Cos’è la sindrome metabolica? Scopriamolo insieme

La “sindrome metabolica” (o sindrome da insulino-resistenza) è una condizione clinica complessa in cui può incorrere il nostro organismo.

Ma cos’è realmente la sindrome metabolica? Quali sono le cause? Come identificare questo disturbo nel nostro organismo?

Conosciamo meglio questa “sindrome” sempre più diffusa tra la popolazione mondiale ma ancora poco riconosciuta e quindi spesso sottovalutata.

Una sindrome degli ultimi secoli

Questa particolare condizione clinica, in realtà, è nota sin dal tardo Settecento, quando Giovanni Battista Morgagni mette in luce una connessione tra alcune manifestazioni dell’organismo tipiche di differenti patologie: obesità e ipertensione arteriosa.

Nel Novecento, in Europa e negli Stati Uniti si continua a studiare con interesse crescente questo insieme di fattori predisponenti che, sempre più spesso, mostrano gravi conseguenze soprattutto a livello cardiovascolare

È alla fine degli anni Settanta che lo studioso tedesco Haller utilizza per la prima volta il termine “sindrome metabolica”, associando a questo disturbo sintomi riconducibili a diabete mellito, obesità e steatosi epatica. Da quel momento prendono il via una serie di studi clinici che hanno portato, oggi, a una conoscenza più precisa di questa combinazione di fattori di rischio.

Alterazioni metaboliche con origini multifattoriali

La parola ‘sindrome’ deriva dal greco e significa “concorso, affluenza”. Nel linguaggio medico, con questo termine si indica un insieme più o meno specifico di segni e sintomi non riconducibile a un unico fattore scatenante. ‘Metabolica’, invece, deriva da metabolismo, termine che a sua volta deve la sua origine al concetto di “mutazione, variazione, trasformazione” perché in effetti l’insieme delle trasformazioni chimiche che avvengono nelle cellule per produrre energia e nuova materia si chiama appunto metabolismo.

Appare chiaro che quando parliamo di sindrome metabolica ci troviamo quindi ad affrontare una situazione complessa, poliedrica: una vera e propria anomalia sistemica che ha il potere di cambiare il funzionamento del nostro metabolismo fino a causare l’insorgenza di un quadro clinico anche di grave entità.

La sindrome metabolica è strettamente collegata ad alcune variabili standard e fattori predisponenti, come l’età, il sesso, la genetica e lo stile di vita.

Molti degli studi condotti dimostrano una più alta manifestazione della malattia nei Paesi maggiormente sviluppati, come ad esempio negli Stati Uniti, dove i soggetti affetti da questa malattia sono per la maggior parte pazienti obesi con uno stile di vita poco salutare. L’eccesso di peso è dunque una delle principali cause di insorgenza della sindrome metabolica, al pari dell’adozione di uno stile di vita non salutare e dell’età che avanza.

I fattori scatenanti sono dunque numerosi, tanto quanto le conseguenze che ne derivano: questa particolare situazione, infatti, può condurre alla comparsa di serie minacce sul piano cardio-metabolico, associate ad un aumentato rischio di malattie croniche multiple, tra cui le malattie cardiovascolari e anche a malattie neurodegenerative (m. di Alzheimer, m. di Parkinson) e declino cognitivo fino alla demenza, la cui incidenza aumenta con l’aumento dell’età.

Come riconoscere una condizione di possibile sindrome metabolica?

L’obesità è sicuramente uno dei fattori scatenanti più importanti ma non è l’unico. Anche la sedentarietà e una dieta ricca di acidi grassi e zuccheri semplici, contribuiscono a peggiorare il quadro clinico. Vediamo in modo più approfondito quali possono essere alcuni indizi.

Uno dei primi segni che il nostro corpo “ci comunica” è l’aumento della circonferenza addominale. Infatti, per identificare la sindrome metabolica si parte proprio dalla misurazione della circonferenza addominale, seguita da quella della pressione sanguigna. È necessario poi controllare anche i livelli di glicemia e lipidi (grassi), rilevazioni ottenibili attraverso le analisi del sangue.

Ecco alcuni valori utili alla diagnostica della sindrome metabolica:

  • Circonferenza addominale ≥ 94cm nei maschi e ≥ 80 cm nelle femmine
  • Pressione arteriosa ≥ 130/85 mmHg o in terapia medica
  • Glicemia a digiuno > 100 mg/dl o diabete conclamato
  • Trigliceridemia ≥ 150 mg/dl
  • Colesterolo HDL < 40 mg/dl nei maschi e < 50 mg/dl nelle femmine

Se si riscontrano questi risultati è sempre bene consultare il proprio medico di base, accertandosi così che i valori possano condurre a una diagnosi accurata.

I primi segni, visibili e invisibili della sindrome metabolica

Per riconoscere la sindrome metabolica, uno degli indizi più importanti è la presenza di “obesità viscerale” cioè di un accumulo di grasso concentrato sulla fascia addominale. Un secondo indizio include anche la “resistenza insulinica” che consiste nella ridotta capacità delle nostre cellule, in particolare quelle del tessuto muscolare e adiposo, di rispondere correttamente all’azione dell’insulina e di utilizzare il glucosio come fonte di energia. A lungo andare, la resistenza insulinica potrebbe comportare:

  • ridotta utilizzazione del glucosio da parte dei muscoli;
  • aumento della sua produzione nel fegato;              
  • incremento dei livelli circolanti di acidi grassi che, nel fegato, determinano un aumento della produzione dei trigliceridi, del colesterolo LDL (colesterolo cattivo) e la riduzione del colesterolo HDL (colesterolo buono)              

Sindrome metabolica e alimentazione

La nostra alimentazione influenza anche la composizione della flora intestinale, chiamata microbiota, che è costituita da un’alta varietà di specie batteriche e da un sano equilibrio tra i vari elementi. Questo ecosistema promuove il corretto uso dell’energia proveniente dagli alimenti e l’integrità della mucosa intestinale, che rappresenta la prima barriera fisiologica nei confronti di agenti infiammatori.

Un’alimentazione scorretta può alterare la combinazione dei microrganismi simbiotici presenti nell’intestino, comportando un aumento dei batteri che inducono l’assorbimento dei grassi ingeriti e che producono sostanze infiammatorie. La permeabilità intestinale – ossia la capacità del rivestimento dell’intestino di farsi attraversare dalle sostanze nutritizie e altro – aumenta, generando il passaggio non fisiologico di sostanze infiammatorie nel sangue.

Tutto questo può andare a compromettere ulteriormente i complessi quadri clinici tipici della Sindrome metabolica.  

Quali sono le conseguenze della sindrome metabolica?

La sindrome metabolica è associata a sovrappeso e stili di vita scorretti che conducono a un accumulo di grasso a livello addominale, aumentando la resistenza insulinica e uno stato infiammatorio cronico di basso grado. Questo stato generale può costituire un fattore di rischio per il diabete e per le malattie cardiocircolatorie.

In queste condizioni, anche il fegato subisce una variazione del suo funzionamento: la ricezione di un eccesso di nutrienti (acidi grassi liberi e glucosio) e di molecole infiammatorie non permette al fegato di coordinare efficientemente le sue naturali funzioni, facendogli perdere anche la sua capacità di “regolatore metabolico”.

Si tratta di un circolo vizioso che mantenendosi nel tempo può compromettere lo stato generale di salute.

A fronte di queste considerazioni, però, sono pochissime le persone consapevoli del rischio che si corre non trattando la sindrome metabolica. Tranne per i soggetti già sottoposti a terapia per patologie come diabete, ipertrigliceridemia e ipertensione, è raro che si associ un girovita abbondante a livelli elevati di grassi nel sangue e livelli pressori alterati; tantomeno siamo portati a pensare che questi possano avere conseguenze così importanti per il nostro organismo.

Lo stile di vita conta!

Come abbiamo visto, la sindrome metabolica è una condizione complessa al punto da essere definita come “multifattoriale”. Ad aggravare questa condizione molto spesso concorrono uno stile di vita sedentario, che ci induce a rimanere inattivi per gran parte della giornata senza fare attività fisica.

Purtroppo oggi, sempre più frequentemente, questo problema si sta diffondendo anche tra i bambini e gli adolescenti. È bene ricordare quindi come l’intervento principale per prevenire questo tipo di problema parta dalla scelta di un’alimentazione corretta e da uno stile di vita sano.                                

Cosa fare per prevenire e per trattare la sindrome metabolica?

Ecco alcuni consigli utili:

  • una sana alimentazione insieme ad un corretto stile di vita (niente fumo, né alcol)
  • una regolare attività fisica (almeno 30 minuti di esercizio fisico aerobico, 3-5 volte la settimana)
  • controllo del peso corporeo e in particolare, della circonferenza addominale 

Ridurre i rischi per la salute è sicuramente il miglior modo di prevenire e accompagnare la cura di questa particolare condizione clinica.

In presenza di una diagnosi conclamata è corretto rivolgersi presso il proprio medico che consiglierà i migliori specialisti per una gestione multidisciplinare appropriata.

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Ritenzione idrica e cellulite: cause e rimedi

A quanti di noi è capitato di provare un costume prima della stagione estiva e pensare “forse è meglio che compri anche un pareo ho questa cellulite che…”

Cellulite e ritenzione idrica sono da sempre collegate a inestetismi della pelle ma sono problematiche ben più importanti. Cosa c’è alla loro base? Sono la stessa cosa? Come sono legate a sovrappeso e obesità? Perché ne soffrono anche le persone magre?

Scopriamolo insieme.

Che cos’è la ritenzione idrica?

La ritenzione idrica è una condizione caratterizzata dalla tendenza ad accumulare liquidi e tossine nei tessuti, che conduce a gonfiore ed edema molto spesso localizzato agli arti inferiori. È una problematica quasi sempre associata a sovrappeso e obesità, ma in che modo?

Ritenzione idrica e sovrappeso.
Causa o conseguenza?

“Ho qualche chilo di troppo ma sono tutti liquidi. Sai, soffro di ritenzione idrica.”

Molti credono che la ritenzione idrica sia una delle cause del sovrappeso. In realtà il suo contributo nell’aumento di peso è marginale. È vero invece il contrario, e cioè che è il sovrappeso a causare ritenzione idrica. Capiamo perché.

In condizioni di salute il sangue porta ossigeno, nutrienti, lipidi e proteine al tessuto, i tessuti invece cedono gli scarti del metabolismo cellulare in parte al sistema venoso e in parte a quello linfatico (le sostanze di dimensioni più grandi e i fluidi in eccesso) perché vengano allontanati.

In caso di sovrappeso e obesità, l’eccesso di grasso causa una condizione di infiammazione nel tessuto adiposo (grasso) che compromette gli scambi nutrizionali tra sistema circolatorio e tessuto. La funzionalità e la struttura dei capillari sanguigni e linfatici presenti a livello del tessuto viene compromessa, il deflusso dei liquidi tessutali rallenta e i liquidi ristagnano. Si genera così una condizione di ritenzione idrica che può evolvere in cellulite.

TESSUTO SANO

TESSUTO INFIAMMATO

Che cos’è la cellulite?

La cellulite è un’alterazione del tessuto sottocutaneo.

Problemi a livello della microcircolazione linfatica e venosa provocano un aumento della permeabilità capillare. Questa a sua volta causa edema che si manifesta come gonfiore. Inoltre gli adipociti (cellule in cui vengono accumulati i grassi) si ingrandiscono, si formano dei noduli e il derma (strato della cute sottostante l’epidermide) diventa più sottile. Tutto questo porta ad un indurimento del tessuto. Si verifica una vera e propria alterazione della struttura del tessuto che produce la cosiddetta “buccia d’arancia”.

Gonfiore e “buccia d’arancia” sono proprio i due principali segni della cellulite. Questa condizione può essere classificata in stadi in base alla gravità.

Il I° STADIO è quello della cellulite edematosa. Consiste nel ristagno di liquidi nei tessuti.

Il II° STADIO, definito della cellulite fibrosa, è quello in cui si inizia a vedere l’effetto “a buccia d’arancia”.

Nel III° STADIO, quello della cellulite sclerotica, il tessuto cutaneo appare irregolare, è duro al tatto e può dare dolore.

Che differenza c’è tra ritenzione idrica e cellulite?

Nonostante spesso vengano considerate la stessa cosa, la ritenzione idrica e la cellulite sono due cose distinte anche se molto legate tra loro. La ritenzione idrica è, infatti, una delle cause della cellulite. È possibile quindi che i due disturbi coesistano, ma non è scontato.

Comprendere quali dei due problemi ci riguardi non è sempre semplice. Per essere sicuri è consigliabile, infatti, rivolgersi ad uno specialista.

Se, però, volessimo toglierci la curiosità potremmo premere un dito sulla pelle per qualche secondo, se compare un alone bianco potrebbe trattarsi di ritenzione idrica, se, invece, stringendo la pelle tra le dita si formano dei piccoli buchi allora potrebbe trattarsi di cellulite.

Quali sono le cause della ritenzione idrica e della cellulite?

Abbiamo detto che la cellulite può essere dovuta alla ritenzione idrica e che la causa di quest’ultima può essere il sovrappeso o l’obesità. Ci sono però molti altri fattori che causano cellulite e ritenzione idrica, che per la maggior parte, sono comuni ad entrambe, tra cui:

  • Una cattiva alimentazione.
  • Indossare abiti stretti e tacchi alti, accavallare le gambe, stare molto tempo in piedi, perché sono comportamenti che alterano la normale circolazione per compressione dei vasi.
  • Lo stress, che alza i livelli di cortisolo (ormone dello stress) e aumenta la ritenzione idrica.
  • Il fumo, che ha un’azione vasocostrittrice e aumenta la formazione di radicali liberi.
  • La sedentarietà.

La cellulite, inoltre, può essere dovuta a fattori genetici ereditari, ecco perché ne possono soffrire anche persone magre.

Perché la sedentarietà causa ritenzione idrica e cellulite?

Se non si fa attività fisica e si sta a lungo in luoghi chiusi diminuisce la quantità di ossigeno nel sangue e quindi anche nei nostri tessuti. La scarsità di ossigeno genera dei cambiamenti nel metabolismo delle cellule che le porta a produrre proteine infiammatorie. Questa condizione porta alla formazione di edemi, alla compromissione del sistema linfatico e allo sviluppo di ritenzione idrica. Inoltre, praticando poca attività fisica si riduce il tessuto muscolare, si può andare più facilmente incontro a sovrappeso e obesità (cause della ritenzione idrica) e, perdendo tonicità, la cellulite diventa più visibile.

Consigli utili per contrastare la ritenzione idrica e la cellulite

Comprese le cause di questi problemi sarà facile intuire quali siano gli accorgimenti da prendere per prevenirli o ridurli.

Ecco di seguito 5 consigli utili:

  • Bere almeno 1,5-2 l d’acqua al giorno, anche sotto forma di tisane.
  • Fare attività fisica.
  • Ridurre l’utilizzo del sale da cucina.
  • Fare alcuni giorni di digiuno consapevole.
  • Mangiare alimenti che possono contrastare ritenzione e cellulite.

Cosa mangiare per contrastare ritenzione idrica e cellulite?

In generale, considerato che è importante aumentare l’apporto idrico, è consigliabile mangiare cibi ricchi di acqua, soprattutto frutta e verdura tra cui: anguria, ananas, lattuga, cetrioli, asparagi e cipolle.

Un’idea per un gustoso spuntino sano che contrasti la ritenzione idrica può essere un centrifugato a base di finocchio, sedano, ananas e invidia.

Ecco la ricetta: centrifugare 1 cuore di finocchio e 2 gambi di sedano. Aggiungere alcune foglie di indivia e, infine, 2 fette d’ananas. Mescolare il tutto con un cucchiaino di semi di anice e foglioline di menta.

Questo centrifugato contiene buone dosi di magnesio, calcio, enzimi attivi, acido folico e potassio. Ha un’azione favorente la diuresi ed è utile a contrastare l’acidità tissutale e urinaria.

Vuoi saperne di più?

Abbiamo compreso quindi come ritenzione idrica e cellulite siano legate a sovrappeso e obesità e come, pertanto, controllando il proprio peso sia possibile limitare queste problematiche. Esistono molte altre problematiche di salute che dipendono dall’eccesso di peso come l’ipertensione o il colesterolo alto. Per saperne di più visita la sezione blog del sito metodoacpg.it.

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Steatosi epatica o “fegato grasso”: aiutati con l’alimentazione

Il fegato, “regista” dell’organismo

Il fegato è la ghiandola più grande del corpo umano. Pesa circa 1.5 kg nell’uomo, un po’ meno nella donna, ed è localizzato in alto, nella parte destra dell’addome.

Le sue cellule, dette anche cellule epatiche (o epatociti), sono una vera “centrale chimica”, grazie alla quale il fegato svolge importanti funzioni metaboliche, che coinvolgono carboidrati, grassi, proteine, minerali, vitamine. Provvede, inoltre, all’eliminazione dell’alcol dal sangue e fornisce il glucosio al cervello.

Il fegato è quindi strettamente connesso all’apparato digerente: ha, infatti, come compito fondamentale quello di drenare il sangue di provenienza intestinale, catturare le sostanze nutritive in esso contenute e derivanti dai cibi assunti con la dieta, metabolizzarle e distribuirle agli altri organi.

Al tempo stesso è in grado di processare le sostanze dannose attraverso complesse reazioni chimiche, facilitandone la successiva eliminazione.

Nel fegato si trovano, inoltre, le vie biliari: esse raccolgono la bile che, prodotta dalle cellule epatiche, viene convogliata attraverso piccoli dotti (canalicoli biliari) in dotti sempre più grandi sino all’intestino, dove può svolgere la sua azione emulsionante sui grassi.

Per tutte queste sue funzioni, e per molte altre ancora, il fegato viene definito come il “regista” dei principali processi fisiologici del nostro organismo.

Tuttavia, ad oggi quest’organo è uno degli organi che risente maggiormente delle attuali abitudini alimentari

Al consumo eccessivo di carboidrati, il fegato risponde trasformando gli zuccheri in glicogeno ed acidi grassi saturi. 

Giorno dopo giorno, però, i grassi si accumulano, il fegato si ingrossa ed aumenta di dimensioni, portando ad una condizione nota come steatosi epatica o “fegato grasso”.

Cos’è la steatosi epatica o “fegato grasso”?

La steatosi epatica, o “fegato grasso”, consiste proprio in ciò che il suo nome suggerisce: è una condizione in cui l’eccessivo accumulo di grasso nelle cellule del fegato supera del 5% il peso medio di quest’organo. Essa si manifesta per lo più tra i 40 e 60 anni di età, ma oggi anche l’incidenza tra i più giovani è in aumento.

Nel linguaggio comune, tuttavia, con il termine “fegato grasso” si indicano due diverse condizioni:

  • Steatosi epatica non alcolica, identificata con l’acronimo inglese NAFLD (non-alcoholic fatty liver disease). Questa si manifesta soprattutto quando il fegato è sottoposto ad un sovraccarico funzionale, ad esempio correlato ad una dieta troppo ricca di grassi (trigliceridi), che a fatica vengono smaltiti, oppure in concomitanza con obesità o sovrappeso, sindrome metabolica o diabete mellito di tipo 2.
  • Steatosi epatica alcolica. Il consumo regolare di alcol è alla base di questo stato, poiché a sua volta facilita l’accumulo di grassi a livello epatico; il primo passo per il trattamento di questo tipo di steatosi è certamente ridurre o meglio eliminare il consumo di bevande alcooliche.

Il “fegato grasso”, in entrambi i casi, è per lo più una condizione reversibile, ma a volte può evolvere in uno stato infiammatorio e degenerare, passando attraverso diversi stadi, fino alla cirrosi epatica.

Per questo motivo, è importante comprendere come prevenire questa condizione, anche attraverso una corretta alimentazione.

Le cause della steatosi epatica

Come anticipato, diete ipercaloriche e troppo ricche di grassi sono la causa primaria della steatosi epatica: se il fegato non riesce a metabolizzare i grassi adeguatamente, questi si accumulano.

Altre cause possono essere:

  • Abuso di alcol
  • Digiuni prolungati e perdita di peso repentina
  • Attività fisica e sforzi eccessivi
  • Uso di alcuni farmaci
  • Squilibri ormonali

Ci sono poi condizioni predisponenti quali obesità, sindrome metabolica, diabete o ipertrigliceridemia.

Le conseguenze della steatosi epatica

Le principali conseguenze di un fegato ingrossato e affaticato sono:

  1. Digestione difficile e disturbi del transito intestinale.
  2. Detossificazione rallentata, cioè difficoltà nello smaltimento delle tossine, con aumento dello stress ossidativo.
  3. Metabolismo alterato, in particolare dei grassi.

Come ricordato in precedenza, il “fegato grasso” è comunque generalmente una condizione benigna e reversibile. Tuttavia in alcuni individui l’eccesso di grasso può portare ad uno stato infiammatorio del fegato, detta steato-epatite.

Questa condizione, se protratta nel tempo, conduce a danno tissutale; la riparazione del danno al tessuto, a sua volta, induce la formazione di cicatrici, definendo uno stato di “fibrosi”, in cui la rigidità tissutale, nelle forme più avanzate, può evolvere in cirrosi con gravi conseguenze per la funzionalità epatica.

Dai sintomi alla diagnosi

Quali sono i sintomi?

Molto spesso si tratta di una condizione asintomatica, che si scopre solo dopo essersi sottoposti ad esami diagnostici per altre motivazioni.

 

Talvolta però può manifestarsi con dolore, spesso temporaneo, nel lato destro superiore dell’addome oppure si possono osservare:

  • Sonnolenza diurna e stanchezza.
  • Difficoltà di concentrazione.

Altri sintomi minori correlati al fegato affaticato possono essere i disturbi della digestione ed alito cattivo, mal di testa, dopo il consumo di alcool e grassi e pelle impura.

Come si riconosce il “fegato grasso”?

Durante un normale controllo il medico potrebbe notare piccole anomalie all’esame obiettivo, nei valori degli esami del sangue o altro che lo orientano verso una diagnosi di steatosi per cui potrebbe richiedere ulteriori approfondimenti, quali:

  • Specifici esami del sangue. In particolare, la determinazione delle transaminasi, gli enzimi indicati con le sigle GOT (o ALT) e GPT (o AST), è utile per verificare lo stato di salute del fegato.
  • Ecografia addominale. In caso di steatosi, dalle immagini rilevate con l’ecografo si riscontra un “fegato brillante”, così chiamato per l’anomala luminosità, che si manifesta soprattutto negli stadi più avanzati.
  • Tac, Risonanza Magnetica (RM) o Biopsia epatica, per studi più approfonditi nelle condizioni ritenute più a rischio.

Cosa fare in caso di steatosi?

Non ci sono terapie standardizzate per il fegato grasso, ma generalmente l’intervento terapeutico parte da una corretta alimentazione.

Soprattutto in caso di sovrappeso e obesità è necessario favorire la perdita di peso graduale e l’attività fisica aerobica: il miglioramento dello stile di vita contribuisce, infatti, all’eliminazione del grasso in eccesso a livello epatico, e non solo.

Fegato grasso ed obesità: esiste una correlazione?

La steatosi è il disturbo del fegato più comune ed è in fortissima crescita:
  • È presente nel 20-30% della popolazione generale;
  • supera il 60% nei soggetti diabetici, dislipidemici, in sovrappeso;
  • va oltre l’80% negli obesi [1].
Possiamo quindi facilmente intuire che steatosi epatica ed obesità sono strettamente correlate. Quando pensiamo ad una persona sovrappeso o obesa, di solito immaginiamo un individuo con accumuli di grasso in diverse parti del corpo. Riusciamo però ad identificare in questo modo solo gli effetti visibili della distribuzione del grasso corporeo, mentre ignoriamo tutto ciò che avviene alla base di questo processo, cioè a livello cellulare. Un’alimentazione scorretta porta ad introdurre un eccesso di grassi e carboidrati, che si accumulano nelle cellule. Questo processo coinvolge prima di tutto gli adipociti, le cellule che costituiscono il “grasso” corporeo, il cui volume aumenta mano a mano che acidi grassi e trigliceridi si accumulano al loro interno (ad occhio nudo, si vede l’individuo ingrassare). Tuttavia, non potendo continuare ad espandersi all’infinito, gli adipociti iniziano ad inviare dei segnali cellulari, attivando proteine di natura infiammatoria. Si instaura quindi un processo infiammatorio che arriva a coinvolgere tutto l’organismo e che è alla base di condizioni croniche, quali il diabete di tipo 2, la sindrome metabolica, la steatosi epatica, ecc. Al tempo stesso, si riduce la “massa magra”, cioè la massa muscolare ricca di organelli, detti mitocondri, deputati a bruciare i grassi per ottenere energia: in questo modo i muscoli non sono più in grado di supportare il fegato nella sua attività metabolica e si instaura una sorta di circolo vizioso, che vede l’accumulo degli eccessi dell’alimentazione a livello del fegato, aggravando lo stato di steatosi epatica. Quest’organo, ingrossato ed affaticato, svolge con difficoltà le sue attività metaboliche quotidiane. È fondamentale, pertanto, ristabilirne la corretta funzionalità, riducendo gli acidi grassi saturi ed i carboidrati provenienti dall’alimentazione: in questo modo, il fegato grasso può “alleggerirsi”, riprendendo così la sua normale funzione e favorendo la perdita di peso anche in chi è sovrappeso. [1] Fonte: NICE 2016. Non-Alcoholic fatty liver disease – Assessment and managment. Nice Guideline NG49

Un po’ di attività fisica per “alleggerire” il proprio fegato

Come anticipato, in presenza di steatosi epatica, cui spesso si accompagnano sovrappeso o obesità, si osserva una riduzione della massa magra muscolare: il carico alimentare quotidiano, che non riesce ad essere bruciato dai mitocondri delle cellule muscolari, viene trasformato nel fegato in grasso che a sua volta si accumula negli adipociti e, se in eccesso, a livello del fegato stesso.

È fondamentale ripristinare la massa muscolare, pertanto, sia per supportare il fegato nella sua attività metabolica e aiutarlo a liberarsi del grasso depositato, sia per favorire la perdita di peso generale, recuperando la capacità di bruciare i grassi in eccesso.

Ed ecco che entra in gioco l’attività fisica: particolarmente consigliati sono gli esercizi di resistenza muscolare, che coinvolgano i principali muscoli del corpo umano (braccia, tronco, gambe e addome), alternando sessioni di attività aerobica, come correre, andare in bicicletta o camminare, con lo scopo di attivare il metabolismo, ossigenare i tessuti e “bruciare” i grassi.

Cibi da evitare ed alimenti consigliati

L’attività fisica risulta, pertanto, una fedele alleata nella riduzione del grasso corporeo e nella gestione del “fegato grasso”, ma più volte si è ricordato l’importanza di far proprie adeguate abitudini alimentari.

In caso di steatosi epatica, il primo passo è la riduzione del consumo di alimenti composti con farina e ricchi di acidi grassi saturi, così da ridurre l’esposizione del fegato a carboidrati e grassi in eccesso, che potrebbero accumularsi nelle sue cellule.

In questo modo non solo ci si alimenta per “scaricare” il proprio fegato, ma nel lungo termine, ripristinando la funzionalità di questo organo, si favorisce la perdita di peso.

Tuttavia, non bastano le restrizioni: per contrastare il “fegato grasso”, infatti, non bisogna solo ridurre grassi e carboidrati nella propria dieta quotidiana, ma questa può essere ridisegnata sfruttando alimenti adatti e per lo più tipici dalla dieta Mediterranea.

Si tratta, nel dettaglio, di aggiungere alla propria dieta cibi particolarmente ricchi in acidi grassi omega 3, quali:

  • Pesce (salmone, tonno, ecc.)
  • Cereali integrali
  • Frutta secca
  • Legumi, come ceci e lenticchie
  • Olio extravergine di oliva, olio di lino crudo estratto a freddo, olio di krill
  • Vegetali (es. avocado o ortaggi freschi)

Questi particolari acidi grassi insaturi agiscono positivamente sul metabolismo di grassi, carboidrati e proteine, a supporto della funzionalità del fegato.

Esiste dunque una forte correlazione tra “fegato grasso” e stile di vita. Proprio per questo è importante seguire sane abitudini ed un’alimentazione consapevole.

Sappiamo però che gestire in maniera autonoma un’alimentazione corretta e personalizzata, unica per le proprie esigenze di salute, non è affatto semplice.

Proprio per questo ti diamo la possibilità di partecipare ai nostri seminari online GRATUITI, durante i quali avrai la possibilità di conoscere un metodo innovativo per la gestione della tua alimentazione consapevole.

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Perché non tutti dimagriscono con la stessa dieta?

perché non tutti dimagriscono con la stessa dieta

A ciascuno il suo metabolismo

Quante volte è capitato di notare persone che non ingrassano pur mangiando molto, o che al contrario prendono peso con più facilità di altre? Come mai i danni di un’alimentazione sbilanciata si manifestano in maniera diversa da persona a persona?

A parità di alimentazione non equilibrata, alcune persone tendono ad ingrassare, altre no.

Ma le conseguenze degli eccessi ( o degli errori) alimentari, non sono tutte visibili.

Ci sono alcuni che nonostante tutto mantengono il loro peso forma e restano (o sembrano restare) in perfetta salute. Ma la verità è che il rischio di sviluppare malattie cardiache, allergie o intolleranze alimentari (in particolare verso il glutine) e patologie degenerative è elevato. 

Questo significa una cosa sola: non può esistere una sola dieta che va bene per tutti.

Se i singoli alimenti, o le loro combinazioni, hanno un’azione diversa su ogni organismo, l’unica cosa da fare è imparare a conoscere il proprio corpo per scegliere il cibo che lo mantiene in forma.

Perchè mangio poco e non dimagrisco? La risposta è nel DNA

La risposta a queste domande e a queste apparenti incongruenze è scritta nei geni. Ma ciò che più conta è l’azione che molecole introdotte nell’organismo con cibo, bevande e persino con il respiro possono esercitare sul DNA di ciascuno.

Esiste, infatti, un dimostrato e chiaro nesso tra la nutrizione, l’espressione genica del DNA e le patologie cardiovascolari (infarto, ictus), ipertensione arteriosa, diabete mellito, cancro…

Conoscere queste predisposizioni individuali, dovute a caratteristiche genetiche uniche, può aiutarci a capire come funziona il nostro organismo e contribuire a migliorare il nostro metabolismo, oltre a prevenire malattie come sovrappeso e obesità.

Il cibo, quindi, “parla” con il nostro patrimonio genico. Alcune molecole, per esempio contenute nella verdura, hanno la capacità di agire sugli accumuli adiposi e di farli “svuotare”. 

La scienza che studia l’effetto delle molecole contenute negli alimenti sul nostro DNA si chiama nutrigenomica o genomica nutrizionale.

Grasso dentro o fuori?

circonferenza addominale

Quando immaginiamo una persona obesa facciamo solitamente riferimento ad un soggetto con accumuli visibili di grasso in diverse parti del corpo. Stiamo guardando la cosiddetta “obesità fenotipica” soggettiva, che esprime, cioè, le caratteristiche fisiche di una persona con la distribuzione corporea della sua massa adiposa.

In realtà, però, questo non è altro che il risultato di un lungo processo che non vediamo a occhio nudo perché riguarda le cellule del nostro corpo, che diventano “grasse”, con un volume e una massa maggiore. 

In altre parole “l’obesità anatomica” (quella cioè che vediamo) è preceduta e condizionata da “un’obesità cellulare”.

Per dimagrire, raggiungere il peso forma e vivere in salute più a lungo occorre partire dal concetto che dobbiamo innanzitutto mantenere “magre” le nostre cellule.

Una persona può essere anche in un peso forma accettabile, ma se presenta un’obesità cellulare può essere considerata “metabolicamente obesa”, con tutte le conseguenze di una persona obesa per salute e longevità.

Per bruciare grassi serve l'ossigeno!

Le cellule “ingrassano” quando si verifica:

  • un accumulo, al loro interno, di acidi grassi saturi, dovuto ad un eccesso di lipidi e di carboidrati glicemici alimentari;
  • una carenza di molecole nutrienti di origine vegetale e marina (es. se mangiamo poche verdure);
  • volumi ridotti di ossigeno (ipossia).

L’ossigeno, che introduciamo nel nostro organismo attraverso la respirazione, ma anche con l’alimentazione (con l’acqua, per esempio!), è il principale nutriente delle cellule e ha un ruolo chiave anche nel dimagrimento

Basti pensare che per “bruciare” un solo grammo di grasso occorrono ben 2 litri di ossigeno all’interno delle cellule!

Una cellula “obesa” con riduzione di ossigeno al suo interno è come una candela sotto una campana: senza ossigeno si spegne e accumula acidi grassi saturi, con aumento di volume e massa.

La dieta ipocalorica..è utile?

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Prima della genomica nutrizionale si riteneva che una stessa dieta producesse gli stessi effetti in tutti gli individui. 

Si pensava esistesse un rapporto lineare tra riduzione delle calorie giornaliere e riduzione del peso (o meglio della massa grassa corporea): “taglio le calorie, quindi dimagrisco”.

Era la filosofia del cibo “miracolo”, delle diete “perdi 7 chili in 7 giorni”, del “farmaco che scioglie il grasso”.

L’effetto di questo tipo di diete è parziale (il peso si riduce, ma non è la massa grassa ad andarsene) e non duraturo. Perché, con un regime alimentare che causa una troppo rapida perdita di peso, succede che:

  • i chili persi sono acqua e massa magra, solo in minima parte massa grassa;
  • dopo alcune settimane si verifica un blocco nella perdita di peso;
  • la fame costante porta a interrompere la dieta;
  • quando si riprende a mangiare normalmente si recupera tutto il peso perso, ma con una più alta percentuale di massa grassa e più rischi per la salute.

Questo è un modello di dietologia sintomatologica in cui si cerca di sconfiggere i segni e i sintomi del sovrappeso e dell’obesità senza affrontare la loro prima causa: l’obesità cellulare, con le sue conseguenze complesse e sistemiche.

È un modello culturale, non naturale, che antepone il cibo al corpo.

Contare le calorie non serve!

Le cellule umane non conoscono, non comprendono questo modo di agire. Il corpo umano è un organismo biologico complesso che non vive con reazioni lineari. L’obesità è una patologia complessa, generata da molteplici reazioni fisiopatologiche che sono interdipendenti, che avvengono nello stesso tempo in sedi anatomiche diverse tra loro.

È troppo riduttivo pensare di controllare il peso corporeo e l’accumulo di massa grassa con il solo calcolo delle calorie giornaliere…soprattutto perché, nel corpo umano, le calorie non esistono! Il corpo e le cellule reagiscono alle molecole dei nutrienti introdotte con l’alimentazione e la respirazione. Nessuna caloria entra all’interno delle cellule! 

Tra l’altro i cibi contengono molecole che non forniscono alcuna caloria, come vitamine, minerali, fibra alimentare, polifenoli, antociani, flavonoidi, caroteni, ma che sono essenziali per la vita delle cellule.

Le calorie all’interno del corpo umano non esistono! Esistono solo le molecole che introduciamo con gli alimenti.

Si può dimagrire mangiando i cibi giusti

La dieta, intesa come stile di vita e di alimentazione consapevole, si fa prima nella testa e poi nella bocca. 

Prima occorre conoscere il proprio corpo, unico e diverso dagli altri corpi, poi si sceglie il “proprio” cibo, le “proprie” molecole, quelle più adatte all’organismo, quelle che ci permetteranno di vivere in salute e a lungo.  

L’azione più importante, infatti, è saper scegliere il miglior cibo per noi. Dobbiamo domandarci: “Che cosa sto mangiando?”; “Quali effetti avrà questo cibo sul mio organismo, sulla mia salute fisica e psichica?”; “È compatibile con la fisiologia del corpo umano e dell’organo microbico che è in me?”.

Sono domande che dovremmo porci quotidianamente, perché ogni giorno mangiamo tra 2-3 chili di cibo liquido e solido. 

Sottovalutare l’impatto del cibo sulla nostra salute ci espone al rischio di ridurre le specie batteriche del microbiota intestinale (quella che chiamiamo flora batterica) e porta sul medio-lungo periodo a patologie croniche, anche  degenerative. Ricordiamo sempre che la prevenzione inizia a tavola!

Scopri come costruire un piano alimentare su misura per il tuo organismo

Conoscere le molecole che compongono i cibi, capire come queste interagiscono con noi e le nostre cellule è alla base dell’alimentazione consapevole, il modo di nutrirsi rispettando il proprio corpo che permette di conquistare o mantenere la salute metabolica.

A partire dal 4 marzo inizierà un ciclo di seminari online GRATUITI dedicati all’alimentazione e ai problemi di salute che si possono curare o prevenire imparando a gestire il cibo che mangiamo. Durante i seminari verrà approfondito il metodo ACPG (Alimentazione Consapevole del Picco Glicemico). Il metodo è basato su decenni di ricerche scientifiche sull’alimentazione ed è stato messo a punto dal Dottor Pier Luigi Rossi, Medico chirurgo specialista in Scienza dell’alimentazione, autore di libri sulla nutrizione e numerose ricerche scientifiche pubblicate in riviste italiane ed internazionali.

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