Hai mai sentito parlare di insulino-resistenza?

L’insulina è un ormone prodotto dalle cellule beta del nostro pancreas e ha un ruolo fondamentale nella regolazione del metabolismo di carboidrati, proteine e grassi. Grazie alla sua azione “anabolizzante”, in grado cioè di “costruire, creare” strutture più complesse a partire da molecole semplici di partenza, l’insulina riduce i livelli di glucosio, aminoacidi e acidi grassi presenti nel circolo sanguigno, ne promuove la conversione rispettivamente in glicogeno, proteine e trigliceridi e ne favorisce l’immagazzinamento negli organi di stoccaggio (fegato, muscoli e tessuto adiposo).

Le azioni dell’insulina

Probabilmente l’azione di questo ormone su proteine e grassi non è molto nota, ma tutti noi abbiamo sentito parlare almeno di sfuggita del ruolo fondamentale dell’insulina nella regolazione della nostra glicemia (cioè dei livelli di glucosio nel sangue).

L’insulina è l’unico ormone del nostro corpo in grado di ridurre i livelli ematici di glucosio, permettendone l’ingresso all’interno delle cellule di muscoli, fegato e tessuto adiposo, ed è proprio questo zucchero nel nostro sangue che ne regola la secrezione!

Infatti, se consideriamo le prime ore dopo un pasto, nel nostro sangue sono disponibili elevate quantità di glucosio (oltre che di grassi e aminoacidi), che inducono la produzione di insulina da parte del pancreas. Per questo motivo, l’insulina è anche detta l’“ormone del dopo pasto”.

Ma l’insulina è un ormone proteico, che, come tale, non può entrare all’interno delle cellule e può agire solamente a livello del loro rivestimento esterno: sulla membrana cellulare. Qui sono presenti i “recettori” dell’insulina, piccole proteine con la funzione di “porte”: l’insulina è una “chiave”, in grado di aprire queste porte recettoriali e di consentire così l’ingresso del glucosio all’interno delle cellule, attraverso dei canali di membrana.

Così le cellule sono rifornite di glucosio e lo possono utilizzare per produrre energia e per il loro normale metabolismo.

Non solo! L’insulina è anche detta l’ormone dell’“accumulo” perché agisce:

  • Come anticipato, favorendo il passaggio del glucosio dal sangue all’interno delle cellule dei tessuti;
  • A livello epatico, inibendo la liberazione del glucosio dal fegato e stimolandone il deposito sotto forma di glicogeno, una scorta di energia prontamente disponibile per organi ad alto dispendio energetico, come i muscoli. Il glucosio in eccesso viene poi convertito in grassi, principalmente trigliceridi, che si andranno a depositare nel tessuto adiposo e non solo;
  • A livello del tessuto adiposo, inibendo il rilascio dei grassi a favore del loro deposito e facilitando l’utilizzo del glucosio ancora presente nel circolo ematico.

Per riassumere, possiamo dire che l’insulina normalizza la glicemia sia permettendo l’utilizzo del glucosio da parte delle cellule sia, in caso di eccesso, facendolo depositare come grasso nel tessuto adiposo.

E se l’insulina non funziona?

In alcuni casi il nostro pancreas produce insulina, senza che però questa possa esercitare la sua azione di “chiave” cellulare. Cosa succede?

Le cellule bersaglio dell’insulina (principalmente del fegato, del muscolo e del tessuto adiposo) possono diventare “sorde” alla sua azione: innanzitutto non ricevono più il glucosio, che resta nel sangue, con la possibilità di causare iperglicemia. A livello del tessuto adiposo, poi, le cellule perdono la loro funzione di deposito di acidi grassi e li rilasciano nel circolo sanguigno.

Attenzione però! L’insulina, da parte sua, non si dà per vinta: per farsi sentire dalle cellule ormai sorde prova a fare la “voce grossa”.

Il risultato è che nel sangue aumenta notevolmente la concentrazione di questo ormone, per cui si può andare incontro a iperinsulinemia.

Questo stato così delineato, in cui le cellule dell’organismo presentano una ridotta sensibilità all’insulina, prende il nome di “resistenza insulinica o insulino-resistenza”.

Quali sono le cause e/o conseguenze dell’insulino-resistenza?

Nella maggior parte dei casi, l’origine dell’insulino-resistenza rimane sconosciuta e si pensa sia frutto della combinazione di due fattori:

  • Fattori genetici o ereditari, per esempio in alcuni casi si può osservare un difetto qualitativo nella struttura dell’insulina, che la rende inattiva o parzialmente efficace, in altri si ha una sintesi eccessiva degli ormoni antagonisti dell’insulina (es. glucagone), che possono neutralizzarne l’effetto.
  • Fattori ambientali, come un’eccessiva sedentarietà e diete ricche di acidi grassi saturi, zuccheri semplici e alimenti ad alto indice glicemico contribuiscono all’insorgenza della resistenza insulinica.

Esistono, inoltre, delle condizioni che predispongono alla comparsa della tolleranza insulinica, prime tra tutte sovrappeso e obesità, soprattutto se l’accumulo di grasso si concentra a livello addominale (biotipo androide).

Tuttavia, l’aumento di peso può essere a sua volta una conseguenza dell’insulino-resistenza!

Questo perché si instaura un circolo vizioso, basato su alterazioni metaboliche delle cellule, che perdono la loro normale funzionalità. Questo circolo può essere alimentato anche da:

In sintesi, ricordiamo questo: tutte queste condizioni sono tra loro strettamente correlate, per cui l’insulino-resistenza può presentarsi da sola e provocare altre alterazioni metaboliche, oppure si può manifestare proprio in concomitanza con una (o più) di esse.

Sintomi e diagnosi dell’insulino-resistenza

L’insulino-resistenza si può manifestare con sintomi anche piuttosto comuni, come: sonnolenza e stanchezza non giustificate, difficoltà di concentrazione, maggiore appetito e aumento di peso (soprattutto a livello addominale).

Alla base di queste manifestazioni che la persona può riconoscere con facilità, vi è un’alterazione della funzionalità metabolica delle cellule, con:

  • Liberazione di acidi grassi dal tessuto adiposo e aumento dei loro livelli nel circolo sanguigno
  • Diminuzione dell’ingresso di glucosio a livello muscolare, con conseguente riduzione delle riserve di glicogeno
  • Maggiore cessione di glucosio da parte del fegato, con aumento della glicemia a digiuno.

Tutto queste conseguenze sono invisibili ad occhio nudo, ma possono essere identificate perché lasciano dei “segni”, delle tracce distintive nel nostro sangue.

Si può infatti osservare un incremento delle concentrazioni di insulina e/o di glucosio nel nostro sangue, per i motivi spiegati sopra. È frequente anche un incremento dei livelli circolanti di acidi grassi che, nel fegato, determinano un aumento della produzione dei trigliceridi, del colesterolo LDL (colesterolo cattivo) e la riduzione del colesterolo HDL (colesterolo buono).

La diagnosi

Per quanto anticipato è, quindi, chiaro che per verificare uno stato di insulino-resistenza si possono realizzare diverse analisi del sangue, sempre consultando il proprio medico curante.

  • La glicemia, che a digiuno non deve superare i 100 mg/dL in condizioni normali. Nelle persone con normale tolleranza al glucosio, inoltre, non dovrebbe aumentare oltre i 140 mg/100 mL in risposta ai pasti e comunque dovrebbe tornare ai livelli pre-prandiali entro due o tre ore.
  • L’insulinemia, cioè la quantità di insulina che si trova nel sangue e i cui valori devono rimanere in un range che può variare a seconda del sesso, dell’età e del tipo di esame effettuato nel laboratorio di analisi.
  • L’emoglobina glicata, che permette di valutare la quantità di emoglobina che si lega al glucosio in circolo: tanto più è elevata la glicemia, tanti più zuccheri saranno liberi di circolare nel sangue, per cui si avrà emoglobina glicata in abbondanza. Nei soggetti sani non supera il 5%.

Una volta condotti questi esami, il passo successivo è calcolare l’indice HOMA (“Homeostasis Model Assessment”). Questo si basa su un modello omeostatico matematico che considera le concentrazioni ematiche di glucosio e insulina a digiuno e si ottiene attraverso questa formula:

Glicemia a digiuno (mg/100 mL) x Insulinemia a digiuno (mUI/mL) / 405

I valori compresi tra 0,23 e 2,5 (per gli adulti) o 0,25 e 3,6 (per i bambini) sono ritenuti normali. Se invece si dovessero ottenere valori superiori, questi sarebbero indicativi di una resistenza insulinica.

È importante riconoscere questa condizione perché, se trascurata o non diagnosticata, può essere un fattore di rischio per l’insorgenza della sindrome metabolica e del diabete mellito tipo 2.

Cosa fare in caso di resistenza insulinica?

L’insulino-resistenza è causa di uno squilibrio metabolico, che altera la funzionalità cellulare. Risulta quindi fondamentale ripristinare il normale assetto metabolico dell’organismo, con un approccio terapeutico che non miri semplicemente a risolvere il singolo sintomo ma vada a modulare i processi metabolici alterati da questa condizione.  

Per questo uno stile di vita sano ed equilibrato è fondamentale per combattere la resistenza all’insulina.

La prima arma è rappresentata proprio dall’alimentazione. Il trattamento primario dell’insulino-resistenza è, infatti, fondato su corrette ed equilibrate abitudini alimentari. Per cui meglio evitare i cibi raffinati, ricchi di acidi grassi saturi o con elevato indice glicemico e preferire invece alimenti integrali, ricchi di fibre e con basso o moderato indice glicemico (per ulteriori consigli e approfondimenti scarica il diario della salute tra i materiali gratuiti del sito metodoacpg.it).

Il secondo passo è introdurre nelle proprie abitudini un po’ di attività fisica moderata, almeno 30 minuti di esercizio fisico aerobico per 3-5 volte alla settimana. L’attività motoria rifornisce il corpo di ossigeno e stimola la massa muscolare, la componente “attiva” del nostro corpo e “affamata” di glucosio.

Infine, è importante evitare alcol e fumo, tenere sotto controllo il proprio peso e la circonferenza addominale.

Solo quando i cambiamenti del proprio stile di vita non sono sufficienti a tenere sotto controllo questa condizione, si passa allora alla terapia farmacologica dietro opportuno consiglio medico.

Ancora una volta, la cura della nostra salute passa attraverso ciò che mangiamo.

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Cos’è la sindrome metabolica? Scopriamolo insieme

La “sindrome metabolica” (o sindrome da insulino-resistenza) è una condizione clinica complessa in cui può incorrere il nostro organismo.

Ma cos’è realmente la sindrome metabolica? Quali sono le cause? Come identificare questo disturbo nel nostro organismo?

Conosciamo meglio questa “sindrome” sempre più diffusa tra la popolazione mondiale ma ancora poco riconosciuta e quindi spesso sottovalutata.

Una sindrome degli ultimi secoli

Questa particolare condizione clinica, in realtà, è nota sin dal tardo Settecento, quando Giovanni Battista Morgagni mette in luce una connessione tra alcune manifestazioni dell’organismo tipiche di differenti patologie: obesità e ipertensione arteriosa.

Nel Novecento, in Europa e negli Stati Uniti si continua a studiare con interesse crescente questo insieme di fattori predisponenti che, sempre più spesso, mostrano gravi conseguenze soprattutto a livello cardiovascolare

È alla fine degli anni Settanta che lo studioso tedesco Haller utilizza per la prima volta il termine “sindrome metabolica”, associando a questo disturbo sintomi riconducibili a diabete mellito, obesità e steatosi epatica. Da quel momento prendono il via una serie di studi clinici che hanno portato, oggi, a una conoscenza più precisa di questa combinazione di fattori di rischio.

Alterazioni metaboliche con origini multifattoriali

La parola ‘sindrome’ deriva dal greco e significa “concorso, affluenza”. Nel linguaggio medico, con questo termine si indica un insieme più o meno specifico di segni e sintomi non riconducibile a un unico fattore scatenante. ‘Metabolica’, invece, deriva da metabolismo, termine che a sua volta deve la sua origine al concetto di “mutazione, variazione, trasformazione” perché in effetti l’insieme delle trasformazioni chimiche che avvengono nelle cellule per produrre energia e nuova materia si chiama appunto metabolismo.

Appare chiaro che quando parliamo di sindrome metabolica ci troviamo quindi ad affrontare una situazione complessa, poliedrica: una vera e propria anomalia sistemica che ha il potere di cambiare il funzionamento del nostro metabolismo fino a causare l’insorgenza di un quadro clinico anche di grave entità.

La sindrome metabolica è strettamente collegata ad alcune variabili standard e fattori predisponenti, come l’età, il sesso, la genetica e lo stile di vita.

Molti degli studi condotti dimostrano una più alta manifestazione della malattia nei Paesi maggiormente sviluppati, come ad esempio negli Stati Uniti, dove i soggetti affetti da questa malattia sono per la maggior parte pazienti obesi con uno stile di vita poco salutare. L’eccesso di peso è dunque una delle principali cause di insorgenza della sindrome metabolica, al pari dell’adozione di uno stile di vita non salutare e dell’età che avanza.

I fattori scatenanti sono dunque numerosi, tanto quanto le conseguenze che ne derivano: questa particolare situazione, infatti, può condurre alla comparsa di serie minacce sul piano cardio-metabolico, associate ad un aumentato rischio di malattie croniche multiple, tra cui le malattie cardiovascolari e anche a malattie neurodegenerative (m. di Alzheimer, m. di Parkinson) e declino cognitivo fino alla demenza, la cui incidenza aumenta con l’aumento dell’età.

Come riconoscere una condizione di possibile sindrome metabolica?

L’obesità è sicuramente uno dei fattori scatenanti più importanti ma non è l’unico. Anche la sedentarietà e una dieta ricca di acidi grassi e zuccheri semplici, contribuiscono a peggiorare il quadro clinico. Vediamo in modo più approfondito quali possono essere alcuni indizi.

Uno dei primi segni che il nostro corpo “ci comunica” è l’aumento della circonferenza addominale. Infatti, per identificare la sindrome metabolica si parte proprio dalla misurazione della circonferenza addominale, seguita da quella della pressione sanguigna. È necessario poi controllare anche i livelli di glicemia e lipidi (grassi), rilevazioni ottenibili attraverso le analisi del sangue.

Ecco alcuni valori utili alla diagnostica della sindrome metabolica:

  • Circonferenza addominale ≥ 94cm nei maschi e ≥ 80 cm nelle femmine
  • Pressione arteriosa ≥ 130/85 mmHg o in terapia medica
  • Glicemia a digiuno > 100 mg/dl o diabete conclamato
  • Trigliceridemia ≥ 150 mg/dl
  • Colesterolo HDL < 40 mg/dl nei maschi e < 50 mg/dl nelle femmine

Se si riscontrano questi risultati è sempre bene consultare il proprio medico di base, accertandosi così che i valori possano condurre a una diagnosi accurata.

I primi segni, visibili e invisibili della sindrome metabolica

Per riconoscere la sindrome metabolica, uno degli indizi più importanti è la presenza di “obesità viscerale” cioè di un accumulo di grasso concentrato sulla fascia addominale. Un secondo indizio include anche la “resistenza insulinica” che consiste nella ridotta capacità delle nostre cellule, in particolare quelle del tessuto muscolare e adiposo, di rispondere correttamente all’azione dell’insulina e di utilizzare il glucosio come fonte di energia. A lungo andare, la resistenza insulinica potrebbe comportare:

  • ridotta utilizzazione del glucosio da parte dei muscoli;
  • aumento della sua produzione nel fegato;              
  • incremento dei livelli circolanti di acidi grassi che, nel fegato, determinano un aumento della produzione dei trigliceridi, del colesterolo LDL (colesterolo cattivo) e la riduzione del colesterolo HDL (colesterolo buono)              

Sindrome metabolica e alimentazione

La nostra alimentazione influenza anche la composizione della flora intestinale, chiamata microbiota, che è costituita da un’alta varietà di specie batteriche e da un sano equilibrio tra i vari elementi. Questo ecosistema promuove il corretto uso dell’energia proveniente dagli alimenti e l’integrità della mucosa intestinale, che rappresenta la prima barriera fisiologica nei confronti di agenti infiammatori.

Un’alimentazione scorretta può alterare la combinazione dei microrganismi simbiotici presenti nell’intestino, comportando un aumento dei batteri che inducono l’assorbimento dei grassi ingeriti e che producono sostanze infiammatorie. La permeabilità intestinale – ossia la capacità del rivestimento dell’intestino di farsi attraversare dalle sostanze nutritizie e altro – aumenta, generando il passaggio non fisiologico di sostanze infiammatorie nel sangue.

Tutto questo può andare a compromettere ulteriormente i complessi quadri clinici tipici della Sindrome metabolica.  

Quali sono le conseguenze della sindrome metabolica?

La sindrome metabolica è associata a sovrappeso e stili di vita scorretti che conducono a un accumulo di grasso a livello addominale, aumentando la resistenza insulinica e uno stato infiammatorio cronico di basso grado. Questo stato generale può costituire un fattore di rischio per il diabete e per le malattie cardiocircolatorie.

In queste condizioni, anche il fegato subisce una variazione del suo funzionamento: la ricezione di un eccesso di nutrienti (acidi grassi liberi e glucosio) e di molecole infiammatorie non permette al fegato di coordinare efficientemente le sue naturali funzioni, facendogli perdere anche la sua capacità di “regolatore metabolico”.

Si tratta di un circolo vizioso che mantenendosi nel tempo può compromettere lo stato generale di salute.

A fronte di queste considerazioni, però, sono pochissime le persone consapevoli del rischio che si corre non trattando la sindrome metabolica. Tranne per i soggetti già sottoposti a terapia per patologie come diabete, ipertrigliceridemia e ipertensione, è raro che si associ un girovita abbondante a livelli elevati di grassi nel sangue e livelli pressori alterati; tantomeno siamo portati a pensare che questi possano avere conseguenze così importanti per il nostro organismo.

Lo stile di vita conta!

Come abbiamo visto, la sindrome metabolica è una condizione complessa al punto da essere definita come “multifattoriale”. Ad aggravare questa condizione molto spesso concorrono uno stile di vita sedentario, che ci induce a rimanere inattivi per gran parte della giornata senza fare attività fisica.

Purtroppo oggi, sempre più frequentemente, questo problema si sta diffondendo anche tra i bambini e gli adolescenti. È bene ricordare quindi come l’intervento principale per prevenire questo tipo di problema parta dalla scelta di un’alimentazione corretta e da uno stile di vita sano.                                

Cosa fare per prevenire e per trattare la sindrome metabolica?

Ecco alcuni consigli utili:

  • una sana alimentazione insieme ad un corretto stile di vita (niente fumo, né alcol)
  • una regolare attività fisica (almeno 30 minuti di esercizio fisico aerobico, 3-5 volte la settimana)
  • controllo del peso corporeo e in particolare, della circonferenza addominale 

Ridurre i rischi per la salute è sicuramente il miglior modo di prevenire e accompagnare la cura di questa particolare condizione clinica.

In presenza di una diagnosi conclamata è corretto rivolgersi presso il proprio medico che consiglierà i migliori specialisti per una gestione multidisciplinare appropriata.

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Vuoi abbassare la pressione alta? Controllare il tuo peso può darti una mano

ipertensione e problemi cardiovascolari

Dalla pressione dipende la salute del cuore

La misurazione della pressione è forse uno dei controlli a cui siamo più abituati.

Ma perché è così importante? Per un motivo molto semplice: lo stato di salute del cuore e dell’intero apparato circolatorio, fondamentale per tutto l’organismo, è correlato ai valori della pressione arteriosa (minima e massima).

La pressione arteriosa è il risultato di due forze: quella impressa dal cuore al sangue quando si contrae per spingerlo all’interno dei vasi, e la resistenza che oppongono le arterie al flusso del sangue.

Quando la pressione supera i valori normali può danneggiare i vasi, rendendoli meno elastici e più spessi, e costringendo quindi il cuore a lavorare di più per far scorrere il sangue.
Questa condizione è chiamata ipertensione arteriosa e rappresenta uno dei principali fattori di rischio per le malattie cardiovascolari.

La pressione arteriosa: cos’è?

La pressione arteriosa è la forza esercitata dal sangue, pompato dal cuore, sulle pareti delle arterie.

Quando il cuore si contrae, il sangue entra nelle arterie generando una pressione che viene definita pressione arteriosa sistolica o “massima”.

Durante la fase successiva, il cuore si rilassa e si riempie di sangue. La pressione che si genera in questa fase si chiama pressione arteriosa diastolica o “minima”.

Ipertensione: i valori della pressione alta

Ogni volta che misuriamo la pressione otteniamo dei valori (misurati in mmHg, cioè millimetri di mercurio).

I valori sono da ritenersi ottimali quando sono minori di 120 mmHg per la massima e 80 mmHg per la minima.

Valori oltre queste soglie vanno tenuti sotto controllo, effettuando misurazioni periodiche (valori normali con fattori di rischio o normali-alti), ma non costituiscono una condizione patologica.

Parliamo invece di ipertensione quando la pressione massima è uguale o supera i 140 mmHg e quella minima i 90mmHg.

Nell’arco della giornata la pressione arteriosa sia massima che minima ha delle variazioni fisiologiche, cioè normali: è più alta al mattino subito dopo il risveglio, tende a ridursi con il passare delle ore e verso sera aumenta di nuovo, mentre durante il sonno i valori scendono.

La pressione massima può aumentare al progredire dell’età e a causa di stili di vita scorretti (anche nei giovani), per il progressivo aumento della rigidità dei vasi.

Un ottimo sistema per tenere sotto controllo la pressione arteriosa è quello di misurarla a intervalli regolari (a casa o in farmacia), segnando i risultati e facendoli vedere al proprio medico durante i controlli periodici.

Fattori di rischio

I fattori di rischio sono quelle condizioni che aumentano la probabilità di sviluppare una malattia, in questo caso del sistema cardiocircolatorio, e di andare incontro a un evento grave, come un infarto o un Ictus.

Alcuni di questi fattori come l’età, il sesso, e la familiarità sono indipendenti dalla nostra volontà. Vi sono poi fattori “modificabili”, sui quali invece è possibile intervenire, come:

  • eccesso di peso
  • sedentarietà
  • fumo di sigaretta
  • ipercolesterolemia (livelli elevati di colesterolo nel sangue)
  • diabete
  • stress
  • uso di determinati farmaci o sostanze che possono contribuire ad alzare la pressione (alcool, liquirizia, caffè o tè).

Una persona che presenta contemporaneamente più di un fattore di rischio ha una probabilità di sviluppare una malattia cardiocircolatoria che è maggiore della somma dei singoli fattori di rischio.

Questi sono frequentemente compresenti anche perché sono spesso correlati tra di loro: gli errori alimentari, ad esempio, contribuiscono al sovrappeso, all’aumento del colesterolo e dei trigliceridi, all’ipertensione, al diabete e così via.

Correggendo le proprie abitudini alimentari e migliorando il proprio stile di vita, è possibile eliminare contemporaneamente più di un fattore di rischio.

Ipertensione: lo sapevi che...

  • In Italia ne soffrono 15 milioni di persone. L’ipertensione è un problema diffuso: colpisce più del 20% della popolazione mondiale. In Italia riguarda 15 milioni di individui, ma circa la metà di questi non è consapevole di soffrirne, perché in molti casi la pressione arteriosa elevata non dà sintomi.
  • È un killer silenzioso, che non dà sintomi. Sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità che il Ministero della Salute definiscono l’ipertensione un “killer silenzioso”. Non tutti sanno, infatti, che la pressione alta generalmente non si fa sentire, non dà sintomi o segnali particolari, molte persone possono soffrirne per anni senza rendersene conto, scoprendo il problema casualmente e rischiando di incorrere in disturbi gravi come le malattie coronariche e ictus.
    La scoperta di avere la pressione alta, infatti, molto spesso viene fatta in farmacia o dal proprio medico con una misurazione occasionale senza l’attivazione di alcun campanello d’allarme.
    Per questo è molto importante controllare la pressione regolarmente, a maggior ragione perché agendo in tempo e seguendo uno stile di vita adeguato è possibile mantenerla entro i valori di normalità.
    Chiari sintomi quali forti mal di testa, ansia grave, affanno, perdite di sangue dal naso, nausea o vomito, dolori al petto, palpitazioni, problemi alla vista o acufeni (ronzii nelle orecchie), si scatenano in genere solo in caso di crisi ipertensive, cioè quando la pressione sanguigna raggiunge livelli pericolosamente elevati. In questi casi è particolarmente importante chiedere al più presto consiglio ad un medico.
  • È un problema da non sottovalutare: il rischio di occlusioni, infarti e ictus è concreto. Per capire i motivi della sua pericolosità basta pensare ad una strada percorsa da traffico troppo intenso e pesante che alla lunga ne danneggia l’asfalto. Nel caso dell’ipertensione sono i vasi sanguigni a cedere per effetto del sovraccarico della pressione.
    Una delle principali conseguenze dell’usura è il processo aterosclerotico, che finisce per restringere ed occludere le arterie. La mancanza di irrorazione causa una sofferenza e un danno progressivo dei tessuti. Si può arrivare, con la partecipazione di altri fattori di rischio, a mettere in pericolo cuore, arterie e altri organi, esponendo al rischio di gravi problemi cardiaci (come l’infarto), ictus, aneurismi, arteriopatie periferiche, insufficienza renale cronica e retinopatie.
  • Può colpire anche i giovani. Stili di vita che espongono a molti fattori di rischio e familiarità (genitori ipertesi) fanno sì che anche i giovani possano essere soggetti all’ipertensione. Quindi è vietato perdere tempo: non è possibile aspettare che l’ipertensione si manifesti con sintomi specifici. Conoscere i valori della propria pressione e controllarla regolarmente è necessario per proteggere la propria salute ed è utile già a partire dai 20 anni, soprattutto se si hanno genitori ipertesi.

Come abbassare la pressione

Come anticipato la pressione arteriosa dipende molto dallo stile di vita e dall’alimentazione. Gli accorgimenti utili a controllarne i valori riguardano soprattutto l’alimentazione. Ecco alcuni semplici azioni per abbassare la pressione con le proprie attività quotidiane:

  • Limitare il consumo del sale. Ridurre il consumo quotidiano di sale a circa 5g al giorno può abbassare la pressione massima fino a 8 mmHg e la minima fino a 4 mmHg. Per le esigenze del nostro organismo, è sufficiente la quantità di sale già contenuta naturalmente negli alimenti, e comunque sarebbe opportuno un consumo giornaliero di sale non superiore a un cucchiaino da tè.

  • Seguire un’alimentazione sana. La salute del cuore e i valori della pressione dipendono anche da una corretta alimentazione. L’ideale è consumare molta frutta e verdura, almeno 5 porzioni al giorno, possibilmente fresche e di stagione, da preferire al consumo di dolci e alimenti zuccherati. Attenzione alla quantità del cibo che si mangia; se possibile meglio preparare i pasti a casa, usando alimenti sani con pochi grassi e zuccheri. Moderare il consumo delle bevande zuccherate e dei succhi di frutta.
  • Evitare il fumo e moderare il consumo di caffè.

  • Praticare regolarmente attività fisica. Un’attività fisica di moderata intensità (bastano 30 minuti di cammino a passo svelto al giorno) aiuta a mantenere la pressione arteriosa a livello favorevole.

  • Ridurre i fattori di stress. Stress e ansia possono temporaneamente alzare la pressione. Se non è possibile eliminare tutti i fattori scatenanti, almeno è bene concedersi delle pause di relax.

  • Eliminare i chili di troppo. La pressione arteriosa spesso si associa a condizioni di sovrappeso e obesità che possono precedere, causare o aggravare uno stato di ipertensione arteriosa e quindi il rischio cardiovascolare.
  • Perdere peso aiuta ad abbassare la pressione

    L’eccesso di peso è nemico accertato della salute in generale, e di quella cardiovascolare in particolare.

    L’incremento di peso aumenta il lavoro che il cuore deve fare per pompare il sangue a tutto il corpo e influenza negativamente, in modi diversi, tutti gli altri fattori di rischio: diabete, ipertensione, aumento dei grassi del sangue, ecc.

    Il tessuto adiposo è un organo endocrino e, se non aiutato nella sua fisiologica funzionalità, può diventare pericoloso. In particolar modo, il grasso addominale, viscerale e sottocutaneo, produce citochine, proteine responsabili di infiammazioni locali e sistemiche.

    Questo accumulo di massa adiposa addominale e viscerale incide sul sistema cardio-vascolare di uomini e donne, in particolare dopo la menopausa. Pensate che un solo chilo di grasso addominale contiene circa 3 chilometri di nuovi capillari! Ciò vuol dire che chi ha 10 kg di eccesso di massa adiposa localizzata nell’addome, avrà circa 30 km di vasi sanguigni in più, con conseguente sforzo del cuore per spingere avanti il sangue.

     Il risultato finale è un incremento della pressione arteriosa e possibili aritmie cardiache.

    Attenzione al grasso addominale

    Sono stati evidenziati rischi patologici collegati a depositi di grasso localizzati nell’addome anche senza un eccesso di peso vero e proprio.

    L’aumento della circonferenza addominale infatti è strettamente correlata alla quantità del tessuto adiposo che si accumula nell’addome e che rappresenta un fattore di rischio anche più importante del semplice aumento del peso corporeo. Per questo motivo è importante misurarla e cercare di ridurla.

     Negli uomini il suo valore dovrebbe essere inferiore a 94 cm, mentre nelle donne inferiore a 80 cm. Una circonferenza addominale tra 94 e 101 cm negli uomini e tra 80 e 87 nelle donne indica una situazione di rischio, che diventa elevato se i valori superano rispettivamente i 102 cm e 88 cm.

    Quanto peso bisogna perdere per far scendere la pressione?

    Quanto peso dobbiamo perdere per avere dei benefici concreti?

    La risposta viene da uno studio scientifico: bisogna perdere il 5% del proprio peso.

    È stato dimostrato infatti che la riduzione di solo il 5% del peso porta alla diminuzione della pressione sistolica (massima) e diastolica (minima) di 5 mmHg.

    Cosa vuol dire? Una persona che pesa 100 kg, ad esempio, con una pressione arteriosa di 125/85 mmHg, perdendo solamente 5 kg può vedere i propri valori abbassarsi a 120/80 mmHg.

    Significa passare da una condizione “a rischio” a quella fisiologica.

    Tenendo sotto controllo il peso si migliora la pressione e quindi la salute del cuore.

    Perdere peso è molto più che una scelta estetica, è una scelta di medicina preventiva

    Per perdere peso in maniera sana, però, è necessario seguire un’alimentazione che rispetti l’organismo, e non seguire diete basate sulle rinunce, sull’esclusione di certi alimenti, che stressano il metabolismo.

    A partire dal 4 marzo inizierà un ciclo di seminari online GRATUITI dedicati all’alimentazione e ai problemi di salute che si possono curare o prevenire imparando a gestire il cibo che mangiamo. Seguendo i seminari on line (gratuiti!) riservati a te avrai la possibilità di conoscere un innovativo metodo per dimagrire mettendo al primo posto la salute metabolica, il metodo ACPG (Alimentazione Consapevole del Picco Glicemico), grazie al quale potrai imparare a gestire l’alimentazione più adatta al tuo corpo, ma soprattutto alla tua salute.

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