo, tuttavia, più dimagrisce in fretta, più ci restituisce i chili persi con gli interessi; bisogna avere pazienza: dimagrire sì, ma con una alimentazione equilibrata e variata, da portare avanti nel tempo.

...passa all'alimentazione consapevole!

Per questo è fondamentale rivisitare il concetto stesso di “dieta”, per recuperare il suo significato originario nella lingua greca: un complesso di norme di vita il cui fine è mantenere lo stato di salute.

Non si dovrebbe parlare più di “dieta”, come un regime alimentare concepito per durare un tempo limitato e ben definito, ma di “alimentazione consapevole”, un modello in cui l’attenzione alla salute passa attraverso l’alimentazione e dura per tutta la vita.

Acquisendo la consapevolezza necessaria per costruire un’alimentazione personalizzata valida per sempre, si ha, infatti, l’opportunità di perdere peso mangiando in base alle proprie personali risposte al cibo, in maniera autonoma.  

Sappiamo però che non è affatto semplice individuare una strategia alimentare corretta e personalizzata, unica per le proprie esigenze di salute. Proprio per questo ti supporteremo durante tutto il tuo percorso attraverso seminari on demand, articoli, notizie e consigli, disponibili sul sito metodoacpg.it, offrendoti la possibilità di conoscere un metodo innovativo per la gestione della tua alimentazione consapevole.

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Colesterolo alto? Fai attenzione a cosa mangi a cena

Cos'è il colesterolo

Il colesterolo è un grasso presente nel sangue che viene prodotto dall’organismo per la maggior parte, e solo in minor percentuale introdotto nel corpo con la dieta. Costituisce il 20% della membrana di ogni cellula umana. 

Il colesterolo è una molecola vitale per il corpo umano, essenziale per la produzione di ormoni sessuali maschili e femminili, ormoni del surrene, e vitamina D.

Andando avanti con gli anni il livello di colesterolo nel sangue aumenta, perché l’organismo produce meno ormoni, meno vitamina D, e riduce la formazione di nuove cellule.

Con  l’età, infatti, il ricambio delle cellule nell’organismo si riduce in modo significativo: meno cellule e meno fibre muscolari quindi il colesterolo prodotto è sempre meno necessario, non viene più consumato e quindi rimane in circolo nel sangue.

Colesterolo "buono" e "cattivo": HDL e LDL

Ma quali sono i livelli “normali” di colesterolo? La risposta dipende dal tipo di colesterolo che prendiamo in considerazione. 

Nel sangue, infatti, ne esistono diverse forme, ciascuna delle quali ha i suoi valori di riferimento.

Quando si parla di colesterolo HDL (dall’inglese High Density Lipoproteins), comunemente detto “colesterolo buono”, in realtà stiamo parlando di lipoproteine che si muovono dagli organi e dai tessuti verso il fegato, promuovendo l’eliminazione del colesterolo.

Il colesterolo LDL (dall’inglese Low Density Lipoproteins), detto colesterolo “cattivo”, compie il percorso inverso, dal fegato si sposta verso gli altri organi e tessuti per essere utilizzato. Succede però che, soprattutto quando è presente nel sangue in alte quantità, questo possa accumularsi nella parete delle arterie contribuendo alla formazione di placche aterosclerotiche pericolose per la salute cardiovascolare. 

I valori di HDL, LDL e colesterolo totale

HDL: il livello non dovrebbe scendere al di sotto 50 mg/dl. Il valore corretto è quindi superiore a 50 mg/dl.

LDL: non dovrebbe superare i 100 mg/dl. Il valore corretto è quindi inferiore a 100 mg/dl.

Per quanto riguarda invece il colesterolo totale (LDL + HDL), sarebbe bene non superasse i 200 mg/dl.

Il colesterolo vien di notte...

La presenza del colesterolo nell’organismo è determinata in parte dalla sua introduzione attraverso l’alimentazione giornaliera, anche se la maggior parte di quello contenuto nel corpo umano viene prodotto direttamente dalle nostre cellule (colesterolo endogeno). Quindi, se con una corretta alimentazione giornaliera possiamo contribuire a tenere sotto controllo eventuali valori a rischio, dobbiamo anche fare in modo di limitare i “danni” che il colesterolo endogeno può causare. 

La prima regola è quella di mangiare in maniera corretta soprattutto a cena perché il colesterolo… vien di notte. 

Si dice che “il colesterolo vien di notte”, infatti, perché il corpo umano lo produce proprio nel cuore della notte, verso le ore 02:00

Certo, la sua produzione è geneticamente programmata da individuo a individuo, ma la quantità globale è dipendente dalla presenza di insulina proprio nella notte

Facendo attenzione al cibo che mettiamo a tavola, in particolare agli alimenti ricchi di carboidrati (pane, pasta, pizza, riso, cereali, dolci…) a cena, si ottiene un controllo della glicemia e della conseguente secrezione di insulina con il risultato finale di abbassare la produzione epatica di colesterolo.

La cena abbondante fa aumentare il colesterolo

Ormai è assodato: la cena, in particolare, è diventata il pasto italiano con il più alto apporto energetico della giornata e spesso non si tiene conto che il corpo umano ha ritmi metabolici e ormonali del tutto contrari a questo modello di vita e di alimentazione. 

Cioè, proprio quando l’organismo richiede la minore quantità di cibo e di energia, si tende a mangiare di più! Questo errore alimentare causa un aumento di peso corporeo dovuto all’accumulo di grasso derivato dall’energia introdotta e non bruciata

Un eccesso alimentare a cena procura anche un aumento di colesterolo poiché a seguito di un pasto serale abbondante aumenta la glicemia, con conseguente aumento della secrezione dell’insulina. 

L’elevato livello di insulina raggiunto nella tarda serata stimola, a sua volta, l’enzima HMG CoA-reduttasi che innesca la produzione di colesterolo endogeno nel fegato.

Si può arrivare in queste condizioni a produrre fino a circa 2g di colesterolo ogni notte (teniamo presente che il colesterolo che si può assumere con un pasto, anche molto ricco di grassi, generalmente non supera i 300 mg).

Cosa mangiare a cena per controllare il costerolo

Ciò che possiamo fare per contenere la produzione di colesterolo durante la notte è mangiare correttamente a cena, prediligendo un pasto proteico, con dominanza quindi di proteine sui carboidrati.

Il pasto dovrebbe essere così organizzato:

  • Verdura cruda
  • Alimento proteico animale o vegetale (legumi, soia e alimenti derivati)
  • Verdura cotta
  •  Pane

È consigliabile consumare la porzione di verdura cotta sotto forma di minestrone, passato o crema vegetale per ottenere una sana digestione notturna.

Assicuratevi di variare la scelta degli alimenti proteici. In una settimana, a cena, dovreste prevedere:

  • pesce: almeno 2 porzioni;
  • carne bianca: 1 porzione;
  • carne rossa: 1 porzione;
  • formaggio fresco e molle o uova oppure prosciutto crudo magro o bresaola: 1 porzione;
  • piatti proteici vegetali (legumi, soia e alimenti derivati): 2 porzioni.

Consigli per tenere il colesterolo sotto controllo

Oltre a prestare attenzione all’organizzazione della cena, possiamo controllare il colesterolo, scegliendo consapevolmente gli alimenti da mettere in tavola durante tutta la giornata. Vediamo insieme, quindi, alcuni semplici consigli alimentari: bastano pochi accorgimenti per fare molto.

Il ruolo delle fibre

Per mantenere sotto controllo il colesterolo è opportuno evitare brusche variazioni di glicemia.

Proprio per questo è fondamentale includere nella nostra alimentazione un’abbondante quantità di fibra alimentare idrosolubile.

Questa infatti ha un ruolo primario nel controllo dell’assorbimento del glucosio, ma anche degli acidi grassi e del colesterolo.

Quando la fibra viene ingerita, insieme all’acqua presente nell’intestino tenue (bevete sempre, prima e durante il pasto!), forma un gel che agisce sui villi intestinali: “porte” attraverso le quali le molecole nutrienti contenute negli alimenti entrano dall’intestino nel sangue, governando l’entrata graduale del glucosio e degli acidi grassi nel sangue.

In questo modo, non si hanno bruschi e rapidi incrementi di glicemia dopo il pasto. Eppure, nell’alimentazione moderna, in cui si mangiano circa 3 kg di cibo al giorno, difficilmente si riesce ad assumere 30 g di fibra alimentare. Ecco perché, la verdura e gli ortaggi dovrebbero essere considerati vere e proprie “portate” e non un semplice contorno.

Occorre mangiare almeno due porzioni di vegetali per ogni pasto al fine di assicurare una dose adeguata di fibra alimentare.

I cereali integrali, nostri alleati contro il colesterolo

La scienza ha ormai ampiamente provato i tanti meriti dei cereali integrali per la nostra salute.

Avena, riso integrale, farro decorticato o perlato, frumento, grano saraceno, kamut, miglio, orzo mondo e perlato, quinoa, segale e cereali in fiocchi forniscono amido, proteine, minerali, vitamine e molecole nutrienti attive nel metabolismo cellulare e nella protezione contro le aggressioni ossidative dei radicali liberi dell’ossigeno.

Grazie alla presenza dei fitosteroli (sostanze vegetali strutturalmente simili al colesterolo), sono degli importanti alleati contro il colesterolo.

In particolare, a questo scopo, un’importante azione è svolta da orzo, avena e segale, grazie alla loro generosa dose di pectine, emicellulose, mucillagini.

I cereali integrali, inoltre, grazie al più alto contenuto di fibre rispetto a quelli raffinati, inducono un maggiore senso di sazietà, aiutano la motilità intestinale e la liberazione dalle scorie.

Meglio mangiare carne o pesce?

Per tenere sotto controllo il colesterolo è fondamentale fare scorta di pesce azzurro (sarde, alici, sgombro…) e salmone.

Il pesce azzurro ha un alto contenuto di Omega-3, utili a proteggere il cuore, controllare il colesterolo, i trigliceridi e la pressione sanguigna.

Questi acidi grassi polinsaturi sono molecole essenziali anche per la modulazione genica degli adipociti. Ne andrebbero consumate almeno due porzioni nella settimana.

Anche le proteine animali derivate da carne rossa, carne bianca, salumi e formaggi, che notoriamente possono essere fonti di colesterolo, se consumate nelle giuste porzioni, non vanno certamente demonizzate, l’importante è non abusarne.

Il latte? Meglio vegetale

Il latte di origine vegetale, rispetto a quello animale, è più indicato per le persone che presentano livelli elevati di colesterolo nel sangue.

Il latte di soia e di riso infatti non contengono colesterolo. 

Inoltre il latte di soia, rispetto a quello bovino contiene lecitina (molecola utile al controllo dei grassi nel sangue) e meno grassi, e grazie all’assenza di lattosio è estremamente digeribile

Anche il latte di riso è di facile digestione, non contiene glutine e ha un buon contenuto di proteine vegetali, minerali e vitamine.

Evitiamo i grassi

3-4 ore dopo l’inizio di un pasto si manifesta il picco lipemico, ovvero il picco post-prandiale dei trigliceridi, la più alta concentrazione di lipidi (grassi) nel sangue

Questo valore dipende sia dai lipidi introdotti con l’alimentazione (esogeni), sia da quelli prodotti dal fegato (endogeni). Valori elevati di lipidi nel sangue condizionano il valore del colesterolo totale ed in particolare del colesterolo LDL

Inoltre, per controllare il livello di grassi nel sangue e soprattutto l’accumulo di questi come massa adiposa, è importante evitare o limitare l’assunzione di pasti ricchi di carboidrati glicemici e acidi grassi saturi (derivati da alimenti animali) favorendo il consumo di alimenti con acidi grassi monoinsaturi e insaturi di origine vegetale e marina.

MAI eliminare i carboidrati!

Nella corretta alimentazione per contrastare il colesterolo è tanto importante evitare certi alimenti quanto non rinunciare ad altri. 

Nonostante per contenere la sintesi di colesterolo sia opportuno evitare brusche variazioni di glicemia, soprattutto la sera, è fondamentale NON eliminare mai i carboidrati dalla propria alimentazione. 

Molto spesso chi vuole perdere peso velocemente si affida a delle diete (ad es. quelle low carb) che prevedono una drastica riduzione del consumo di carboidrati. Questa scelta ci porta ad una carenza di glucosio che, se prolungata nel tempo, rappresenta una condizione di grande stress per il nostro organismo, chiamata chetosi. 

La chetosi è come un “Giano bifronte”: ha una faccia seducente perché porta alla perdita di peso corporeo ma l’altra faccia, quella aggressiva e tossica, causa un aumento del valore del colesterolo nel sangue e una condizione di ipotiroidismo indotto da dieta-carestia con valori dell’ormone T3 ridotti, temperatura corporea al di sotto di 36 °C e continua sensazione di freddo. 

Ma le conseguenze della chetosi non finiscono qui. Il cervello attinge energia dal glucosio. Se non si introducono per più giorni i carboidrati, l’ipotalamo registra questa situazione di carestia e attiva l’ormone ACTH (prodotto dall’ipofisi), che stimola il surrene a produrre il cortisolo, ormone che agisce trasformando le proteine e gli aminoacidi derivati dai muscoli in glucosio.

Questo scenario ormonale porta alla riduzione della massa magra muscolare.

Per controllare il colesterolo è fondamentale mangiare in maniera appropriata, scegliendo consapevolmente gli alimenti che possono ridurne i valori ed evitando quelli che potrebbero aumentarli.

Sappiamo però che gestire in maniera autonoma un’alimentazione corretta e personalizzata, unica per le proprie esigenze di salute, non è affatto semplice.

Proprio per questo ti diamo la possibilità di partecipare ai nostri seminari online GRATUITI, durante i quali avrai la possibilità di conoscere un metodo innovativo per la gestione della tua alimentazione consapevole.

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Grande successo di pubblico per i seminari del metodo ACPG

Aboca investe sulla salute delle persone, e la risposta del pubblico non si fa attendere

Grande successo per i seminari online sul metodo ACPG del dottor Pier Luigi Rossi

Il tema de ‘la salute a tavola’ è ai primissimi posti nel ranking degli interessi degli italiani.

Questo è quanto emerge dai primi dati disponibili relativi alla partecipazione e al coinvolgimento degli utenti ai seminari online curati dal dottor Pier Luigi Rossi sul sito https://metodoacpg.it/.

L’interesse dimostrato è tanto che fin dall’ultimo seminario, e per i prossimi due seminari in calendario (quelli del 16 maggio e del 25 giugno dalle 13.00 alle 14.00), è stato previsto un secondo appuntamento in fascia serale, dalle 21.00 alle 22.00.

Tanti..ma quanti?

I dati mostrano ben:

  • 24.000 iscrizioni ai primi quattro seminari sul tema ‘alimentazione consapevole del picco glicemico’ (metodo ACPG), e
  • 170.000 utenti unici sul sito dedicato al metodo ACPG!

A testimonianza che nonostante le difficoltà derivanti da un ambiente che spesso propone stili di vita poco sani, la tendenza delle persone a ricercare un maggior controllo sulla propria vita – soprattutto in ambiti come quello della salute – è un processo sociale inarrestabile e potente.

 

L’impegno di Aboca nella salute alimentare

L’impegno di Aboca declinato sul fronte dell’alimentazione, in linea con la propria vocazione aziendale tesa alla ricerca del Bene Comune, è quello di prendersi cura della salute alimentare delle persone diffondendo cultura e consapevolezza sulla scelta degli alimenti e promuovendo la salute metabolica di tutti gli individui.

Per rispondere a questa esigenza è nato il progetto del metodo ACPG (Alimentazione Consapevole del Picco Glicemico) con il dottor Pier Luigi Rossi, medico specialista in Scienza dell’Alimentazione.

Cos’è il metodo ACPG?

Il progetto prevede una serie di seminari in cui il dottor Pier Luigi Rossi spiega come il cibo incida sul profilo metabolico e ormonale dell’organismo, e l’importanza di contenere le oscillazioni del picco glicemico postprandiale per costruire un percorso di alimentazione sana ad personam.

L’iniziativa è in rete e con modalità di accesso gratuita, per essere accessibile al più ampio pubblico possibile. Partita il 4 marzo scorso proseguirà fino al 25 giugno 2019.

Il tutto corredato dalla spiegazione di precise tabelle alimentari, excursus su modelli nutritivi, scenari attuali e futuri e innumerevoli pillole scientifiche (accedi all’area riservata per avere accesso ai materiali gratuiti).

I partecipanti hanno la possibilità di fare domande direttamente al Dott. Pier Luigi Rossi e di ricevere una risposta; la maggior parte delle domande che, per ragioni di tempo, non ricevono risposta durante il seminario, sono poi oggetto di approfondimento in video pillole dedicate (presenti anch’esse nell’area riservata del sito).

Il metodo ACPG funziona?

Ad oggi sono già numerose le persone che hanno voluto lasciare una testimonianza personale dei benefici avuti seguendo il metodo ACPG, e le loro storie sono leggibili nella sezione testimonianze del metodo ACPG.

Il comune denominatore di tutte le esperienze vissute è quello di aver guadagnato un senso di benessere diffuso.

Ricordiamo, in tal senso, la valenza di questa iniziativa anche dal punto di vista della sanità pubblica.

Perché scegliere di iniziare a mangiare in maniera sana e consapevole?

In Italia ci sono

  • 22 milioni di persone in sovrappeso
  • 6 milioni di obesi

 e questo si traduce in un costo annuo di 22,8 miliardi di euro che gravano sulla spesa pubblica.

Obesità e malattie non trasmissibili minacciano i sistemi sanitari italiani e mondiali sia in termini di salute che di spesa pubblica, spesa che diverrà insostenibile se non verranno adottate politiche di prevenzione adeguate e correlate a programmi di gestione di altre malattie come diabete, ipertensione, dislipidemia, malattie cardio e cerebrovascolari, tumori e disabilità.

Nonostante tutte le campagne di sensibilizzazione il fenomeno non accenna a diminuire.

È proprio in questo contesto che il progetto del metodo ACPG, concepito per la diffusione della consapevolezza alimentare, si integra con la filosofia generale dell’azienda da sempre impegnata nel promuovere benessere a favore dell’Uomo e della Società tendendo verso una Crescita Qualitativa.

Inizia oggi il tuo percorso verso la salute

I prossimi appuntamenti dei seminari online saranno:

Il dottor Pier Luigi Rossi anche in tour live!

Il dottor Rossi, oltre a essere presente in rete, è anche protagonista del tour in giro per l’Italia

“La buona salute. Intestino, alimentazione consapevole e biochimica della gioia”.

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