Cos’è la sindrome metabolica? Scopriamolo insieme

La “sindrome metabolica” (o sindrome da insulino-resistenza) è una condizione clinica complessa in cui può incorrere il nostro organismo.

Ma cos’è realmente la sindrome metabolica? Quali sono le cause? Come identificare questo disturbo nel nostro organismo?

Conosciamo meglio questa “sindrome” sempre più diffusa tra la popolazione mondiale ma ancora poco riconosciuta e quindi spesso sottovalutata.

Una sindrome degli ultimi secoli

Questa particolare condizione clinica, in realtà, è nota sin dal tardo Settecento, quando Giovanni Battista Morgagni mette in luce una connessione tra alcune manifestazioni dell’organismo tipiche di differenti patologie: obesità e ipertensione arteriosa.

Nel Novecento, in Europa e negli Stati Uniti si continua a studiare con interesse crescente questo insieme di fattori predisponenti che, sempre più spesso, mostrano gravi conseguenze soprattutto a livello cardiovascolare

È alla fine degli anni Settanta che lo studioso tedesco Haller utilizza per la prima volta il termine “sindrome metabolica”, associando a questo disturbo sintomi riconducibili a diabete mellito, obesità e steatosi epatica. Da quel momento prendono il via una serie di studi clinici che hanno portato, oggi, a una conoscenza più precisa di questa combinazione di fattori di rischio.

Alterazioni metaboliche con origini multifattoriali

La parola ‘sindrome’ deriva dal greco e significa “concorso, affluenza”. Nel linguaggio medico, con questo termine si indica un insieme più o meno specifico di segni e sintomi non riconducibile a un unico fattore scatenante. ‘Metabolica’, invece, deriva da metabolismo, termine che a sua volta deve la sua origine al concetto di “mutazione, variazione, trasformazione” perché in effetti l’insieme delle trasformazioni chimiche che avvengono nelle cellule per produrre energia e nuova materia si chiama appunto metabolismo.

Appare chiaro che quando parliamo di sindrome metabolica ci troviamo quindi ad affrontare una situazione complessa, poliedrica: una vera e propria anomalia sistemica che ha il potere di cambiare il funzionamento del nostro metabolismo fino a causare l’insorgenza di un quadro clinico anche di grave entità.

La sindrome metabolica è strettamente collegata ad alcune variabili standard e fattori predisponenti, come l’età, il sesso, la genetica e lo stile di vita.

Molti degli studi condotti dimostrano una più alta manifestazione della malattia nei Paesi maggiormente sviluppati, come ad esempio negli Stati Uniti, dove i soggetti affetti da questa malattia sono per la maggior parte pazienti obesi con uno stile di vita poco salutare. L’eccesso di peso è dunque una delle principali cause di insorgenza della sindrome metabolica, al pari dell’adozione di uno stile di vita non salutare e dell’età che avanza.

I fattori scatenanti sono dunque numerosi, tanto quanto le conseguenze che ne derivano: questa particolare situazione, infatti, può condurre alla comparsa di serie minacce sul piano cardio-metabolico, associate ad un aumentato rischio di malattie croniche multiple, tra cui le malattie cardiovascolari e anche a malattie neurodegenerative (m. di Alzheimer, m. di Parkinson) e declino cognitivo fino alla demenza, la cui incidenza aumenta con l’aumento dell’età.

Come riconoscere una condizione di possibile sindrome metabolica?

L’obesità è sicuramente uno dei fattori scatenanti più importanti ma non è l’unico. Anche la sedentarietà e una dieta ricca di acidi grassi e zuccheri semplici, contribuiscono a peggiorare il quadro clinico. Vediamo in modo più approfondito quali possono essere alcuni indizi.

Uno dei primi segni che il nostro corpo “ci comunica” è l’aumento della circonferenza addominale. Infatti, per identificare la sindrome metabolica si parte proprio dalla misurazione della circonferenza addominale, seguita da quella della pressione sanguigna. È necessario poi controllare anche i livelli di glicemia e lipidi (grassi), rilevazioni ottenibili attraverso le analisi del sangue.

Ecco alcuni valori utili alla diagnostica della sindrome metabolica:

  • Circonferenza addominale ≥ 94cm nei maschi e ≥ 80 cm nelle femmine
  • Pressione arteriosa ≥ 130/85 mmHg o in terapia medica
  • Glicemia a digiuno > 100 mg/dl o diabete conclamato
  • Trigliceridemia ≥ 150 mg/dl
  • Colesterolo HDL < 40 mg/dl nei maschi e < 50 mg/dl nelle femmine

Se si riscontrano questi risultati è sempre bene consultare il proprio medico di base, accertandosi così che i valori possano condurre a una diagnosi accurata.

I primi segni, visibili e invisibili della sindrome metabolica

Per riconoscere la sindrome metabolica, uno degli indizi più importanti è la presenza di “obesità viscerale” cioè di un accumulo di grasso concentrato sulla fascia addominale. Un secondo indizio include anche la “resistenza insulinica” che consiste nella ridotta capacità delle nostre cellule, in particolare quelle del tessuto muscolare e adiposo, di rispondere correttamente all’azione dell’insulina e di utilizzare il glucosio come fonte di energia. A lungo andare, la resistenza insulinica potrebbe comportare:

  • ridotta utilizzazione del glucosio da parte dei muscoli;
  • aumento della sua produzione nel fegato;              
  • incremento dei livelli circolanti di acidi grassi che, nel fegato, determinano un aumento della produzione dei trigliceridi, del colesterolo LDL (colesterolo cattivo) e la riduzione del colesterolo HDL (colesterolo buono)              

Sindrome metabolica e alimentazione

La nostra alimentazione influenza anche la composizione della flora intestinale, chiamata microbiota, che è costituita da un’alta varietà di specie batteriche e da un sano equilibrio tra i vari elementi. Questo ecosistema promuove il corretto uso dell’energia proveniente dagli alimenti e l’integrità della mucosa intestinale, che rappresenta la prima barriera fisiologica nei confronti di agenti infiammatori.

Un’alimentazione scorretta può alterare la combinazione dei microrganismi simbiotici presenti nell’intestino, comportando un aumento dei batteri che inducono l’assorbimento dei grassi ingeriti e che producono sostanze infiammatorie. La permeabilità intestinale – ossia la capacità del rivestimento dell’intestino di farsi attraversare dalle sostanze nutritizie e altro – aumenta, generando il passaggio non fisiologico di sostanze infiammatorie nel sangue.

Tutto questo può andare a compromettere ulteriormente i complessi quadri clinici tipici della Sindrome metabolica.  

Quali sono le conseguenze della sindrome metabolica?

La sindrome metabolica è associata a sovrappeso e stili di vita scorretti che conducono a un accumulo di grasso a livello addominale, aumentando la resistenza insulinica e uno stato infiammatorio cronico di basso grado. Questo stato generale può costituire un fattore di rischio per il diabete e per le malattie cardiocircolatorie.

In queste condizioni, anche il fegato subisce una variazione del suo funzionamento: la ricezione di un eccesso di nutrienti (acidi grassi liberi e glucosio) e di molecole infiammatorie non permette al fegato di coordinare efficientemente le sue naturali funzioni, facendogli perdere anche la sua capacità di “regolatore metabolico”.

Si tratta di un circolo vizioso che mantenendosi nel tempo può compromettere lo stato generale di salute.

A fronte di queste considerazioni, però, sono pochissime le persone consapevoli del rischio che si corre non trattando la sindrome metabolica. Tranne per i soggetti già sottoposti a terapia per patologie come diabete, ipertrigliceridemia e ipertensione, è raro che si associ un girovita abbondante a livelli elevati di grassi nel sangue e livelli pressori alterati; tantomeno siamo portati a pensare che questi possano avere conseguenze così importanti per il nostro organismo.

Lo stile di vita conta!

Come abbiamo visto, la sindrome metabolica è una condizione complessa al punto da essere definita come “multifattoriale”. Ad aggravare questa condizione molto spesso concorrono uno stile di vita sedentario, che ci induce a rimanere inattivi per gran parte della giornata senza fare attività fisica.

Purtroppo oggi, sempre più frequentemente, questo problema si sta diffondendo anche tra i bambini e gli adolescenti. È bene ricordare quindi come l’intervento principale per prevenire questo tipo di problema parta dalla scelta di un’alimentazione corretta e da uno stile di vita sano.                                

Cosa fare per prevenire e per trattare la sindrome metabolica?

Ecco alcuni consigli utili:

  • una sana alimentazione insieme ad un corretto stile di vita (niente fumo, né alcol)
  • una regolare attività fisica (almeno 30 minuti di esercizio fisico aerobico, 3-5 volte la settimana)
  • controllo del peso corporeo e in particolare, della circonferenza addominale 

Ridurre i rischi per la salute è sicuramente il miglior modo di prevenire e accompagnare la cura di questa particolare condizione clinica.

In presenza di una diagnosi conclamata è corretto rivolgersi presso il proprio medico che consiglierà i migliori specialisti per una gestione multidisciplinare appropriata.

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Vitamina C: cos’è, come funziona e come farne il pieno!

A tutti è capitato, almeno una volta nella vita, di farsi una bella spremuta. Per alcuni è un piacere, per altri un ricordo d’infanzia legato all’influenza. Quella spremuta aspra che le nonne o le mamme ci costringevano a bere perché “la vitamina C ti aiuta a guarire più in fretta”.

Ma è vero? Davvero la vitamina C fa bene al nostro sistema immunitario? in che modo?

Scopriamolo insieme!

Cosa è la vitamina C?

La vitamina C è una molecola, chimicamente chiamata acido ascorbico, che prende parte a molte reazioni nel nostro organismo. Nonostante sia così importante per noi, il nostro corpo non la produce da solo né è in grado di fare delle scorte (è una vitamina idrosolubile pertanto non può essere accumulata). Sta a noi quindi assumerla quotidianamente attraverso il cibo.

A cosa serve?

La vitamina C ha un’azione antiossidante molto importante. Questa le permette di prendersi cura e di proteggere molecole vitali per noi e per le nostre cellule (proteine, lipidi, DNA e RNA), che vengono attaccate ogni giorno dai radicali liberi. La vitamina C riduce anche l’ossidazione delle LDL (lipoproteine a bassa densità), più comunemente conosciute come colesterolo cattivo. L’ossidazione di questo tipo di colesterolo, infatti, è da evitare perché è alla base della formazione delle placche aterosclerotiche che possono arrecare gravi danni alla salute. Inoltre, questa vitamina è utile alla sintesi del collagene, molecola strutturale di cui sono costituite le ossa ma anche le gengive, la pelle, i legamenti e i vasi sanguigni. Insomma, la vitamina C è davvero fondamentale.

Che benefici apporta al sistema immunitario?

Questo argomento è da molti anni oggetto di studi e discussioni. Che la vitamina C abbia un ruolo protettivo anche nei confronti del sistema immunitario è ormai certo ma come non è ben chiaro. Prendiamo in considerazione ad esempio i globuli bianchi, questi sono le cellule del sistema immunitario che attaccano qualsiasi microrganismo o agente che riconoscano come pericoloso per la nostra salute. Anche quando hanno la meglio, i globuli bianchi non escono illesi da queste battaglie. La vitamina C sembrerebbe in grado di proteggere queste cellule dai possibili danni e di favorirne gli spostamenti. In questo modo i globuli bianchi riuscirebbero a viaggiare più velocemente nel sangue e a raggiungere la zona attaccata dai patogeni. In ogni caso introdurre quotidianamente vitamina C è importante per la nostra salute.

Quanta ne devo assumere?

Il fatto che la vitamina C sia importante per il nostro organismo non vuol dire che più ne introduciamo meglio è. La dose giornaliera raccomandata è pari a circa 80 mg, che equivalgono più o meno a due arance. Introdurre questa vitamina in eccesso non rappresenta un grave danno perché viene eliminata attraverso le urine, ma sarebbe quanto meno inutile e potrebbe provocare anche qualche effetto collaterale come calcoli renali, diarrea e nausea. 

Cosa succede se non ne assumo abbastanza?

In passato tra i marinai era molto diffusa una malattia: lo scorbuto. Questa si manifestava con apatia, mancanza di appetito, ma anche sanguinamento delle gengive, perdita dei denti, dolori muscolari ed emorragie sottocutanee. Se ricordiamo i ruoli svolti dalla vitamina C non sarà difficile comprendere come tutti questi segni possano essere dovuti ad una sua carenza. I marinai, infatti, stando per mesi lontano dalla terra ferma non avevano a disposizione alimenti freschi, indispensabili per fare il pieno di vitamina C.  

Dove si trova

Sicuramente il primo alimento che ci viene in mente pensando alla vitamina C è l’arancia. Non vi piace? Non la digerite troppo bene? Nessun problema. Fortunatamente la vitamina C si trova in molti tipi di frutta e verdura. Ce n’è veramente per tutti i gusti!

Tra i frutti a maggiore contenuto di vitamina C abbiamo, oltre alle arance, anche kiwi, ribes, fragole, limoni, pompelmi e mandarini.

Ma non finisce qui. Possiamo assumere vitamina C anche attraverso le verdure. Tra quelle che la contengono di più abbiamo peperoni, rucola, lattuga, spinaci, cavoli di Bruxelles, cavolfiore e pomodori

Alcune raccomandazioni

Un po’ come fosse un farmaco anche la vitamina C ha delle raccomandazioni da osservare in modo da poterne trarre il massimo beneficio.

La vitamina C è molto potente ma anche molto delicata. Può essere, infatti, facilmente inattivata da acqua e ossigeno, ma niente paura. Basta seguire alcune raccomandazioni e otterrete tutta la vitamina C disponibile dagli alimenti che metterete in tavola.

  • Cercate di consumare la frutta o la verdura entro pochi giorni dall’acquisto.
  • Preferite, quando possibile, verdure crude o comunque poco cotte.
  • Se fate una spremuta bevetela immediatamente, non conservatela né a temperatura ambiente né in frigo.

Vi ricordiamo inoltre di mangiare ogni giorno 5 porzioni di frutta e verdura.

Se vuoi saperne di più sulle proprietà degli alimenti e che rapporto c’è tra alimentazione e molte patologie leggi gli altri articoli del blog oppure guarda le videopillole e i seminari del sito metodoacpg.it.

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Vitamina D, alimentazione & sistema immunitario

“La vitamina D rafforza le difese immunitarie”. Chissà quante volte abbiamo sentito dire questa frase, soprattutto in questo periodo. In effetti, tutti conosciamo la vitamina D per la sua importanza nello sviluppo delle nostre ossa, ma cosa c’entra con il sistema immunitario? Si tratta di una fake news o nasconde una verità? Facciamo chiarezza.

La vitamina D: conosciamola meglio

La vitamina D è una vitamina detta “liposolubile”: grazie alla sua struttura chimica, infatti, riesce a disciogliersi nei grassi.

Non solo: il termine vitamina D viene utilizzato per indicare in modo generico tutta una serie di molecole simili tra loro e con attività ormonale. La vitamina D è infatti in grado di modulare l’espressione genica delle nostre cellule grazie all’interazione con il suo recettore nucleare (VDR, “Vitamin D Receptor”). Grazie a questo suo meccanismo d’azione la vitamina D può svolgere tutte le sue attività:

  • Promuove l’assorbimento del calcio e del fosforo a livello intestinale, garantendone così livelli adeguati nel nostro organismo
  • Permette la fissazione del calcio a livello delle ossa, favorendo il benessere scheletrico
  • Favorisce la funzionalità di tutto il nostro sistema immunitario
  • Regolarizza la differenziazione e la proliferazione delle cellule della nostra pelle

Alcuni studi riportano anche potenzialità della vitamina D nella gestione del tono dell’umore, nella prevenzione cardiovascolare e di alcune forme tumorali, oltre che un ruolo di primaria importanza in sindrome metabolica, diabete e così via.

Dove si trova e quanta assumerne?

Non è facile stabilire il fabbisogno giornaliero di vitamina D, perché è molto soggettivo, ma in genere si aggira sui 5 nanogrammi al giorno; in ogni caso, la comunità medica indica come sufficiente quell’apporto giornaliero che permette di avere nel sangue più di 30 nanogrammi per mL di vitamina D.

Si possono raggiungere questi livelli assumendo una buona dose quotidiana di… Raggi solari! Sì, avete capito bene. Circa l’80% della vitamina D presente nel nostro organismo viene prodotta per esposizione della pelle al sole! Per cui basterà stare al sole ogni giorno per almeno mezz’ora, meglio anche se un’ora.

Questo perché nella nostra pelle è presente una molecola simile al colesterolo che rappresenta il punto di partenza per la formazione della vitamina D: esponendo la pelle ai raggi solari, questa molecola iniziale subisce una trasformazione in una forma intermedia, che poi fegato e reni modificano nella forma biologicamente attiva della vitamina D, pronta per svolgere tutte le sue azioni.

Ed il restante 20%? Questa piccola quota può essere integrata attraverso l’alimentazione: anche la vitamina D presente negli alimenti, una volta assorbita a livello intestinale, raggiunge fegato e reni, in cui viene attivata.

Ma non finisce qui! La vitamina D attiva viene poi immessa nel circolo sanguigno, dove viene trasportata da una speciale proteina plasmatica che la protegge dall’ossidazione e la rende disponibile per le ossa e per tutte le cellule che ne hanno bisogno.

La vitamina D inutilizzata si va poi ad accumulare e depositare proprio all’interno della massa grassa (o “tessuto adiposo”), per cui è affine.

La vitamina D: regina del sistema immunitario, non solo delle ossa!

Questa preziosa vitamina, come anticipato, non è solo essenziale per il benessere delle nostre ossa e per la prevenzione di condizioni quali rachitisimo, osteoporosi, osteopenia, ecc.

La vitamina D è la regina del sistema immunitario e coordina l’attività di tutte le sue cellule: sia quelle coinvolte nell’immunità innata che quelle dell’immunità adattativa.

La letteratura scientifica, infatti, ha confermato la capacità della vitamina D di agire sulle cellule immuno-competenti, attivandole.

Ad esempio, studi recenti dimostrano come i livelli ematici di vitamina D influenzino la funzionalità dei macrofagi, cellule dell’immunità innata. A livello polmonare, in particolare, la presenza di un virus o batterio attiva i macrofagi, che inviano stimoli per promuovere l’attivazione della vitamina D e l’espressione dei suoi recettori VDR: in questo modo induce la produzione di citochine e varie molecole coinvolte nell’infiammazione, con lo scopo di eliminare il microrganismo invasore.

Per quanto riguarda l’immunità adattativa, invece, evidenziamo come la vitamina D, accumulata nelle cellule del tessuto adiposo (gli adipociti), passa nel circolo linfatico e raggiunge i linfonodi. Qui lega i propri recettori VDR all’interno dei linfociti B, stimolando la produzione di anticorpi.

È pertanto chiaro il ruolo chiave di questa vitamina per l’efficienza delle nostre difese immunitarie: la carenza della vitamina D può condizionare la reattività del nostro sistema immunitario, esponendoci maggiormente all’attacco di virus o batteri.

La carenza di vitamina D

Abbiamo chiarito il ruolo cardine della vitamina D nel garantire le nostre difese immunitarie. Cosa succede perciò se abbiamo bassi livelli di questa vitamina nel nostro sangue?

Innanzitutto, le nostre difese immunitarie saranno meno reattive e probabilmente andremo incontro più facilmente ad infezioni di vario genere.

Non solo: anche le nostre ossa ne risentiranno! Come ricordato, il calcio e la vitamina D sono fondamentali per il benessere del nostro sistema scheletrico.

Chi è più a rischio?

Una condizione di carenza di vitamina D si manifesta soprattutto in:

  • Individui con patologie epatiche o renali, poiché, come ricordato in precedenza, fegato e reni sono responsabili della trasformazione della vitamina D nella sua forma attiva
  • persone sovrappeso o obese perché la vitamina D, essendo lipofila, si va ad accumulare nelle cellule del tessuto adiposo
  • chi segue particolari terapie farmacologiche (es. cortisonici che interferiscono con il metabolismo della vitamina D)
  • chi non si espone al sole o non pratica attività all’aperto
  • chi non consuma alimenti contenenti vitamina D

Sovrappeso, obesità e difese immunitarie: il ruolo della vitamina D

Tra i soggetti più a rischio di carenza di vitamina D abbiamo ricordato chi è sovrappeso o è obeso: capiamo insieme perché.

Come anticipato, la vitamina D, affine per i grassi, si va a depositare negli adipociti, le cellule che costituiscono la massa grassa del nostro organismo e che sono presenti in grandi quantità nelle persone sovrappeso o obese.

Richiamata dall’abbondanza di tessuto adiposo in questi soggetti, la vitamina D presente nel circolo sanguigno diminuisce perché si va a depositare proprio negli abbondanti adipociti. Non è quindi più disponibile in circolo per tutte quelle sue funzioni necessarie al corretto funzionamento del nostro organismo.

In caso di sovrappeso o obesità, inoltre, gli acidi grassi saturi “inquinano” tutto l’organismo: presenti in eccesso negli adipociti, vengono liberati in abbondanza nel circolo sanguigno e raggiungono anche sedi in cui non si dovrebbero trovare, provocandosteatosi”.

A livello del midollo osseo, ad esempio, gli acidi grassi favoriscono lo sviluppo del midollo giallo a scapito di quello rosso: la sua attività di produzione dei globuli rossi, bianchi e piastrine viene di conseguenza ridotta.

A questo effetto sul sistema immunitario se ne somma anche un altro che coinvolge la vitamina D. Quando questa viene rilasciata dagli adipociti porta con sé tutta una serie di acidi grassi saturi ed insieme raggiungono i linfonodi!

I linfonodi, a questo punto, sono così infarciti di acidi grassi da perdere la loro funzionalità: non riescono più a custodire i linfociti B adeguatamente né tantomeno a favorirne la conversione in plasmacellule e anticorpi dietro stimolo della vitamina D!

È chiaro ormai: lo stato delle nostre difese immunitarie dipende strettamente dalla quantità di vitamina D circolante e dal profilo metabolico del nostro organismo. Per avere un sistema immunitario funzionante, tutto l’organismo deve essere ben “nutrito”!

Sovrappeso, obesità e difese immunitarie: il ruolo della vitamina D

Come possiamo nutrire il nostro organismo per garantirne l’efficienza sia dal punto di vista metabolico che immunitario?

L’abbiamo già spiegato: rifornendolo di vitamina D.

Come lucertole ricerchiamo dunque la nostra dose giornaliera di sole, ma non limitiamoci a questo. Introduciamo nella nostra alimentazione tutti quegli alimenti che sono ricchi di vitamina D. Non sono tantissimi, sarà per questo più facile tenerli a mente:

Tutti questi alimenti ci aiuteranno a rafforzare le nostre difese immunitarie, fornendo la giusta quantità di vitamina D. Ricordiamoci però di assumerli secondo quanto raccomandato per la salute del nostro profilo metabolico.

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Rafforzare le difese immunitarie con l’alimentazione? Si può!

Il sistema immunitario è rappresentato da una squadra di cellule e organi che, uniti tra di loro, ci difendono dai pericoli con i quali possiamo entrare in contatto (virus, batteri, ecc). Perché questo sistema lavori correttamente, però, è necessario prendersene cura e mantenerlo in salute. Da cosa dipende lo stato di salute del nostro sistema immunitario? Come possiamo rafforzarlo? Risponderemo a queste domande ma prima consociamolo meglio.

Dove si trova il sistema immunitario?

Se parliamo di cuore, polmoni, fegato, stomaco o intestino, sappiamo localizzarli abbastanza precisamente all’interno del nostro corpo. Ma il sistema immunitario dove si trova?

Il sistema immunitario è presente in tutto il nostro organismo. Ne fanno parte molti organi come il midollo osseo, la milza, le tonsille, i linfonodi, l’appendice, ma anche il MALT (tessuto linfoide associato a mucosa), oltre che molte cellule che viaggiano nel sangue, come i globuli bianchi.

Un'organizzazione complessa per realizzare la difesa di tutto l'organismo

Tutti i componenti del sistema immunitario comunicano tra loro. L’attivazione di uno influenza inevitabilmente tutti gli altri. In particolar modo questo è vero per il MALT, un tessuto composto da cellule deputate alla difesa, i linfociti.

MALT: perché è così importate?

Questo tessuto si trova a livello delle mucose delle vie aeree, del tratto gastro-intestinale, ma anche della pelle e del tratto uro-genitale. È praticamente sparso in tutto il corpo. Del MALT fanno parte tessuti come il BALT, tessuto linfoide associato alle vie aeree, il VALT, tessuto linfoide associato ai vasi, e il GALT, tessuto linfoide associato all’intestino. Ognuno di loro si attiva quando un agente estraneo come un virus o un batterio entra in contatto con l’organo o il tratto che ricade “sotto la loro protezione”. Se, ad esempio, mangiamo qualcosa di contaminato ad attivarsi sarà il GALT (localizzato nell’intestino). La condizione di pericolo, però, verrà trasmessa a tutto il resto del sistema immunitario, che quindi si attiverà, e, in generale, a tutti gli organi. In questo modo anche gli altri distretti lontani dall’intestino saranno attivati alla difesa e pronti ad intervenire qualora sia necessario.

Il sistema immunitario nell’intestino​

Il sistema immunitario a livello intestinale è sicuramente rappresentato in maniera importante dal GALT, ma c’è molto di più. Nell’intestino, infatti, risiede circa il 70-80% delle cellule di tutto il sistema immunitario. Se ci pensiamo bene, oltre alla pelle, l’intestino è la superfice più estesa del nostro corpo a contatto con l’esterno (tramite la bocca e l’ano). Proprio per questo motivo è importate che sia dotato di tutti i mezzi utili a difendersi e difenderci da agenti esterni.

Un altro alleato del nostro organismo è il microbiota (flora batterica), l’insieme dei batteri che risiede nell’intestino. Questi batteri ricambiano la nostra ospitalità in maniera impeccabile. Tra i ruoli svolti dal microbiota, infatti, c’è sicuramente quello di difesa dai batteri “cattivi” (competendo con essi evita che colonizzino l’intestino), ma si occupa anche di sintetizzare sostanze fondamentali per la nostra salute come la vitamina K e gli acidi grassi a corta catena. Questi particolari acidi grassi vengono formati dai batteri a partire dalla fibra alimentare e hanno un’importante attività antinfiammatoria e immunitaria.

Come rafforzare il sistema immunitario?

L’intestino ha sicuramente un ruolo chiave nelle difese immunitarie. Studi evidenziano sempre di più come questo organo sia in grado di condizionare tutto il nostro organismo e come al suo benessere sia legata la salute di altri organi.

Prendendoci cura del nostro intestino e del nostro microbiota potremmo rafforzare tutto il sistema immunitario e tenere alte le difese cosicché siano pronte a mettersi in gioco per noi.

Da dove iniziare? Sicuramente da qualcosa di molto familiare all’intestino: il cibo.

L’alimentazione, infatti, condiziona fortemente il nostro stato di salute e può svolgere un importante ruolo di sostegno per le difese immunitarie.

Cosa mangiare per rafforzare le difese?

Sicuramente frutta e verdura. Come anticipato il microbiota produce sostanze di sostegno al sistema immunitario a partire dalla fibra alimentare, normalmente contenuta in frutta e verdura. Ma non solo. Il sistema immunitario si avvale di diversi tipi di “carburante”, vediamo quali.

  • ZINCO: è un minerale fondamentale per il sistema immunitario. Se è presente nel nostro organismo nelle giuste quantità ci protegge dalle malattie da raffreddamento e da altri disturbi delle vie respiratorie. Per integrarlo possiamo mangiare carne, pesce, uova, cereali integrali, legumi ma anche frutta secca come pinoli, mandorle e noci.
  • MAGNESIO: è coinvolto in molte reazioni che avvengono ogni giorno, anzi ogni minuto, nel nostro organismo, basti pensare che permette la trasmissione dell’impulso nervoso e la contrazione del cuore. Tra i ruoli di grande importanza che svolge c’è anche quello di modulare la risposta immunitaria. Per introdurlo nel nostro organismo mettiamo in tavola mandorle, semi di zucca, riso integrale e legumi.
  • VITAMINA C: rafforza le difese immunitarie e abbrevia le sindromi influenzali ma ha anche una importante attività antiossidante. Si trova in arance, kiwi, mirtilli, peperoncino, broccoli, ecc. Questa vitamina è tanto “potente” quanto delicata. I cibi che la contengono, infatti, devono essere mangiati freschi (entro pochi giorni dall’acquisto) e, poiché viene persa quasi totalmente con il calore, si raccomanda la cottura a vapore. Sicuramente una buona dose giornaliera di vitamina C (80 mg, pari a circa due arance) ci aiuta, ma fare scorpacciate è inutile. Solo una quantità di vitamina assunta viene effettivamente assorbita e va in circolo, il resto viene eliminato tramite urine e feci.
  • ACIDO FOLICO (Vit B9): contenuto in legumi, insalata, cavolo nero e spinaci, favorisce la formazione dei globuli bianchi.
  • VITAMINA D: oltre ad avere un ruolo chiave nella salute ossea, è anche in grado di promuovere la risposta immunitaria quando necessario. Se ne raccomanda, a tutte le età, una dose di 30 minuti al giorno. Sì, avete letto bene. L’assunzione di vitamina D può avvenire, per così dire, più per via “cutanea” che per via orale. Questo perché almeno l’80% della vitamina D che si ritrova nell’organismo viene prodotta nel fegato e nei reni tramite reazioni di sintesi che risentono dell’esposizione al sole. Che sia affacciati alla finestra, in balcone, in giardino o in spiaggia, per “assumere” vitamina D basta stare ogni giorno almeno mezz’ora al sole (soprattutto con viso e gambe). Negli alimenti, invece, è possibile assumere vitamina D dall’olio di fegato di merluzzo, da pesci grassi come le arringhe e il tonno e anche nel tuorlo dell’uovo. L’integrazione tramite prodotti farmaceutici è possibile ma solo dopo esami specifici e consulto medico.
  • OMEGA-3 (acidi grassi polinsaturi): modulano la risposta immunitaria e infiammatoria. Per assumerli non ci facciamo mai mancare pesce azzurro, alici, sarde ma anche noci e semi di chia. Questi ultimi due alimenti, in particolare, contengono l’acido alfa linoleico, una molecola dalla quale si ottengono gli acidi grassi polinsaturi omega 3.
  • FERRO: ha un ruolo fondamentale per la nostra salute, infatti consente il corretto funzionamento dei globuli rossi. Si assume mangiando carne ma è presente anche nei vegetali quali legumi, cavolo e frutta secca.
  • PREBIOTICI E PROBIOTICI: pensando al benessere del microbiota ricordiamoci anche di assumere alimenti che ci aiutino a sostenere, nutrire e supportare i nostri batteri alleati. Nella lista della spesa, quindi, potremmo anche inserire alimenti quali yogurt e kefir

In sintesi, quindi cosa dovremmo mangiare per stare in salute e sostenere le nostre difese?
Tutto!

Cereali, legumi, carne, pesce, verdura, frutta fresca, frutta secca e lattici. 
L’importante sarà bilanciare bene e mangiare cibi di buona qualità.

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Glicemia & Sistema Immunitario: che relazione c’è?

Il sistema immunitario è uno straordinario strumento di difesa del nostro organismo contro l’attacco di agenti esterni (es. virus, batteri, ecc.) potenzialmente pericolosi. Deve agire rapidamente: in poco tempo innesca una produzione su larga scala di cellule e molecole proteiche necessarie alle funzioni di difesa, che richiede una buona dose di energia. Persino un piccolo difetto nell’azione del sistema immunitario può comprometterne l’efficacia: ad esempio, è possibile che il “carburante” cellulare, il glucosio, non sia adeguatamente disponibile, alterando così la risposta immunitaria.  

Il nostro sistema immunitario è, di conseguenza, influenzato dai valori della nostra glicemia.

Il nostro baluardo di difesa: il sistema immunitario

Il compito del sistema immunitario è riconoscere potenziali pericoli, come microrganismi o agenti nocivi, e proteggerci da questi. Per farlo, è in grado di distinguere ciò che è estraneo al nostro organismo (“non self”) da quello che invece lo costituisce (“self”); riesce anche a identificare il tipo di minaccia (agenti irritanti, virus, batteri, funghi o parassiti), mettendo di volta in volta in atto una risposta specifica.

La sua funzione è essenziale per la nostra sopravvivenza, per cui questo sistema si avvale di molteplici meccanismi di difesa, che interagiscono l’uno con l’altro, ed è caratterizzato da un elevato grado di complessità sia strutturale che funzionale.

Molti sono gli organi che fanno parte del sistema immunitario (es. linfonoidi, milza, midollo osseo, ecc.), così come le cellule ed i mediatori chimici responsabili delle sue azioni.

In particolare, il sistema immunitario agisce grazie a due diverse strategie di difesa: l’immunità innata e l’immunità adattativa.

Due diverse strategie: immunità innata e adattativa

L’immunità innata è la forma più antica di difesa che ha il nostro organismo. Si attiva in prima linea quando un patogeno o un agente irritante entra in contatto con l’organismo, agendo contro l’”invasore” in modo aspecifico: riconosce cioè il pericolo e predispone un primo attacco senza identificare il tipo di minaccia. Le “armi” dell’immunità innata sono, infatti, aspecifiche e possono essere di tipo fisico (come le barriere costituite dalle mucose) o di tipo chimico (come sostanze chimiche o componenti cellulari).

Generalmente, questo tipo di risposta è sufficiente a contrastare le quotidiane invasioni che l’organismo subisce da parte di microrganismi o sostanze esterne irritanti. Quando però l’immunità innata non riesce a contenere il pericolo da sola, allora predispone l’attivazione della risposta immunitaria adattativa.

Quest’ultima interviene in seconda battuta con una risposta specifica per ciascun microrganismo o agente irritante. Si distingue in:

  • Immunità umorale, mediata dai linfociti B che, riconosciuto l’antigene (molecola esterna all’organismo in grado di attivare il sistema immunitario), inducono la secrezione di anticorpi;
  • Immunità cellulo-mediata, i cui protagonisti sono i linfociti T, che attaccano direttamente l’invasore.

I linfociti: chi sono?

I linfociti sono cellule del sangue che appartengono alla grande famiglia dei globuli bianchi, specializzati nel difendere l’organismo da attacchi esterni o interni, e vengono prodotti a livello di timo, midollo osseo, linfonodi e milza. Rappresentano il cuore pulsante dell’immunità acquisita: ogni linfocita è programmato per riconoscere un particolare virus o batterio ed è in grado di attivare una risposta difensiva specifica.

I linfociti, come anticipato, si suddividono in:

  • Linfociti B, che, se stimolati, sono in grado di produrre gli anticorpi
  • Linfociti T, che riconoscono selettivamente l’agente aggressivo o patogeno, promuovendone l’eliminazione.

I linfociti T, in particolare, sono in grado di distinguere i virus dai batteri: durante il periodo invernale per esempio, quando sono più frequenti le infezioni virali (es. influenza, raffreddore, ecc.), è di fondamentale importanza che i linfociti agiscano adeguatamente.

Stimolati dall’ingresso del virus, i linfociti T devono moltiplicarsi rapidamente, differenziarsi nelle loro distinte forme e funzioni, per difendere così il nostro corpo.

Il metabolismo del glucosio: il “carburante” dei linfociti

La letteratura scientifica negli ultimi anni ha chiarito che la chiave della rapida replicazione dei linfociti durante una risposta immunitaria è nel loro metabolismo, in particolare in quello del glucosio.

Questo zucchero sembra essere infatti fondamentale per la sopravvivenza, per la crescita e l’attivazione di queste cellule, oltre che per la produzione di citochine (mediatori dell’infiammazione).

Quando i linfociti sono a riposo, non hanno bisogno di molta energia. Quando però vengono attivati, il loro metabolismo cambia per fornire supporto energetico adeguato a favorire la rapida crescita e proliferazione di queste cellule: proprio il glucosio rappresenta una risorsa energetica prontamente disponibile! Da questo zucchero, i linfociti possono ricavare l’ATP (la molecola energetica del nostro organismo) ed altri nutrienti, come acidi nucleici o lipidi, fondamentali per costituire il materiale genetico e le membrane delle nuove cellule.

È evidente, quindi, l’importanza dello stato nutrizionale dei linfociti: un alterato metabolismo glucidico corrisponde ad una ridotta capacità del sistema immunitario di rispondere prontamente ad un attacco esterno!

Il sistema immunitario ne risulta indebolito, meno reattivo, come in caso di diabete o insulino-resistenza: in queste condizioni caratterizzate da una glicemia alterata, il glucosio circola in abbondanza nel sangue ma non entra adeguatamente nelle cellule, come nel caso dei linfociti, che di conseguenza non ne hanno a sufficienza per il proprio metabolismo.

Questo fenomeno è alla base della maggiore predisposizione nei confronti di infezioni in quegli individui che presentano diabete o insulino-resistenza, ma lo stesso ragionamento vale anche in caso di fumo o eccesso di alcool: c’è meno glucosio all’interno dei linfociti e maggiore rischio di infezioni!

Cosa succede quando un virus attacca le nostre cellule?

In condizioni normali, quando un virus entra nel nostro organismo, il sistema immunitario si attiva e i linfociti si moltiplicano rapidamente, per contrastare l’attacco, ricavando energia dal glucosio. 

Quando però il glucosio è abbondante nel circolo sanguigno (iperglicemia), nei linfociti questo zucchero è carente, per cui non riescono a replicarsi e proliferare come dovrebbero.

Allo stesso tempo, i virus, una volta raggiunto l’organismo, penetrano nelle cellule e ne condizionano il metabolismo: si parla di “competizione nutrizionale” perché sia i virus che le cellule hanno bisogno del glucosio per la propria sopravvivenza.

Pertanto, è chiaro che se il linfocita gode di buona salute ed è ricco di glucosio, non avrà problemi a replicarsi e contrastare anche l’attacco a livello nutrizionale del virus. In condizioni di carenza di glucosio, invece, non solo il linfocita non avrà l’energia necessaria per moltiplicarsi, ma verrà ulteriormente indebolito dall’attacco del virus alle sue già ridotte scorte di glucosio e questo, in alcuni casi, potrà distruggerlo: il virus potrà così invadere l’organismo indisturbato.

Una glicemia ottimale supporta il sistema immunitario

Considerati i meccanismi metabolici alla base del buon funzionamento del sistema immunitario è importante considerare i nostri stili di vita e in particolare la nostra alimentazione.

Tutto ciò che mangiamo arriva nell’intestino e, una volta “scomposto” nei vari nutrienti, viene assorbito passando dalla mucosa intestinale al sangue: la sua composizione dipende da ciò che mangiamo.

Il primo nutriente che possiamo individuare nel circolo sanguigno è il glucosio: parliamo di glicemia. Questo è un valore molto variabile nell’arco della giornata: è bassa al mattino, a causa del digiuno notturno e si alza dopo ogni pasto fino a raggiungere un valore massimo (il picco glicemico) che poi si riduce dopo circa due ore.

In condizioni di salute, la glicemia a digiuno è compresa tra i 60 e 99 mg/dl, mentre è inferiore a 149 mg/dl due ore dopo i pasti.

Se la glicemia rientra in questi intervalli, significa che esiste un equilibrio tra lo zucchero circolante nel sangue e quello che è stato smistato all’interno delle diverse cellule; in particolare, ricordiamo che le cellule del sistema immunitario hanno così a disposizione adeguate quantità di glucosio per fronteggiare senza problemi l’attacco di virus o batteri.

Viceversa, in caso di iperglicemia, lo zucchero nel sangue è in concentrazioni elevate, mentre a livello cellulare è carente. Questo deficit compromette l’attività dei linfociti, e non solo.

Volendo completare il quadro, infatti, dobbiamo ricordare che un alterato metabolismo del glucosio riduce la reattività di tutto il nostro sistema immunitario: ne risentono anche i neutrofili, cellule dell’immunità innata che dovrebbero rappresentare la prima difesa aspecifica contro le infezioni, così come gli anticorpi tipici dell’immunità umorale e le naturali difese antiossidanti dell’organismo. Tutto questo spiega la maggiore predisposizione alle infezioni in caso di iperglicemia o in generale quando si presenta un metabolismo del glucosio alterato.

Per evitare tutto questo e supportare la preziosa attività del sistema immunitario è quindi essenziale tenere sotto controllo la glicemia, attraverso una corretta alimentazione basata sulla conoscenza della composizione degli alimenti.

L’alimentazione, alleata della glicemia e delle nostre difese

Scegliere adeguatamente gli alimenti significa fare una scelta per la propria salute ad ogni pasto, sia dal punto di vista metabolico che immunitario.

Preferendo quegli alimenti che ci permettono di tenere sotto controllo la glicemia, forniamo un aiuto al nostro metabolismo e al tempo stesso “nutriamo” adeguatamente tutte le nostre cellule, comprese quelle del sistema immunitario.

Possiamo, infine, pensare di supportare il nostro organismo e le nostre difese assumendo prodotti a base di estratti vegetali, in grado di integrare la nostra alimentazione e di fornire all’organismo un apporto di sostanze funzionali per il proprio benessere e quello del sistema immunitario.

Tutto questo è possibile seguendo un metodo di alimentazione consapevole, che si basa sulla conoscenza del proprio corpo e degli alimenti che ogni giorno portiamo sulla nostra tavola.

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Ritenzione idrica e cellulite: cause e rimedi

A quanti di noi è capitato di provare un costume prima della stagione estiva e pensare “forse è meglio che compri anche un pareo ho questa cellulite che…”

Cellulite e ritenzione idrica sono da sempre collegate a inestetismi della pelle ma sono problematiche ben più importanti. Cosa c’è alla loro base? Sono la stessa cosa? Come sono legate a sovrappeso e obesità? Perché ne soffrono anche le persone magre?

Scopriamolo insieme.

Che cos’è la ritenzione idrica?

La ritenzione idrica è una condizione caratterizzata dalla tendenza ad accumulare liquidi e tossine nei tessuti, che conduce a gonfiore ed edema molto spesso localizzato agli arti inferiori. È una problematica quasi sempre associata a sovrappeso e obesità, ma in che modo?

Ritenzione idrica e sovrappeso.
Causa o conseguenza?

“Ho qualche chilo di troppo ma sono tutti liquidi. Sai, soffro di ritenzione idrica.”

Molti credono che la ritenzione idrica sia una delle cause del sovrappeso. In realtà il suo contributo nell’aumento di peso è marginale. È vero invece il contrario, e cioè che è il sovrappeso a causare ritenzione idrica. Capiamo perché.

In condizioni di salute il sangue porta ossigeno, nutrienti, lipidi e proteine al tessuto, i tessuti invece cedono gli scarti del metabolismo cellulare in parte al sistema venoso e in parte a quello linfatico (le sostanze di dimensioni più grandi e i fluidi in eccesso) perché vengano allontanati.

In caso di sovrappeso e obesità, l’eccesso di grasso causa una condizione di infiammazione nel tessuto adiposo (grasso) che compromette gli scambi nutrizionali tra sistema circolatorio e tessuto. La funzionalità e la struttura dei capillari sanguigni e linfatici presenti a livello del tessuto viene compromessa, il deflusso dei liquidi tessutali rallenta e i liquidi ristagnano. Si genera così una condizione di ritenzione idrica che può evolvere in cellulite.

TESSUTO SANO

TESSUTO INFIAMMATO

Che cos’è la cellulite?

La cellulite è un’alterazione del tessuto sottocutaneo.

Problemi a livello della microcircolazione linfatica e venosa provocano un aumento della permeabilità capillare. Questa a sua volta causa edema che si manifesta come gonfiore. Inoltre gli adipociti (cellule in cui vengono accumulati i grassi) si ingrandiscono, si formano dei noduli e il derma (strato della cute sottostante l’epidermide) diventa più sottile. Tutto questo porta ad un indurimento del tessuto. Si verifica una vera e propria alterazione della struttura del tessuto che produce la cosiddetta “buccia d’arancia”.

Gonfiore e “buccia d’arancia” sono proprio i due principali segni della cellulite. Questa condizione può essere classificata in stadi in base alla gravità.

Il I° STADIO è quello della cellulite edematosa. Consiste nel ristagno di liquidi nei tessuti.

Il II° STADIO, definito della cellulite fibrosa, è quello in cui si inizia a vedere l’effetto “a buccia d’arancia”.

Nel III° STADIO, quello della cellulite sclerotica, il tessuto cutaneo appare irregolare, è duro al tatto e può dare dolore.

Che differenza c’è tra ritenzione idrica e cellulite?

Nonostante spesso vengano considerate la stessa cosa, la ritenzione idrica e la cellulite sono due cose distinte anche se molto legate tra loro. La ritenzione idrica è, infatti, una delle cause della cellulite. È possibile quindi che i due disturbi coesistano, ma non è scontato.

Comprendere quali dei due problemi ci riguardi non è sempre semplice. Per essere sicuri è consigliabile, infatti, rivolgersi ad uno specialista.

Se, però, volessimo toglierci la curiosità potremmo premere un dito sulla pelle per qualche secondo, se compare un alone bianco potrebbe trattarsi di ritenzione idrica, se, invece, stringendo la pelle tra le dita si formano dei piccoli buchi allora potrebbe trattarsi di cellulite.

Quali sono le cause della ritenzione idrica e della cellulite?

Abbiamo detto che la cellulite può essere dovuta alla ritenzione idrica e che la causa di quest’ultima può essere il sovrappeso o l’obesità. Ci sono però molti altri fattori che causano cellulite e ritenzione idrica, che per la maggior parte, sono comuni ad entrambe, tra cui:

  • Una cattiva alimentazione.
  • Indossare abiti stretti e tacchi alti, accavallare le gambe, stare molto tempo in piedi, perché sono comportamenti che alterano la normale circolazione per compressione dei vasi.
  • Lo stress, che alza i livelli di cortisolo (ormone dello stress) e aumenta la ritenzione idrica.
  • Il fumo, che ha un’azione vasocostrittrice e aumenta la formazione di radicali liberi.
  • La sedentarietà.

La cellulite, inoltre, può essere dovuta a fattori genetici ereditari, ecco perché ne possono soffrire anche persone magre.

Perché la sedentarietà causa ritenzione idrica e cellulite?

Se non si fa attività fisica e si sta a lungo in luoghi chiusi diminuisce la quantità di ossigeno nel sangue e quindi anche nei nostri tessuti. La scarsità di ossigeno genera dei cambiamenti nel metabolismo delle cellule che le porta a produrre proteine infiammatorie. Questa condizione porta alla formazione di edemi, alla compromissione del sistema linfatico e allo sviluppo di ritenzione idrica. Inoltre, praticando poca attività fisica si riduce il tessuto muscolare, si può andare più facilmente incontro a sovrappeso e obesità (cause della ritenzione idrica) e, perdendo tonicità, la cellulite diventa più visibile.

Consigli utili per contrastare la ritenzione idrica e la cellulite

Comprese le cause di questi problemi sarà facile intuire quali siano gli accorgimenti da prendere per prevenirli o ridurli.

Ecco di seguito 5 consigli utili:

  • Bere almeno 1,5-2 l d’acqua al giorno, anche sotto forma di tisane.
  • Fare attività fisica.
  • Ridurre l’utilizzo del sale da cucina.
  • Fare alcuni giorni di digiuno consapevole.
  • Mangiare alimenti che possono contrastare ritenzione e cellulite.

Cosa mangiare per contrastare ritenzione idrica e cellulite?

In generale, considerato che è importante aumentare l’apporto idrico, è consigliabile mangiare cibi ricchi di acqua, soprattutto frutta e verdura tra cui: anguria, ananas, lattuga, cetrioli, asparagi e cipolle.

Un’idea per un gustoso spuntino sano che contrasti la ritenzione idrica può essere un centrifugato a base di finocchio, sedano, ananas e invidia.

Ecco la ricetta: centrifugare 1 cuore di finocchio e 2 gambi di sedano. Aggiungere alcune foglie di indivia e, infine, 2 fette d’ananas. Mescolare il tutto con un cucchiaino di semi di anice e foglioline di menta.

Questo centrifugato contiene buone dosi di magnesio, calcio, enzimi attivi, acido folico e potassio. Ha un’azione favorente la diuresi ed è utile a contrastare l’acidità tissutale e urinaria.

Vuoi saperne di più?

Abbiamo compreso quindi come ritenzione idrica e cellulite siano legate a sovrappeso e obesità e come, pertanto, controllando il proprio peso sia possibile limitare queste problematiche. Esistono molte altre problematiche di salute che dipendono dall’eccesso di peso come l’ipertensione o il colesterolo alto. Per saperne di più visita la sezione blog del sito metodoacpg.it.

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Fermenti lattici: i batteri alleati

È ormai noto che non tutti i batteri vengono per nuocere. Se molti di essi, infatti, sono patologici e causano malattie, ce ne sono altrettanti che tifano per noi. Tra questi abbiamo i fermenti lattici, scopriamo meglio chi sono, dove si trovano e a cosa servono.

Cosa sono i fermenti lattici?

I fermenti lattici sono batteri capaci di fermentare il latte e metabolizzare il lattosio (principale zucchero del latte) per dare origine all’acido lattico. Ne fanno parte diversi ceppi batterici, ma tra i più importanti abbiamo quelli appartenenti al genere Lactobacillus e Bifidobacterium. Molti credono che “fermenti lattici” sia sinonimo di “probiotici”, ma non è così. I probiotici vengono infatti definiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “micro-organismi vivi che, somministrati in quantità adeguata, apportano un beneficio alla salute dell’ospite”. Di questa categoria quindi fanno parte microrganismi di vario genere, non solo batteri in grado di fermentare il lattosio. Inoltre, per essere definiti probiotici, questi microrganismi devono arrivare vivi all’intestino, sopravvivendo a tutti gli ostacoli che si presentano nel viaggio all’interno del nostro corpo dal momento della deglutizione (acidi gastrici, bile, ecc…), e svolgere un’attività benefica nei confronti di chi li assume. Non è scontato che tutti questi requisiti appartengano ai fermenti lattici. Dovremmo quindi stare attenti a non generalizzare e ad utilizzare questi due termini come sinonimi.

Dove si trovano?

I fermenti lattici si trovano naturalmente all’interno del nostro corpo poiché fanno parte del microbiota: l’insieme dei batteri che abita il nostro l’intestino. Possiamo ritrovare questi batteri anche all’interno di alcuni alimenti quali: latti fermentati, latticini, kefir, yogurt, oltre che, ovviamente, all’interno di integratori alimentari di fermenti lattici.

A cosa servono?

All’interno dell’intestino i fermenti lattici hanno un ruolo fondamentale: mantengono l’equilibrio della flora batterica intestinale. Questi, infatti, competono con eventuali batteri patogeni (capaci di causare malattie) presenti nell’intestino e, acidificando l’ambiente attraverso la produzione di acido lattico, ne inibiscono la crescita. Inoltre, sono in grado di sintetizzare vitamine e di modulare la risposta del sistema immunitario presente a livello dell’intestino (GALT).

Perché dovremmo assumerli?

È sempre più evidente quanto il microbiota svolga un ruolo fondamentale nel benessere fisico ma anche psichico dell’uomo. Perché tutto funzioni alla perfezione, però, deve essere rispettato il delicato equilibrio tra le varie specie batteriche che ne fanno parte. Può succedere, per vari motivi, che questo equilibrio venga meno. In questi casi possono verificarsi problemi quali infezioni o malattie intestinali, infezioni vaginali, urinarie o respiratorie, abbassamento delle difese immunitarie, ecc. In tutti questi casi, oltre a seguire delle terapie appropriate e specifiche, è utile ristabilire l’equilibrio tra le specie batteriche, attraverso l’assunzione di integratori alimentari a base di fermenti lattici. Questi, entrando a far parte del microbiota e comportandosi da alleati, lo supportano, e sono in grado di ristabilire una condizione sana e fisiologica.

Perché assumere fermenti lattici in concomitanza con una terapia antibiotica?

Molti medici e farmacisti consigliano si assumere fermenti lattici durante e dopo la terapia antibiotica, ma perché? questo tipo di terapia è uno dei fattori che può causare uno squilibrio della flora batterica intestinale. Gli antibiotici, infatti, hanno come scopo quello di eliminare (attraverso diversi meccanismi d’azione) i batteri responsabili di un’infezione. Questi farmaci non sono in grado di agire selettivamente contro i batteri “cattivi”, ma necessariamente possono uccidere anche quelli “buoni”, danneggiando il microbiota. L’assunzione di fermenti lattici durante la terapia antibiotica, pertanto, può attenuare questo effetto collaterale proteggendo la flora batterica e riducendo la possibilità che ci siano ripercussioni a livello dell’organismo.

Assumerli attraverso gli alimenti può essere sufficiente?

Nel caso in cui uno squilibrio della flora batterica sia tale da causare problemi alla salute umana è consigliabile assumere una quantità significativa di fermenti lattici. Sarà pertanto necessario ricorrere all’utilizzo di integratori alimentari, all’interno dei quali i batteri sono concentrati e ben dosati. Nel caso in cui, però, non ci siano particolari condizioni di malessere e volessimo semplicemente prenderci cura quotidianamente del nostro microbiota, sarà sufficiente seguire una sana alimentazione e inserire nella nostra giornata alimentare alcuni tra quei cibi che contengono naturalmente fermenti lattici (latte, latticini, yogurt).

In che altro modo possiamo aiutare il nostro microbiota?

Ci sono altri modi per sostenere il nostro microbiota. Uno di questi è consumare regolarmente prebiotici. Questa volta non si tratta di batteri ma di sostanze (prevalentemente fibre) che nell’intestino, anziché essere digerite, assorbite, e quindi rappresentare una fonte di nutrimento per noi, sono fonte di nutrimento per i batteri della flora batterica intestinale. In questo modo ne favoriscono la crescita e l’attività. Inoltre, le sostanze (acidi grassi a corta catena) prodotte per fermentazione dei prebiotici ad opera dei batteri intestinali, hanno una funzione preventiva nei confronti di diverse malattie intestinali. I prebiotici sono alla nostra portata più di quanto immaginiamo e possono essere messi ogni giorno sulle nostre tavole. Tra i cibi che li contengono, infatti, ci sono: cicoria, carciofo, asparagi, avena, mele, kiwi, ecc.

Vuoi saperne di più?

Per approfondire questo e altri argomenti guarda le videopillole a cura del Dottor Rossi nella sezione domande frequenti dell’area riservata del sito metodoacpg.it.

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"Che correlazione c’è tra microbiota e metabolismo?"

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