Un nuovo alleato per il controllo del peso: il glucometro

Cos’è il glucometro?

Il glucometro è uno strumento che permette di misurare la glicemia, ovvero la concentrazione di glucosio nel sangue. È piccolo, portatile e facile da usare, studiato in modo tale da rendere la misurazione quotidiana della glicemia una pratica semplice e rapida.

Come si misura la glicemia?

Sarà sufficiente, dopo essersi lavati bene le mani, praticare una digitopuntura nella parte esterna del polpastrello. Premendo leggermente uscirà una goccia di sangue da far assorbire ad una piccola striscia inserita nel glucometro. Basterà adesso attendere pochi secondi e, sul display dello strumento, comparirà il valore della nostra glicemia.

Perché misurare la glicemia post-prandiale può essere utile per il controllo del peso?

Perché ci permette di capire quali sono i cibi più adatti al nostro metabolismo.

Dopo ogni pasto la glicemia si alza fino a raggiungere il suo massimo valore, il picco glicemico. Ogni pasto provoca un diverso picco glicemico: alcuni fanno alzare la glicemia bruscamente, altri in maniera lieve. Più è alto il picco glicemico, maggiore è il rilascio di insulina, più facilmente avverrà l’accumulo di grassi nel nostro organismo. Per evitare che i grassi si accumulino e per favorirne il consumo, dobbiamo scegliere cibi che mantengono la glicemia stabile.

Come facciamo a capire quali sono? Misurandoci la glicemia dopo ogni pasto. Minore sarà l’oscillazione della glicemia rispetto al valore di partenza, tanto più il pasto consentirà un utilizzo corretto dei carboidrati introdotti con la dieta, favorirà la riduzione della massa grassa e sarà utile al mantenimento della salute metabolica.

Quando effettuare le misurazioni?

Poiché è importante valutare la differenza tra la glicemia a digiuno e il picco glicemico post-prandiale, sarà necessario misurare entrambi questi parametri. Per conoscere la glicemia a digiuno basterà effettuare le misurazioni prima di colazione, pranzo e cena.

Clock face with 60 minutes timer. 3D rendering isolated on white background

Una volta ottenuti i valori possiamo prenderli come riferimento per i giorni a venire, senza bisogno di ripetere queste misurazioni quotidianamente. Per conoscere l’entità del picco glicemico, invece, la glicemia andrà misurata 60 minuti dopo la fine del pasto.

Il picco glicemico si verifica sempre 60 minuti dopo la fine del pasto?

Il picco glicemico dipende da molti fattori: da cosa mangiamo, in quale ordine, dal nostro metabolismo, dall’attività fisica che pratichiamo, ecc. Proprio per questi motivi non è detto che si verifichi sempre dopo 60 minuti dalla fine del pasto. La cosa più corretta da fare per monitorare l’andamento della propria glicemia sarebbe quello di costruire l’intera curva glicemica, effettuando le misurazioni prima del pasto, dopo 30, 60, 90 e 120 minuti. Questa pratica però è molto difficile da gestire nella quotidianità, abbiamo quindi pensato di semplificarla, suggerendo la misurazione dopo 1 ora dal pasto. Ciascuno, però, potrà aumentare il numero delle misurazioni in base alle proprie esigenze.

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Steatosi epatica o “fegato grasso”: aiutati con l’alimentazione

Il fegato, “regista” dell’organismo

Il fegato è la ghiandola più grande del corpo umano. Pesa circa 1.5 kg nell’uomo, un po’ meno nella donna, ed è localizzato in alto, nella parte destra dell’addome.

Le sue cellule, dette anche cellule epatiche (o epatociti), sono una vera “centrale chimica”, grazie alla quale il fegato svolge importanti funzioni metaboliche, che coinvolgono carboidrati, grassi, proteine, minerali, vitamine. Provvede, inoltre, all’eliminazione dell’alcol dal sangue e fornisce il glucosio al cervello.

Il fegato è quindi strettamente connesso all’apparato digerente: ha, infatti, come compito fondamentale quello di drenare il sangue di provenienza intestinale, catturare le sostanze nutritive in esso contenute e derivanti dai cibi assunti con la dieta, metabolizzarle e distribuirle agli altri organi.

Al tempo stesso è in grado di processare le sostanze dannose attraverso complesse reazioni chimiche, facilitandone la successiva eliminazione.

Nel fegato si trovano, inoltre, le vie biliari: esse raccolgono la bile che, prodotta dalle cellule epatiche, viene convogliata attraverso piccoli dotti (canalicoli biliari) in dotti sempre più grandi sino all’intestino, dove può svolgere la sua azione emulsionante sui grassi.

Per tutte queste sue funzioni, e per molte altre ancora, il fegato viene definito come il “regista” dei principali processi fisiologici del nostro organismo.

Tuttavia, ad oggi quest’organo è uno degli organi che risente maggiormente delle attuali abitudini alimentari

Al consumo eccessivo di carboidrati, il fegato risponde trasformando gli zuccheri in glicogeno ed acidi grassi saturi. 

Giorno dopo giorno, però, i grassi si accumulano, il fegato si ingrossa ed aumenta di dimensioni, portando ad una condizione nota come steatosi epatica o “fegato grasso”.

Cos’è la steatosi epatica o “fegato grasso”?

La steatosi epatica, o “fegato grasso”, consiste proprio in ciò che il suo nome suggerisce: è una condizione in cui l’eccessivo accumulo di grasso nelle cellule del fegato supera del 5% il peso medio di quest’organo. Essa si manifesta per lo più tra i 40 e 60 anni di età, ma oggi anche l’incidenza tra i più giovani è in aumento.

Nel linguaggio comune, tuttavia, con il termine “fegato grasso” si indicano due diverse condizioni:

  • Steatosi epatica non alcolica, identificata con l’acronimo inglese NAFLD (non-alcoholic fatty liver disease). Questa si manifesta soprattutto quando il fegato è sottoposto ad un sovraccarico funzionale, ad esempio correlato ad una dieta troppo ricca di grassi (trigliceridi), che a fatica vengono smaltiti, oppure in concomitanza con obesità o sovrappeso, sindrome metabolica o diabete mellito di tipo 2.
  • Steatosi epatica alcolica. Il consumo regolare di alcol è alla base di questo stato, poiché a sua volta facilita l’accumulo di grassi a livello epatico; il primo passo per il trattamento di questo tipo di steatosi è certamente ridurre o meglio eliminare il consumo di bevande alcooliche.

Il “fegato grasso”, in entrambi i casi, è per lo più una condizione reversibile, ma a volte può evolvere in uno stato infiammatorio e degenerare, passando attraverso diversi stadi, fino alla cirrosi epatica.

Per questo motivo, è importante comprendere come prevenire questa condizione, anche attraverso una corretta alimentazione.

Le cause della steatosi epatica

Come anticipato, diete ipercaloriche e troppo ricche di grassi sono la causa primaria della steatosi epatica: se il fegato non riesce a metabolizzare i grassi adeguatamente, questi si accumulano.

Altre cause possono essere:

  • Abuso di alcol
  • Digiuni prolungati e perdita di peso repentina
  • Attività fisica e sforzi eccessivi
  • Uso di alcuni farmaci
  • Squilibri ormonali

Ci sono poi condizioni predisponenti quali obesità, sindrome metabolica, diabete o ipertrigliceridemia.

Le conseguenze della steatosi epatica

Le principali conseguenze di un fegato ingrossato e affaticato sono:

  1. Digestione difficile e disturbi del transito intestinale.
  2. Detossificazione rallentata, cioè difficoltà nello smaltimento delle tossine, con aumento dello stress ossidativo.
  3. Metabolismo alterato, in particolare dei grassi.

Come ricordato in precedenza, il “fegato grasso” è comunque generalmente una condizione benigna e reversibile. Tuttavia in alcuni individui l’eccesso di grasso può portare ad uno stato infiammatorio del fegato, detta steato-epatite.

Questa condizione, se protratta nel tempo, conduce a danno tissutale; la riparazione del danno al tessuto, a sua volta, induce la formazione di cicatrici, definendo uno stato di “fibrosi”, in cui la rigidità tissutale, nelle forme più avanzate, può evolvere in cirrosi con gravi conseguenze per la funzionalità epatica.

Dai sintomi alla diagnosi

Quali sono i sintomi?

Molto spesso si tratta di una condizione asintomatica, che si scopre solo dopo essersi sottoposti ad esami diagnostici per altre motivazioni.

 

Talvolta però può manifestarsi con dolore, spesso temporaneo, nel lato destro superiore dell’addome oppure si possono osservare:

  • Sonnolenza diurna e stanchezza.
  • Difficoltà di concentrazione.

Altri sintomi minori correlati al fegato affaticato possono essere i disturbi della digestione ed alito cattivo, mal di testa, dopo il consumo di alcool e grassi e pelle impura.

Come si riconosce il “fegato grasso”?

Durante un normale controllo il medico potrebbe notare piccole anomalie all’esame obiettivo, nei valori degli esami del sangue o altro che lo orientano verso una diagnosi di steatosi per cui potrebbe richiedere ulteriori approfondimenti, quali:

  • Specifici esami del sangue. In particolare, la determinazione delle transaminasi, gli enzimi indicati con le sigle GOT (o ALT) e GPT (o AST), è utile per verificare lo stato di salute del fegato.
  • Ecografia addominale. In caso di steatosi, dalle immagini rilevate con l’ecografo si riscontra un “fegato brillante”, così chiamato per l’anomala luminosità, che si manifesta soprattutto negli stadi più avanzati.
  • Tac, Risonanza Magnetica (RM) o Biopsia epatica, per studi più approfonditi nelle condizioni ritenute più a rischio.

Cosa fare in caso di steatosi?

Non ci sono terapie standardizzate per il fegato grasso, ma generalmente l’intervento terapeutico parte da una corretta alimentazione.

Soprattutto in caso di sovrappeso e obesità è necessario favorire la perdita di peso graduale e l’attività fisica aerobica: il miglioramento dello stile di vita contribuisce, infatti, all’eliminazione del grasso in eccesso a livello epatico, e non solo.

Fegato grasso ed obesità: esiste una correlazione?

La steatosi è il disturbo del fegato più comune ed è in fortissima crescita:
  • È presente nel 20-30% della popolazione generale;
  • supera il 60% nei soggetti diabetici, dislipidemici, in sovrappeso;
  • va oltre l’80% negli obesi [1].
Possiamo quindi facilmente intuire che steatosi epatica ed obesità sono strettamente correlate. Quando pensiamo ad una persona sovrappeso o obesa, di solito immaginiamo un individuo con accumuli di grasso in diverse parti del corpo. Riusciamo però ad identificare in questo modo solo gli effetti visibili della distribuzione del grasso corporeo, mentre ignoriamo tutto ciò che avviene alla base di questo processo, cioè a livello cellulare. Un’alimentazione scorretta porta ad introdurre un eccesso di grassi e carboidrati, che si accumulano nelle cellule. Questo processo coinvolge prima di tutto gli adipociti, le cellule che costituiscono il “grasso” corporeo, il cui volume aumenta mano a mano che acidi grassi e trigliceridi si accumulano al loro interno (ad occhio nudo, si vede l’individuo ingrassare). Tuttavia, non potendo continuare ad espandersi all’infinito, gli adipociti iniziano ad inviare dei segnali cellulari, attivando proteine di natura infiammatoria. Si instaura quindi un processo infiammatorio che arriva a coinvolgere tutto l’organismo e che è alla base di condizioni croniche, quali il diabete di tipo 2, la sindrome metabolica, la steatosi epatica, ecc. Al tempo stesso, si riduce la “massa magra”, cioè la massa muscolare ricca di organelli, detti mitocondri, deputati a bruciare i grassi per ottenere energia: in questo modo i muscoli non sono più in grado di supportare il fegato nella sua attività metabolica e si instaura una sorta di circolo vizioso, che vede l’accumulo degli eccessi dell’alimentazione a livello del fegato, aggravando lo stato di steatosi epatica. Quest’organo, ingrossato ed affaticato, svolge con difficoltà le sue attività metaboliche quotidiane. È fondamentale, pertanto, ristabilirne la corretta funzionalità, riducendo gli acidi grassi saturi ed i carboidrati provenienti dall’alimentazione: in questo modo, il fegato grasso può “alleggerirsi”, riprendendo così la sua normale funzione e favorendo la perdita di peso anche in chi è sovrappeso. [1] Fonte: NICE 2016. Non-Alcoholic fatty liver disease – Assessment and managment. Nice Guideline NG49

Un po’ di attività fisica per “alleggerire” il proprio fegato

Come anticipato, in presenza di steatosi epatica, cui spesso si accompagnano sovrappeso o obesità, si osserva una riduzione della massa magra muscolare: il carico alimentare quotidiano, che non riesce ad essere bruciato dai mitocondri delle cellule muscolari, viene trasformato nel fegato in grasso che a sua volta si accumula negli adipociti e, se in eccesso, a livello del fegato stesso.

È fondamentale ripristinare la massa muscolare, pertanto, sia per supportare il fegato nella sua attività metabolica e aiutarlo a liberarsi del grasso depositato, sia per favorire la perdita di peso generale, recuperando la capacità di bruciare i grassi in eccesso.

Ed ecco che entra in gioco l’attività fisica: particolarmente consigliati sono gli esercizi di resistenza muscolare, che coinvolgano i principali muscoli del corpo umano (braccia, tronco, gambe e addome), alternando sessioni di attività aerobica, come correre, andare in bicicletta o camminare, con lo scopo di attivare il metabolismo, ossigenare i tessuti e “bruciare” i grassi.

Cibi da evitare ed alimenti consigliati

L’attività fisica risulta, pertanto, una fedele alleata nella riduzione del grasso corporeo e nella gestione del “fegato grasso”, ma più volte si è ricordato l’importanza di far proprie adeguate abitudini alimentari.

In caso di steatosi epatica, il primo passo è la riduzione del consumo di alimenti composti con farina e ricchi di acidi grassi saturi, così da ridurre l’esposizione del fegato a carboidrati e grassi in eccesso, che potrebbero accumularsi nelle sue cellule.

In questo modo non solo ci si alimenta per “scaricare” il proprio fegato, ma nel lungo termine, ripristinando la funzionalità di questo organo, si favorisce la perdita di peso.

Tuttavia, non bastano le restrizioni: per contrastare il “fegato grasso”, infatti, non bisogna solo ridurre grassi e carboidrati nella propria dieta quotidiana, ma questa può essere ridisegnata sfruttando alimenti adatti e per lo più tipici dalla dieta Mediterranea.

Si tratta, nel dettaglio, di aggiungere alla propria dieta cibi particolarmente ricchi in acidi grassi omega 3, quali:

  • Pesce (salmone, tonno, ecc.)
  • Cereali integrali
  • Frutta secca
  • Legumi, come ceci e lenticchie
  • Olio extravergine di oliva, olio di lino crudo estratto a freddo, olio di krill
  • Vegetali (es. avocado o ortaggi freschi)

Questi particolari acidi grassi insaturi agiscono positivamente sul metabolismo di grassi, carboidrati e proteine, a supporto della funzionalità del fegato.

Esiste dunque una forte correlazione tra “fegato grasso” e stile di vita. Proprio per questo è importante seguire sane abitudini ed un’alimentazione consapevole.

Sappiamo però che gestire in maniera autonoma un’alimentazione corretta e personalizzata, unica per le proprie esigenze di salute, non è affatto semplice.

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Colesterolo alto? Fai attenzione a cosa mangi a cena

Cos'è il colesterolo

Il colesterolo è un grasso presente nel sangue che viene prodotto dall’organismo per la maggior parte, e solo in minor percentuale introdotto nel corpo con la dieta. Costituisce il 20% della membrana di ogni cellula umana. 

Il colesterolo è una molecola vitale per il corpo umano, essenziale per la produzione di ormoni sessuali maschili e femminili, ormoni del surrene, e vitamina D.

Andando avanti con gli anni il livello di colesterolo nel sangue aumenta, perché l’organismo produce meno ormoni, meno vitamina D, e riduce la formazione di nuove cellule.

Con  l’età, infatti, il ricambio delle cellule nell’organismo si riduce in modo significativo: meno cellule e meno fibre muscolari quindi il colesterolo prodotto è sempre meno necessario, non viene più consumato e quindi rimane in circolo nel sangue.

Colesterolo "buono" e "cattivo": HDL e LDL

Ma quali sono i livelli “normali” di colesterolo? La risposta dipende dal tipo di colesterolo che prendiamo in considerazione. 

Nel sangue, infatti, ne esistono diverse forme, ciascuna delle quali ha i suoi valori di riferimento.

Quando si parla di colesterolo HDL (dall’inglese High Density Lipoproteins), comunemente detto “colesterolo buono”, in realtà stiamo parlando di lipoproteine che si muovono dagli organi e dai tessuti verso il fegato, promuovendo l’eliminazione del colesterolo.

Il colesterolo LDL (dall’inglese Low Density Lipoproteins), detto colesterolo “cattivo”, compie il percorso inverso, dal fegato si sposta verso gli altri organi e tessuti per essere utilizzato. Succede però che, soprattutto quando è presente nel sangue in alte quantità, questo possa accumularsi nella parete delle arterie contribuendo alla formazione di placche aterosclerotiche pericolose per la salute cardiovascolare. 

I valori di HDL, LDL e colesterolo totale

HDL: il livello non dovrebbe scendere al di sotto 50 mg/dl. Il valore corretto è quindi superiore a 50 mg/dl.

LDL: non dovrebbe superare i 100 mg/dl. Il valore corretto è quindi inferiore a 100 mg/dl.

Per quanto riguarda invece il colesterolo totale (LDL + HDL), sarebbe bene non superasse i 200 mg/dl.

Il colesterolo vien di notte...

La presenza del colesterolo nell’organismo è determinata in parte dalla sua introduzione attraverso l’alimentazione giornaliera, anche se la maggior parte di quello contenuto nel corpo umano viene prodotto direttamente dalle nostre cellule (colesterolo endogeno). Quindi, se con una corretta alimentazione giornaliera possiamo contribuire a tenere sotto controllo eventuali valori a rischio, dobbiamo anche fare in modo di limitare i “danni” che il colesterolo endogeno può causare. 

La prima regola è quella di mangiare in maniera corretta soprattutto a cena perché il colesterolo… vien di notte. 

Si dice che “il colesterolo vien di notte”, infatti, perché il corpo umano lo produce proprio nel cuore della notte, verso le ore 02:00

Certo, la sua produzione è geneticamente programmata da individuo a individuo, ma la quantità globale è dipendente dalla presenza di insulina proprio nella notte

Facendo attenzione al cibo che mettiamo a tavola, in particolare agli alimenti ricchi di carboidrati (pane, pasta, pizza, riso, cereali, dolci…) a cena, si ottiene un controllo della glicemia e della conseguente secrezione di insulina con il risultato finale di abbassare la produzione epatica di colesterolo.

La cena abbondante fa aumentare il colesterolo

Ormai è assodato: la cena, in particolare, è diventata il pasto italiano con il più alto apporto energetico della giornata e spesso non si tiene conto che il corpo umano ha ritmi metabolici e ormonali del tutto contrari a questo modello di vita e di alimentazione. 

Cioè, proprio quando l’organismo richiede la minore quantità di cibo e di energia, si tende a mangiare di più! Questo errore alimentare causa un aumento di peso corporeo dovuto all’accumulo di grasso derivato dall’energia introdotta e non bruciata

Un eccesso alimentare a cena procura anche un aumento di colesterolo poiché a seguito di un pasto serale abbondante aumenta la glicemia, con conseguente aumento della secrezione dell’insulina. 

L’elevato livello di insulina raggiunto nella tarda serata stimola, a sua volta, l’enzima HMG CoA-reduttasi che innesca la produzione di colesterolo endogeno nel fegato.

Si può arrivare in queste condizioni a produrre fino a circa 2g di colesterolo ogni notte (teniamo presente che il colesterolo che si può assumere con un pasto, anche molto ricco di grassi, generalmente non supera i 300 mg).

Cosa mangiare a cena per controllare il costerolo

Ciò che possiamo fare per contenere la produzione di colesterolo durante la notte è mangiare correttamente a cena, prediligendo un pasto proteico, con dominanza quindi di proteine sui carboidrati.

Il pasto dovrebbe essere così organizzato:

  • Verdura cruda
  • Alimento proteico animale o vegetale (legumi, soia e alimenti derivati)
  • Verdura cotta
  •  Pane

È consigliabile consumare la porzione di verdura cotta sotto forma di minestrone, passato o crema vegetale per ottenere una sana digestione notturna.

Assicuratevi di variare la scelta degli alimenti proteici. In una settimana, a cena, dovreste prevedere:

  • pesce: almeno 2 porzioni;
  • carne bianca: 1 porzione;
  • carne rossa: 1 porzione;
  • formaggio fresco e molle o uova oppure prosciutto crudo magro o bresaola: 1 porzione;
  • piatti proteici vegetali (legumi, soia e alimenti derivati): 2 porzioni.

Consigli per tenere il colesterolo sotto controllo

Oltre a prestare attenzione all’organizzazione della cena, possiamo controllare il colesterolo, scegliendo consapevolmente gli alimenti da mettere in tavola durante tutta la giornata. Vediamo insieme, quindi, alcuni semplici consigli alimentari: bastano pochi accorgimenti per fare molto.

Il ruolo delle fibre

Per mantenere sotto controllo il colesterolo è opportuno evitare brusche variazioni di glicemia.

Proprio per questo è fondamentale includere nella nostra alimentazione un’abbondante quantità di fibra alimentare idrosolubile.

Questa infatti ha un ruolo primario nel controllo dell’assorbimento del glucosio, ma anche degli acidi grassi e del colesterolo.

Quando la fibra viene ingerita, insieme all’acqua presente nell’intestino tenue (bevete sempre, prima e durante il pasto!), forma un gel che agisce sui villi intestinali: “porte” attraverso le quali le molecole nutrienti contenute negli alimenti entrano dall’intestino nel sangue, governando l’entrata graduale del glucosio e degli acidi grassi nel sangue.

In questo modo, non si hanno bruschi e rapidi incrementi di glicemia dopo il pasto. Eppure, nell’alimentazione moderna, in cui si mangiano circa 3 kg di cibo al giorno, difficilmente si riesce ad assumere 30 g di fibra alimentare. Ecco perché, la verdura e gli ortaggi dovrebbero essere considerati vere e proprie “portate” e non un semplice contorno.

Occorre mangiare almeno due porzioni di vegetali per ogni pasto al fine di assicurare una dose adeguata di fibra alimentare.

I cereali integrali, nostri alleati contro il colesterolo

La scienza ha ormai ampiamente provato i tanti meriti dei cereali integrali per la nostra salute.

Avena, riso integrale, farro decorticato o perlato, frumento, grano saraceno, kamut, miglio, orzo mondo e perlato, quinoa, segale e cereali in fiocchi forniscono amido, proteine, minerali, vitamine e molecole nutrienti attive nel metabolismo cellulare e nella protezione contro le aggressioni ossidative dei radicali liberi dell’ossigeno.

Grazie alla presenza dei fitosteroli (sostanze vegetali strutturalmente simili al colesterolo), sono degli importanti alleati contro il colesterolo.

In particolare, a questo scopo, un’importante azione è svolta da orzo, avena e segale, grazie alla loro generosa dose di pectine, emicellulose, mucillagini.

I cereali integrali, inoltre, grazie al più alto contenuto di fibre rispetto a quelli raffinati, inducono un maggiore senso di sazietà, aiutano la motilità intestinale e la liberazione dalle scorie.

Meglio mangiare carne o pesce?

Per tenere sotto controllo il colesterolo è fondamentale fare scorta di pesce azzurro (sarde, alici, sgombro…) e salmone.

Il pesce azzurro ha un alto contenuto di Omega-3, utili a proteggere il cuore, controllare il colesterolo, i trigliceridi e la pressione sanguigna.

Questi acidi grassi polinsaturi sono molecole essenziali anche per la modulazione genica degli adipociti. Ne andrebbero consumate almeno due porzioni nella settimana.

Anche le proteine animali derivate da carne rossa, carne bianca, salumi e formaggi, che notoriamente possono essere fonti di colesterolo, se consumate nelle giuste porzioni, non vanno certamente demonizzate, l’importante è non abusarne.

Il latte? Meglio vegetale

Il latte di origine vegetale, rispetto a quello animale, è più indicato per le persone che presentano livelli elevati di colesterolo nel sangue.

Il latte di soia e di riso infatti non contengono colesterolo. 

Inoltre il latte di soia, rispetto a quello bovino contiene lecitina (molecola utile al controllo dei grassi nel sangue) e meno grassi, e grazie all’assenza di lattosio è estremamente digeribile

Anche il latte di riso è di facile digestione, non contiene glutine e ha un buon contenuto di proteine vegetali, minerali e vitamine.

Evitiamo i grassi

3-4 ore dopo l’inizio di un pasto si manifesta il picco lipemico, ovvero il picco post-prandiale dei trigliceridi, la più alta concentrazione di lipidi (grassi) nel sangue

Questo valore dipende sia dai lipidi introdotti con l’alimentazione (esogeni), sia da quelli prodotti dal fegato (endogeni). Valori elevati di lipidi nel sangue condizionano il valore del colesterolo totale ed in particolare del colesterolo LDL

Inoltre, per controllare il livello di grassi nel sangue e soprattutto l’accumulo di questi come massa adiposa, è importante evitare o limitare l’assunzione di pasti ricchi di carboidrati glicemici e acidi grassi saturi (derivati da alimenti animali) favorendo il consumo di alimenti con acidi grassi monoinsaturi e insaturi di origine vegetale e marina.

MAI eliminare i carboidrati!

Nella corretta alimentazione per contrastare il colesterolo è tanto importante evitare certi alimenti quanto non rinunciare ad altri. 

Nonostante per contenere la sintesi di colesterolo sia opportuno evitare brusche variazioni di glicemia, soprattutto la sera, è fondamentale NON eliminare mai i carboidrati dalla propria alimentazione. 

Molto spesso chi vuole perdere peso velocemente si affida a delle diete (ad es. quelle low carb) che prevedono una drastica riduzione del consumo di carboidrati. Questa scelta ci porta ad una carenza di glucosio che, se prolungata nel tempo, rappresenta una condizione di grande stress per il nostro organismo, chiamata chetosi. 

La chetosi è come un “Giano bifronte”: ha una faccia seducente perché porta alla perdita di peso corporeo ma l’altra faccia, quella aggressiva e tossica, causa un aumento del valore del colesterolo nel sangue e una condizione di ipotiroidismo indotto da dieta-carestia con valori dell’ormone T3 ridotti, temperatura corporea al di sotto di 36 °C e continua sensazione di freddo. 

Ma le conseguenze della chetosi non finiscono qui. Il cervello attinge energia dal glucosio. Se non si introducono per più giorni i carboidrati, l’ipotalamo registra questa situazione di carestia e attiva l’ormone ACTH (prodotto dall’ipofisi), che stimola il surrene a produrre il cortisolo, ormone che agisce trasformando le proteine e gli aminoacidi derivati dai muscoli in glucosio.

Questo scenario ormonale porta alla riduzione della massa magra muscolare.

Per controllare il colesterolo è fondamentale mangiare in maniera appropriata, scegliendo consapevolmente gli alimenti che possono ridurne i valori ed evitando quelli che potrebbero aumentarli.

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La cura per il diabete mellito inizia dal controllo del peso

zucchero nel sangue

In Italia ci sono circa 5 milioni di diabetici

Il ltalia il 6,34 % della popolazione soffre di diabete*. 

Gli esperti stimano, tuttavia, che il 20% dei casi di diabete non sia oggi riconosciuto: in pratica 1 diabetico su 5 non sa di esserlo. Questo significa che nel nostro Paese, ai 4 milioni di persone che sanno di avere il diabete, si dovrebbe aggiungere un milione di persone che ignorano la loro condizione di diabetici. 

Numeri davvero molto elevati che continuano a crescere.

*Dati Società Italiana di Diabetologia (SID) 2018

Cos'è il diabete?

Il diabete è una patologia cronica caratterizzata da elevati livelli di glucosio nel sangue (glicemia).

Quando il pancreas non è in grado di produrre sufficienti quantità di insulina, o gli organi bersaglio (muscoli, fegato, tessuto adiposo) non riescono a rispondere adeguatamente all’ormone (condizione di insulino-resistenza), il corpo non può utilizzare il glucosio presente nel sangue come fonte di energia.

Il glucosio rimane quindi nel sangue, dove i suoi livelli diventano sempre più alti (iperglicemia). 

In questa condizione le cellule dei vari organi non hanno sufficiente energia, e l’eccesso di glucosio rimasto nel sangue, con il tempo, provoca seri danni a vari organi e sistemi (al sistema cardiovascolare, ai nervi, agli occhi, al cervello, ai reni).

Differenza tra diabete di tipo 1 e 2

Esistono due tipi di diabete:

    • Diabete di tipo 1: chiamato anche diabete giovanile o insulino-dipendente, è una condizione cronica nella quale il pancreas da solo non è in grado di produrre insulina, o ne produce quantità troppo basse.
    • Diabete di tipo 2: la forma più comune, anche chiamata diabete senile, che si verifica quando l’organismo diventa insulino-resistente o produce poca insulina.

Negli ultimi 30 anni i casi di questa seconda forma di diabete sono cresciuti enormemente in tutto il mondo.

Il diabete è una patologia silenziosa e persistente che può essere però da un lato prevenuta e dall’altro contrastata, prima ancora che con i farmaci, con corretti stili di vita, rappresentati da una corretta alimentazione e da una regolare attività fisica.

Che cos'è il diabete di tipo 2?

Il diabete di tipo 2 è una malattia molto diffusa su scala globale e la sua prevalenza è in continua crescita: si prevedono per il 2030 più di 400 milioni di casi nel mondo.

La classificazione ufficiale identifica il diabete di tipo 2 come un difetto della secrezione di insulina, che può progressivamente peggiorare nel tempo, e che si instaura su una condizione pre-esistente di insulino-resistenza.

L’insulino-resistenza è la condizione che si verifica quando le cellule dell’organismo, in particolare quelle di fegato, tessuto muscolare e tessuto adiposo, diminuiscono la propria sensibilità all’azione dell’insulina, che regola il passaggio del glucosio dal sangue alle cellule.

Il diabete di tipo 2, tipico dell’età adulta, è la forma più diffusa della malattia (circa il 90% di tutti i casi). Compare, di norma, tra i 35 – 40 anni ed è caratterizzato da valori elevati di glucosio nel sangue (iperglicemia).

Quali sono le cause del diabete di tipo 2?

Il diabete di tipo 2 è una condizione strettamente correlata a predisposizione genetica, e spesso si manifesta in più persone di una stessa famiglia.

Esistono tuttavia numerosi fattori che favoriscono l’insorgenza del diabete e che non sono dipendenti dalla trasmissione genetica:

  • l’obesità o il sovrappeso (soprattutto a carico del grasso addominale)
  • la sedentarietà
  • un’alimentazione troppo ricca in grassi e povera in fibre naturali

Anche quando l’iperglicemia è già presente, generalmente le persone non avvertono importanti sintomi fisici, e può quindi capitare che il diabete non venga diagnosticato.

Non conoscere la diagnosi e quindi non sottoporsi alle cure necessarie, vuol dire andare incontro a gravi conseguenze per la salute in particolare a livello del cuore e di tutto il sistema circolatorio, del cervello, degli occhi e dei reni.

Fare “prevenzione” nei confronti del diabete di tipo 2 significa riuscire ad individuare i soggetti che hanno maggiore probabilità di sviluppare questa malattia, quando ancora la glicemia è a livelli fisiologici.  La migliore prevenzione consiste nell’identificare stili di vita ed abitudini alimentari scorrette su cui è possibile intervenire per ridurre il rischio di andare incontro al diabete.

Quali sono i sintomi del diabete di tipo 2?

Il diabete di tipo 2 generalmente rimane silente per molti anni poiché l’iperglicemia si sviluppa gradualmente e, almeno all’inizio, non è di grado severo al punto da provocare i tipici sintomi.

I sintomi del diabete di tipo 2 includono:

  • stanchezza
  • aumento della sete
  • aumento della diuresi
  • perdita di peso non ricercata
  • malessere
  • dolori addominali

 Le maggiori complicanze derivate dal diabete possono arrecare al paziente danni anche importanti a livello neurologico, renale, oculare e cardio-cerebrovascolare.

Diabete: i valori da tenere sotto controllo

Per la diagnosi di diabete è sufficiente riscontrare, tramite analisi del sangue, un valore di glicemia a digiuno >126 mg/dl confermato in almeno due giornate differenti. 

In alternativa, viene diagnosticato con valori maggiori di 6,5% di emoglobina glicata confermati da un secondo prelievo, oppure riscontro di glicemia >200 mg/dl in presenza di sintomi.

Inoltre è possibile eseguire il test Findrisc approvato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. È uno strumento affidabile, veloce, che non richiede esami del sangue e che attraverso alcune semplici domande permette di stimare la probabilità che un individuo ha di sviluppare un diabete di tipo 2 nell’arco dei dieci anni successivi. 

In presenza di un rischio elevato sarà indispensabile riportare questo dato al proprio medico di famiglia, il quale potrà così valutare l’opportunità di richiedere gli accertamenti necessari per approfondire la situazione e capire se c’è già in atto un diabete o una condizione predisponente (ad esempio una “ridotta tolleranza glucidica”). 

In tutti i casi la correzione di alcune abitudini scorrette (in particolar modo riguardo all’alimentazione e all’attività fisica) si tradurrà in una minore probabilità di sviluppare questa malattia.

Obesità e diabete mellito

Circa il 90% dei casi di diabete di tipo 2 (il più frequente e tipico dell’età adulta) si manifestano in seguito ad un aumento di peso: esiste quindi una correlazione tra diabete tipo 2 e obesità. 

 

Più recentemente si è iniziato a parlare di “Diabesity”, un’epidemia moderna, che indica la convivenza tra diabete e obesità. Questi disturbi sono infatti collegati da vari meccanismi fisio-patologici, che ruotano attorno all’insulino-resistenza e all’iperinsulinemia.

Tale condizione è nota in medicina con il termine di sindrome metabolica, ossia un insieme combinato di segni associati all’obesità, che influenza direttamente il rischio di insorgenza di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e ictus

Negli ultimi anni si è osservato un aumento preoccupante della tendenza alla diabesità (obesità-sindrome metabolica-diabete) e questo fenomeno ha un impatto socio-economico di notevole entità.

Come prevenire il diabete di tipo 2?

Per prevenire l’insorgenza del diabete di tipo 2 è consigliabile adottare un sano stile di vita.

Una alimentazione ben bilanciata volta a mantenere sotto controllo il livello di glucosio nel sangue è spesso sufficiente per prevenire e ottenere un buon controllo del diabete stesso.

Allo stesso tempo è importante fare attività fisica, che non vuol dire necessariamente andare in palestra, piscina ma semplicemente muoversi sempre e dovunque! Ad esempio una buona camminata può essere lo sport ideale: si può fare ovunque, e si adatta alle proprie capacità.

L’attività fisica fa bene a tutti ma ha un’importanza particolare nei diabetici perché:

  • favorisce il benessere;
  • migliora il controllo del diabete;
  • migliora il controllo del peso;
  • controlla la pressione arteriosa.

Ad ogni modo è importante per l’opportuno trattamento del diabete tipo 2 far riferimento a centri specialistici per l’adeguato controllo dei fattori di rischio e lo screening delle complicanze nonché la cura delle stesse.

Esiste una forte correlazione tra diabete e stile di vita. Proprio per questo è importante seguire sane abitudini ed un’alimentazione consapevole. Per capire e conoscere come alimentarti al meglio ti consigliamo di iscriverti al ciclo di seminari online GRATUITI dedicati all’alimentazione e ai problemi di salute che si possono curare o prevenire imparando a gestire il cibo che mangiamo.

Ti verrà presentato un innovativo metodo che partendo dalla conoscenza del tuo organismo e delle sue reazioni al cibo ti porterà ad un livello di consapevolezza tale da scegliere autonomamente l’alimentazione più corretta per la tua salute.

Per perdere peso in maniera sana è necessario seguire un’alimentazione che rispetti l’organismo, e non diete basate sulle rinunce o sull’esclusione di certi alimenti, che stressano il metabolismo. Scegli la salute!

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Prevenire i disturbi della menopausa: controllando il peso si può

disturbi della menopausa

Menopausa: una nuova fase della vita

L’arrivo della menopausa rappresenta un momento particolarmente delicato per tutte le donne, a causa delle profonde modifiche fisiche e psicologiche ad essa correlate. Si tratta della tappa fisiologica nella vita della donna che coincide con la fine della capacità riproduttiva: un passaggio evolutivo, che, come tale, va considerato una nuova condizione di normalità.

In menopausa il corpo di una donna può andare incontro a notevoli cambiamenti, tra i quali uno dei più temuti è l’aumento di peso.

In alcune donne, però, i sintomi che accompagnano la menopausa possono creare disturbi e scompensi di entità tale da assumere le caratteristiche di una vera e propria patologia.

Per poter vivere al meglio questa nuova fase della sua esistenza la donna deve essere preparata e informata su tutte le relative conseguenze fisiche, metaboliche, sessuali e psicologiche.

Prevenire e curare i disturbi della menopausa è possibile!

Cosa è la menopausa?

Con il termine “menopausa” si intende la scomparsa per almeno dodici mesi consecutivi del ciclo mestruale.

L’attività ormonale delle ovaie termina quando vengono a mancare definitivamente i follicoli, ovvero le strutture che contengono le cellule uovo della donna.

La menopausa è preceduta da una fase, il climaterio, in cui la donna manifesta anomalie del ciclo mestruale (aumento o diminuzione del flusso, irregolarità, perdite tra un ciclo e l’altro), che si accompagnano ad una progressiva riduzione della fertilità.

Alle alterazioni ormonali possono associarsi altri sintomi:

  • elevati livelli di colesterolo, trigliceridi e glicemia
  • disturbi urogenitali (disturbi urinari, secchezza vaginale, dolore durante i rapporti sessuali)
  • disturbi vasomotori (affaticamento, vampate di calore, dolori muscolari)
  • disturbi psicologici (ansia, difficoltà di concentrazione,calo della libido, irritabilità)

A che età si va in menopausa?

L’età media in cui insorge la menopausa è influenzata da diversi fattori.

La pubertà tardiva, il numero di gravidanze, l’uso prolungato di estro-progestinici ritardano l’inizio della menopausa.

Senza arrivare a parlare di menopausa precoce esistono però altri fattori che la anticipano, come il fumo di sigaretta, condizioni di particolare disagio e stress, asportazione chirurgica dell’utero.

Nella maggioranza dei casi la menopausa si verifica tra i 46 e i 55 anni, e in circa il 70% delle donne è preceduta, come abbiamo detto, dalla comparsa di un insieme di sintomi che va sotto il nome di “sindrome climaterica”. Questa condizione può estendersi per 10 anni e oltre, durante i quali si verificano cambiamenti graduali fino al momento della menopausa stessa.

I sintomi della menopausa

Quando calano gli estrogeni la donna è più esposta al rischio di alcune malattie.

La diminuzione degli estrogeni può provocare alcuni disturbi e sintomi, tipici anche della sindrome climaterica:

  • vampate di calore e sudorazioni profuse
  • palpitazioni e tachicardia, sbalzi della pressione arteriosa
  • disturbi del sonno,
  • vertigini
  • secchezza vaginale e prurito genitale
  • irritabilità, umore instabile, affaticamento
  • ansia, demotivazione, disturbi della concentrazione e della memoria
  • diminuzione del desiderio sessuale

Estrogeni bassi e rischio cardiovascolare

Certamente le conseguenze più importanti del calo degli estrogeni sono l’aumento del rischio cardiovascolare (infarto cardiaco, ictus cerebrale, ipertensione) e le patologie osteoarticolari (in particolare l’osteoporosi).

Fino alla menopausa, infatti, le donne hanno un rischio cardiovascolare inferiore a quello degli uomini perché gli estrogeni prodotti dalle ovaie garantiscono una minore quantità di colesterolo nel sangue. Dopo la menopausa il rischio è invece uguale o superiore a quello maschile.

Un’altra conseguenza da non sottovalutare è l’aumento del peso corporeo, che si verifica in misura variabile in tutte le donne in menopausa e rappresenta un problema in più del 50% delle donne oltre i 50 anni.

La carenza estrogenica molto spesso favorisce una distribuzione disarmonica del grasso sul corpo: è la cosiddetta configurazione corporea a “mela” con vita e fianchi larghi, accumulo di grasso a livello della cintura. Un accumulo localizzato tipico del sesso maschile, che comporta maggior rischio cardiovascolare.

Perché in menopausa si ingrassa?

Con l’età si perde progressivamente massa magra muscolare, che quindi va diminuendo.

Meno massa muscolare si ha, meno mitocondri sono attivi nel nostro corpo. I mitocondri sono dei piccoli “forni” localizzati in prevalenza all’interno delle fibre muscolari, che hanno il compito di “bruciare” gli acidi grassi. Più massa magra significa un numero più elevato di mitocondri, e quindi una maggiore capacità di bruciare grasso.

Questo implica che una persona con più muscoli riesce a dimagrire più in fretta, perché possiede più “forni” che bruciano il grasso. Al contrario la diminuzione del numero delle fibre muscolari, riduce la capacità dell’organismo di “metabolizzare” il carico alimentare giornaliero.

Ne deriva che al diminuire della massa magra è più facile che aumenti la massa grassa: continuare a mangiare come si è sempre fatto, ma senza aumentare la propria attività fisica giornaliera, causa inevitabilmente un aumento di peso.

Chili di troppo: vanno sulla pancia o sui fianchi?

I cambiamenti ormonali della menopausa possono aumentare le probabilità di aumentare di peso, in particolare nella zona centrale dell’addome più che nei fianchi e nelle cosce.

Ma i cambiamenti ormonali da soli non portano ad ingrassare: spesso l’aumento di peso è correlato a modificazioni metaboliche, allo stile di vita e ai fattori genetici.

Le donne hanno generalmente una quantità totale di grasso corporeo superiore a quella degli uomini: la percentuale media di grasso corporeo nelle donne normopeso è infatti simile a quella degli uomini sovrappeso.

Questa differenza presente già alla nascita si accentua crescendo: l’incremento di peso nella pubertà è dovuto negli uomini principalmente all’aumento della massa magra, nelle donne all’aumento della massa grassa.

Anche la tipologia e la distribuzione dei grassi sono diverse tra uomini e donne: gli uomini accumulano più grasso viscerale, soprattutto a livello addominale e tendono maggiormente all’obesità centrale.

Le donne, invece, prima della menopausa depositano più grassi nel tessuto sottocutaneo, prevalentemente a livello di glutei e gambe, risultando più sensibili all’obesità periferica.

Dopo la menopausa però questa caratteristica viene perduta, e anche nelle donne il grasso inizia a depositarsi a livello addominale, il punto più pericoloso per la salute.

Perché il grasso addominale è così pericoloso?

Il tessuto adiposo (comunemente chiamato grasso), è composto da cellule specializzate, gli adipociti.

In una condizione di sovrappeso e obesità questo tessuto si espande, facendo crescere gli adipociti sia in numero che in volume. Gli adipociti diventano cioè più numerosi e più grandi.

Questo processo richiede molto ossigeno, più di quello disponibile nel corpo: le cellule quindi vanno in carenza di ossigeno (ipossia) e stress. Tutto questo porta all’infiammazione delle cellule e al rilascio di segnali che favoriscono l’infiammazione stessa (pro-infiammatori).

Questi segnali locali richiamano cellule del sistema immunitario che, a loro volta, rilasciano altri segnali in grado di estendere e amplificare il processo infiammatorio anche agli adipociti vicini, aggravando l’infiammazione.  Questa condizione di infiammazione, che è particolarmente attiva nella massa adiposa addominale e viscerale in eccesso, incide sul sistema cardio-vascolare sia di uomini che di donne, in particolare dopo la menopausa.

Come eliminare il grasso in eccesso

Sono stati evidenziati rischi patologici collegati a eccesso di grasso localizzato nell’addome anche senza un eccesso di peso vero e proprio: i chili di troppo, se localizzati sulla pancia, sono quindi pericolosi anche se la persona nel complesso non è in sovrappeso.

L’accumulo di grasso è favorito anche dalla fisiologica diminuzione, con il progredire dell’età, della massa magra muscolare. Meno muscoli equivalgono a un numero inferiore di mitocondri, quindi a una disponibilità inferiore di ossigeno – la cui assenza aggrava l’infiammazione, innescando un circolo vizioso che porta all’aumento di peso.

Per dimagrire davvero è importante avere un tessuto adiposo sano e non infiammato.

È quindi necessario da un lato ridurre l’infiammazione, dall’altro aumentare la capacità del corpo di bruciare il grasso. Questo è possibile aumentando la disponibilità di ossigeno nel sangue e la massa muscolare, risultati che si ottengono combinando alimentazione corretta e attività fisica.

Disturbi della menopausa: prevenzione e cura

Arrivare in forma al traguardo della menopausa è possibile, è necessario mantenere un corretto stile di vita basato su due cardini:

    1. sana alimentazione
    2. regolare attività fisica.

Attenzione all’alimentazione. Una dieta sana e bilanciata è la chiave per la prevenzione dei sintomi della menopausa. Via libera a frutta e verdura, legumi, noci, carne bianca, pesce e olio extra vergine di oliva come fonti di carboidrati, proteine e grassi. 

Utile limitare il caffè, eliminare i fritti, bere molta acqua, succhi di frutta e tisane e consumare pochi latticini preferendo comunque quelli magri. Questo è un approccio consigliato in menopausa non solo per il controllo del peso, ma anche per la propria salute in generale.

Parola d’ordine: movimento! È fondamentale praticare regolarmente esercizio fisico, anche un allenamento leggero; l’importante, infatti, è muoversi ogni giorno. Tra le attività ideali ci sono lo yoga, l’acquagym o il pilates. Ma basta anche una passeggiata a passo svelto o un po’ di ginnastica dolce, l’importante è farlo costantemente. 

Terapia. Per quanto riguarda il trattamento dei sintomi, è essenziale identificare con il proprio medico curante una terapia appropriata e personalizzata in base alle esigenze della persona.

Tra le varie terapie sintomatiche, la terapia ormonale sostitutiva può ridurre i sintomi e contemporaneamente proteggere nei confronti dell’osteoporosi e delle malattie cardiovascolari, se somministrata correttamente, dopo un accurato esame clinico della paziente. Molto importante rimane in questa condizione ciò che si riesce a fare in prevenzione.

Perdere peso è molto più che una scelta estetica, è una scelta di medicina preventiva

La corretta l’alimentazione durante la menopausa e il periodo che la precede è di fondamentale importanza per la salute complessiva.

A partire dal 4 marzo inizierà un ciclo di seminari online GRATUITI dedicati all’alimentazione e ai problemi di salute che si possono curare o prevenire imparando a gestire il cibo che mangiamo. Seguendo i seminari on line (gratuiti!) riservati a te avrai la possibilità di conoscere un innovativo metodo che, partendo dalla conoscenza del tuo organismo e delle sue reazioni al cibo, ti porterà ad un livello di consapevolezza tale da scegliere autonomamente l’alimentazione più corretta per la tua salute. Per perdere peso in maniera sana è necessario seguire un’alimentazione che rispetti l’organismo, e non diete basate sulle rinunce o sull’esclusione di certi alimenti, che stressano il metabolismo. Scegli la salute!

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Vuoi abbassare la pressione alta? Controllare il tuo peso può darti una mano

ipertensione e problemi cardiovascolari

Dalla pressione dipende la salute del cuore

La misurazione della pressione è forse uno dei controlli a cui siamo più abituati.

Ma perché è così importante? Per un motivo molto semplice: lo stato di salute del cuore e dell’intero apparato circolatorio, fondamentale per tutto l’organismo, è correlato ai valori della pressione arteriosa (minima e massima).

La pressione arteriosa è il risultato di due forze: quella impressa dal cuore al sangue quando si contrae per spingerlo all’interno dei vasi, e la resistenza che oppongono le arterie al flusso del sangue.

Quando la pressione supera i valori normali può danneggiare i vasi, rendendoli meno elastici e più spessi, e costringendo quindi il cuore a lavorare di più per far scorrere il sangue.
Questa condizione è chiamata ipertensione arteriosa e rappresenta uno dei principali fattori di rischio per le malattie cardiovascolari.

La pressione arteriosa: cos’è?

La pressione arteriosa è la forza esercitata dal sangue, pompato dal cuore, sulle pareti delle arterie.

Quando il cuore si contrae, il sangue entra nelle arterie generando una pressione che viene definita pressione arteriosa sistolica o “massima”.

Durante la fase successiva, il cuore si rilassa e si riempie di sangue. La pressione che si genera in questa fase si chiama pressione arteriosa diastolica o “minima”.

Ipertensione: i valori della pressione alta

Ogni volta che misuriamo la pressione otteniamo dei valori (misurati in mmHg, cioè millimetri di mercurio).

I valori sono da ritenersi ottimali quando sono minori di 120 mmHg per la massima e 80 mmHg per la minima.

Valori oltre queste soglie vanno tenuti sotto controllo, effettuando misurazioni periodiche (valori normali con fattori di rischio o normali-alti), ma non costituiscono una condizione patologica.

Parliamo invece di ipertensione quando la pressione massima è uguale o supera i 140 mmHg e quella minima i 90mmHg.

Nell’arco della giornata la pressione arteriosa sia massima che minima ha delle variazioni fisiologiche, cioè normali: è più alta al mattino subito dopo il risveglio, tende a ridursi con il passare delle ore e verso sera aumenta di nuovo, mentre durante il sonno i valori scendono.

La pressione massima può aumentare al progredire dell’età e a causa di stili di vita scorretti (anche nei giovani), per il progressivo aumento della rigidità dei vasi.

Un ottimo sistema per tenere sotto controllo la pressione arteriosa è quello di misurarla a intervalli regolari (a casa o in farmacia), segnando i risultati e facendoli vedere al proprio medico durante i controlli periodici.

Fattori di rischio

I fattori di rischio sono quelle condizioni che aumentano la probabilità di sviluppare una malattia, in questo caso del sistema cardiocircolatorio, e di andare incontro a un evento grave, come un infarto o un Ictus.

Alcuni di questi fattori come l’età, il sesso, e la familiarità sono indipendenti dalla nostra volontà. Vi sono poi fattori “modificabili”, sui quali invece è possibile intervenire, come:

  • eccesso di peso
  • sedentarietà
  • fumo di sigaretta
  • ipercolesterolemia (livelli elevati di colesterolo nel sangue)
  • diabete
  • stress
  • uso di determinati farmaci o sostanze che possono contribuire ad alzare la pressione (alcool, liquirizia, caffè o tè).

Una persona che presenta contemporaneamente più di un fattore di rischio ha una probabilità di sviluppare una malattia cardiocircolatoria che è maggiore della somma dei singoli fattori di rischio.

Questi sono frequentemente compresenti anche perché sono spesso correlati tra di loro: gli errori alimentari, ad esempio, contribuiscono al sovrappeso, all’aumento del colesterolo e dei trigliceridi, all’ipertensione, al diabete e così via.

Correggendo le proprie abitudini alimentari e migliorando il proprio stile di vita, è possibile eliminare contemporaneamente più di un fattore di rischio.

Ipertensione: lo sapevi che...

  • In Italia ne soffrono 15 milioni di persone. L’ipertensione è un problema diffuso: colpisce più del 20% della popolazione mondiale. In Italia riguarda 15 milioni di individui, ma circa la metà di questi non è consapevole di soffrirne, perché in molti casi la pressione arteriosa elevata non dà sintomi.
  • È un killer silenzioso, che non dà sintomi. Sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità che il Ministero della Salute definiscono l’ipertensione un “killer silenzioso”. Non tutti sanno, infatti, che la pressione alta generalmente non si fa sentire, non dà sintomi o segnali particolari, molte persone possono soffrirne per anni senza rendersene conto, scoprendo il problema casualmente e rischiando di incorrere in disturbi gravi come le malattie coronariche e ictus.
    La scoperta di avere la pressione alta, infatti, molto spesso viene fatta in farmacia o dal proprio medico con una misurazione occasionale senza l’attivazione di alcun campanello d’allarme.
    Per questo è molto importante controllare la pressione regolarmente, a maggior ragione perché agendo in tempo e seguendo uno stile di vita adeguato è possibile mantenerla entro i valori di normalità.
    Chiari sintomi quali forti mal di testa, ansia grave, affanno, perdite di sangue dal naso, nausea o vomito, dolori al petto, palpitazioni, problemi alla vista o acufeni (ronzii nelle orecchie), si scatenano in genere solo in caso di crisi ipertensive, cioè quando la pressione sanguigna raggiunge livelli pericolosamente elevati. In questi casi è particolarmente importante chiedere al più presto consiglio ad un medico.
  • È un problema da non sottovalutare: il rischio di occlusioni, infarti e ictus è concreto. Per capire i motivi della sua pericolosità basta pensare ad una strada percorsa da traffico troppo intenso e pesante che alla lunga ne danneggia l’asfalto. Nel caso dell’ipertensione sono i vasi sanguigni a cedere per effetto del sovraccarico della pressione.
    Una delle principali conseguenze dell’usura è il processo aterosclerotico, che finisce per restringere ed occludere le arterie. La mancanza di irrorazione causa una sofferenza e un danno progressivo dei tessuti. Si può arrivare, con la partecipazione di altri fattori di rischio, a mettere in pericolo cuore, arterie e altri organi, esponendo al rischio di gravi problemi cardiaci (come l’infarto), ictus, aneurismi, arteriopatie periferiche, insufficienza renale cronica e retinopatie.
  • Può colpire anche i giovani. Stili di vita che espongono a molti fattori di rischio e familiarità (genitori ipertesi) fanno sì che anche i giovani possano essere soggetti all’ipertensione. Quindi è vietato perdere tempo: non è possibile aspettare che l’ipertensione si manifesti con sintomi specifici. Conoscere i valori della propria pressione e controllarla regolarmente è necessario per proteggere la propria salute ed è utile già a partire dai 20 anni, soprattutto se si hanno genitori ipertesi.

Come abbassare la pressione

Come anticipato la pressione arteriosa dipende molto dallo stile di vita e dall’alimentazione. Gli accorgimenti utili a controllarne i valori riguardano soprattutto l’alimentazione. Ecco alcuni semplici azioni per abbassare la pressione con le proprie attività quotidiane:

  • Limitare il consumo del sale. Ridurre il consumo quotidiano di sale a circa 5g al giorno può abbassare la pressione massima fino a 8 mmHg e la minima fino a 4 mmHg. Per le esigenze del nostro organismo, è sufficiente la quantità di sale già contenuta naturalmente negli alimenti, e comunque sarebbe opportuno un consumo giornaliero di sale non superiore a un cucchiaino da tè.

  • Seguire un’alimentazione sana. La salute del cuore e i valori della pressione dipendono anche da una corretta alimentazione. L’ideale è consumare molta frutta e verdura, almeno 5 porzioni al giorno, possibilmente fresche e di stagione, da preferire al consumo di dolci e alimenti zuccherati. Attenzione alla quantità del cibo che si mangia; se possibile meglio preparare i pasti a casa, usando alimenti sani con pochi grassi e zuccheri. Moderare il consumo delle bevande zuccherate e dei succhi di frutta.
  • Evitare il fumo e moderare il consumo di caffè.

  • Praticare regolarmente attività fisica. Un’attività fisica di moderata intensità (bastano 30 minuti di cammino a passo svelto al giorno) aiuta a mantenere la pressione arteriosa a livello favorevole.

  • Ridurre i fattori di stress. Stress e ansia possono temporaneamente alzare la pressione. Se non è possibile eliminare tutti i fattori scatenanti, almeno è bene concedersi delle pause di relax.

  • Eliminare i chili di troppo. La pressione arteriosa spesso si associa a condizioni di sovrappeso e obesità che possono precedere, causare o aggravare uno stato di ipertensione arteriosa e quindi il rischio cardiovascolare.
  • Perdere peso aiuta ad abbassare la pressione

    L’eccesso di peso è nemico accertato della salute in generale, e di quella cardiovascolare in particolare.

    L’incremento di peso aumenta il lavoro che il cuore deve fare per pompare il sangue a tutto il corpo e influenza negativamente, in modi diversi, tutti gli altri fattori di rischio: diabete, ipertensione, aumento dei grassi del sangue, ecc.

    Il tessuto adiposo è un organo endocrino e, se non aiutato nella sua fisiologica funzionalità, può diventare pericoloso. In particolar modo, il grasso addominale, viscerale e sottocutaneo, produce citochine, proteine responsabili di infiammazioni locali e sistemiche.

    Questo accumulo di massa adiposa addominale e viscerale incide sul sistema cardio-vascolare di uomini e donne, in particolare dopo la menopausa. Pensate che un solo chilo di grasso addominale contiene circa 3 chilometri di nuovi capillari! Ciò vuol dire che chi ha 10 kg di eccesso di massa adiposa localizzata nell’addome, avrà circa 30 km di vasi sanguigni in più, con conseguente sforzo del cuore per spingere avanti il sangue.

     Il risultato finale è un incremento della pressione arteriosa e possibili aritmie cardiache.

    Attenzione al grasso addominale

    Sono stati evidenziati rischi patologici collegati a depositi di grasso localizzati nell’addome anche senza un eccesso di peso vero e proprio.

    L’aumento della circonferenza addominale infatti è strettamente correlata alla quantità del tessuto adiposo che si accumula nell’addome e che rappresenta un fattore di rischio anche più importante del semplice aumento del peso corporeo. Per questo motivo è importante misurarla e cercare di ridurla.

     Negli uomini il suo valore dovrebbe essere inferiore a 94 cm, mentre nelle donne inferiore a 80 cm. Una circonferenza addominale tra 94 e 101 cm negli uomini e tra 80 e 87 nelle donne indica una situazione di rischio, che diventa elevato se i valori superano rispettivamente i 102 cm e 88 cm.

    Quanto peso bisogna perdere per far scendere la pressione?

    Quanto peso dobbiamo perdere per avere dei benefici concreti?

    La risposta viene da uno studio scientifico: bisogna perdere il 5% del proprio peso.

    È stato dimostrato infatti che la riduzione di solo il 5% del peso porta alla diminuzione della pressione sistolica (massima) e diastolica (minima) di 5 mmHg.

    Cosa vuol dire? Una persona che pesa 100 kg, ad esempio, con una pressione arteriosa di 125/85 mmHg, perdendo solamente 5 kg può vedere i propri valori abbassarsi a 120/80 mmHg.

    Significa passare da una condizione “a rischio” a quella fisiologica.

    Tenendo sotto controllo il peso si migliora la pressione e quindi la salute del cuore.

    Perdere peso è molto più che una scelta estetica, è una scelta di medicina preventiva

    Per perdere peso in maniera sana, però, è necessario seguire un’alimentazione che rispetti l’organismo, e non seguire diete basate sulle rinunce, sull’esclusione di certi alimenti, che stressano il metabolismo.

    A partire dal 4 marzo inizierà un ciclo di seminari online GRATUITI dedicati all’alimentazione e ai problemi di salute che si possono curare o prevenire imparando a gestire il cibo che mangiamo. Seguendo i seminari on line (gratuiti!) riservati a te avrai la possibilità di conoscere un innovativo metodo per dimagrire mettendo al primo posto la salute metabolica, il metodo ACPG (Alimentazione Consapevole del Picco Glicemico), grazie al quale potrai imparare a gestire l’alimentazione più adatta al tuo corpo, ma soprattutto alla tua salute.

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    Il calcolo del BMI non basta! Scopri cosa misurare per conoscere il tuo corpo

    bmi imc come si misura la massa corporea

    Cosa significa davvero dimagrire?

    Sapere quanto si pesa o quanti chili si sono persi durante una dieta non basta più. 

    La bilancia, con la sua indicazione del peso corporeo, è e rimane pur sempre un valore primario in rapporto allo stato di salute, ma l’indicazione dominante da considerare come parametro guida è l’accumulo di grasso addominale che si può misurare con il metro.

    Il peso corporeo, infatti, può anche essere nella norma, l’Indice di Massa Corporea (IMC o BMI) può esprimere il giudizio di “normopeso”, ma in realtà potremmo comunque presentare una condizione di obesità cellulare (vuoi saperne di più? Ne parliamo in questo articolo).

    Negli ultimi 20 anni, è stato accertato che esistono individui non obesi sulla base del rapporto peso-altezza ma che, così come le persone obese, soffrono di malattie dismetaboliche come iperinsulinemia, insulino-resistenza, predisposizione al diabete di tipo 2, ipertrigliceridemia, elevati livelli di colesterolo nel sangue e danni prematuri alle coronarie proprio come le persone obese.

    Non dimentichiamo, inoltre, che il peso è dato dalla somma di quattro componenti corporee: acqua, ossa, massa grassa e massa magra muscolare. Dimagrire vuol dire perdere solo massa grassa, senza intaccare la massa magra muscolare e l’acqua corporea.

    Per vivere a lungo e in salute e nel benessere psico-fisico, per recuperare e mantenere il giusto peso forma, occorre riscoprire il proprio corpo.

    Una giusta scelta di medicina preventiva è monitorare il proprio corpo attraverso semplici strumenti di conoscenza che possiamo usare a casa nostra, come la bilancia, un metro e lo specchio.

    L’indice di massa corporea

    L’Indice di Massa Corporea (IMC in italiano o BMI – Body Mass Index – in Inglese) è uno dei principali e più riconosciuti indici pondero-staturali (che mettono quindi in relazione peso e altezza). Consente un’immediata classificazione obiettiva di un’eventuale malnutrizione, per difetto o per eccesso.

    L’IMC è un indicatore in linea generale del grado di adiposità o magrezza di una persona. Presenta però un limite molto evidente: prende in considerazione solo il peso totale di un individuo, non la sola massa grassa. Il peso corporeo comprende tutti i compartimenti anatomici (massa muscolare, massa grassa, massa ossea, acqua corporea). L’IMC ha, dunque, il limite di non distinguere il grasso dai muscoli

    Una persona con un peso elevato può avere una consistente massa magra muscolare e non avere un eccesso, invece, di massa adiposa.

    Come si calcola l’Indice di Massa Corporea (IMC)?

    L’IMC si ottiene dividendo il proprio peso, espresso in chili (kg), per il quadrato dell’altezza, espressa in metri (m):

    IMC = peso / (altezza x altezza)

    In base a questa formula, l’indice di massa corporea di una persona che pesa 75 kg ed è alta 1,80 m sarà quindi uguale a:

    75 : (1,80 x 1,80) = 75 : 3,24 = 23,1 (normopeso).

    Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’IMC è raggruppabile in 4 categorie:

    • sottopeso (IMC al di sotto di 18,5)
    • normopeso (IMC compreso tra 18,5 e 24,9)
    • sovrappeso (IMC compreso tra 25 e 29,9)
    • obesità (IMC al di sopra di 30)

    Dalla bilancia al metro

    La bilancia, ormai l’abbiamo capito, può darci solo un’indicazione parziale: prendendo atto che non distingue il grasso dai muscoli, possiamo dire che in linea di massima ci fornisce quello che chiameremo fat point, ossia ci fa scoprire se siamo in peso forma o in sovrappeso. Non ci mostra però dove è accumulato il grasso o dove viene perso il peso.

    Per capire se siamo riusciti a dimagrire in un punto specifico, per esempio la pancia, abbiamo a disposizione uno strumento più efficace: il metro.

    Il metro genera quella che si chiama fat line, cioè la silhouette, le zone in cui si immagazzina o si perde il grasso. In pratica, l’immagine di noi stessi come ci vediamo allo specchio! 

    Spesso accade che le persone non vedano il proprio corpo com’è in realtà, ma che ne abbiano invece un’immagine distorta – che si vedano troppo grasse, oppure troppo magre. della loro realtà anatomica. 

    Per verificare se si sta dimagrendo nelle zone giuste o se si ha del grasso localizzato che può comportare problemi di salute, ma anche per recuperare un’immagine corretta di sè, occorre “prendere le misure”.

    Di seguito alcuni punti del corpo che è utile misurare periodicamente, come supporto per monitorare i propri progressi nella perdita di peso o nel mantenimento del proprio peso forma.

    L’altezza

    Questo parametro è in grado di condizionare il metabolismo cellulare e quindi il peso corporeo.

    Avere un’altezza contenuta vuol dire possedere una minore massa magra muscolare e una struttura corporea più limitata, che richiede meno energia rispetto a quella di una persona più alta. Una persona bassa di statura, avendo una composizione corporea diversa e un fabbisogno energetico minore, dovrebbe decisamente mangiare meno rispetto a una persona alta.

    Con il passare degli anni, inoltre, si può avere una riduzione dei centimetri di statura anche significativa. 

    Le cause più frequenti sono l’osteopenia (riduzione della massa ossea) e l’osteoporosi (malattia sistemica dello scheletro), patologie che determinano una riduzione della massa ossea con deterioramento dell’architettura delle vertebre (l’altezza delle singole vertebre e gli spazi intervertebrali si riducono). 

    Avviene un cedimento del tessuto connettivo delle ossa e, in particolare, una degenerazione del collagene, proteina primaria nel “connettere” le cellule ossee tra loro e garantire la loro adeguata nutrizione, con rifornimento di calcio, aminoacidi e vitamina D. Il risultato finale, oltre alla perdita in altezza, è un accentuato incremento della curvatura della colonna vertebrale con una vistosa cifosi (gobba dorsale), condizione che causa una limitazione alla ventilazione polmonare con alterazione del respiro e dell’ossigenazione. 

    La riduzione dell’altezza procura anche una diminuzione del metabolismo cellulare, così si riduce anche la capacità di “bruciare” il carico alimentare giornaliero e il grasso corporeo aumenta. 

    Il collo: qualche cm in meno ti fa smettere di russare

    La circonferenza del collo, se superiore a 42 cm nell’uomo e 40 cm nella donna, è responsabile di molti disturbi.

    In primis è causa del russamento e delle apnee notturne: il grasso accumulato nel collo contribuisce a collassare la faringe, obbligando la persona a respirare solo con la bocca durante il sonno, producendo il classico rumore! Ricordate sempre che russare è una malattia, non solo un disagio notturno. Chi russa riduce la propria ossigenazione e la produzione di alcuni ormoni, oltre a tendere ad avere una pressione arteriosa alta. Non per ultimo, soffre di cattiva qualità del sonno, cosicché durante il giorno tende a voler dormire. 

    Ridurre la circonferenza è possibile: quando si dimagrisce, il grasso accumulato nel collo è il primo a diminuire!

    Per misurare il torace: inspira ed espira

    Sia per gli uomini sia per le donne, la circonferenza del torace va presa ponendo il metro al di sopra delle mammelle.

    Occorre, poi, fare una profonda inspirazione (senza alzare le spalle) e misurare ancora nel momento della massima espansione della gabbia toracica. La differenza tra le due circonferenze indica la personale capacità di respirazione.

    Tenendo presente che ogni minuto compiamo 12-13 atti respiratori, l’ossigenazione è un parametro vitale e fondamentale per sostenere il metabolismo cellulare.

    Tipi di corporatura: li vedi dal polso

    La circonferenza del polso definisce la costituzione corporea ossea.

    Prendiamo la nostra altezza espressa in centimetri (es. se siamo alti 1 m e 70 cm, dobbiamo considerare 170 cm) e dividiamola per la circonferenza del polso espresso in centimetri.

    altezza (cm) / polso (cm) = tipo di corporatura

    Questi i risultati:

    • donne: un valore sopra 11 indica una costituzione minuta. Un valore tra 10,1 e 11 costituzione media. Sotto a 10,1 costituzione robusta.
    • uomini: costituzione minuta con valore sopra a 10,4. Costituzione media tra 9,6 e 10,4. Robusta sotto a 9,6.

    Circonferenza addominale

    La circonferenza della vita (WC, Waist Circumference), da misurare per praticità all’altezza dell’ombelico, è un indice del tessuto adiposo addominale. 

    È una misurazione estremamente importante per valutare la correlazione tra un soggetto in sovrappeso e il rischio di sviluppare malattie strettamente legate al grasso addominale, come patologie cardiovascolari (aterosclerosi, ipertensione arteriosa), diabete mellito di tipo 2, “fegato grasso”, sindrome metabolica e dislipidemie (colesterolo e trigliceridi elevati). 

    Per le donne, il valore di circonferenza addominale più indicato è inferiore a 85 cm.

    Un valore superiore a 88 cm è già un grave rischio prognostico di sviluppo delle malattie sopraindicate.

    La donna in menopausa tende ad accumulare grasso addominale al pari dell’uomo, acquisendo tutti i rischi cardiovascolari e dismetabolici tipici del sesso maschile.

    Per gli uomini, avere un valore di circonferenza addominale pari o superiore a 98 cm è già un rischio aumentato. È salutare, quindi, avere una circonferenza inferiore. Superare, invece, il valore di 102 cm è decisamente un fattore di elevato rischio cardiologico e dismetabolico.

    Rapporto circonferenza addominale/altezza

    La circonferenza addominale (in cm) e il suo rapporto con l’altezza (in cm) è un indice di immediata rilevazione che non richiede l’utilizzo di tavole di riferimento specifiche per sesso ed età. 

    È un’indicazione accettata dalla ricerca scientifica come uno dei fattori di maggior rischio di complicanze cardiovascolari e metaboliche, perché esprime un eccesso di massa grassa addominale. 

    circonferenza addominale (cm) / altezza (cm) 

    Il suo valore non deve superare 0,55 sia per gli uomini sia per le donne, in ogni età della vita.

    Avere un valore superiore a 0,55 indica un accumulo di grasso addominale, con tutti i rischi già indicati.

    Circonferenza fianchi

    La circonferenza dei fianchi (HC, Hip Circumference) è un indicatore del tessuto adiposo sottocutaneo addomino-pelvico.

    L’accumulo della massa grassa è influenzato dagli estrogeni.

    Circonferenza braccio

    La circonferenza del braccio indica la presenza muscolare.

    Quando si arriva a non riuscire più ad aprire il tappo di una bottiglia di acqua minerale vuol dire che gran parte della muscolatura delle braccia e delle mani è stata persa!

    È un grave indice di cedimento strutturale, muscolare e connettivale da recuperare.

    Circonferenze coscia

    Le circonferenze della coscia radice, mediana e patellare (sopra il ginocchio) indicano il rapporto tra la massa grassa e quella muscolare.

    Più è alta la differenza tra la radice della coscia e quella patellare e più è massiccia la presenza di grasso sottocutaneo. È una condizione da rimuovere, non solo a fini estetici, ma perché rivela una netta riduzione della massa magra muscolare con conseguente riduzione di cellule metabolicamente attive e diminuzione del metabolismo cellulare.

    Di che biotipo sei?

    Il biotipo nutrizionale descrive la distribuzione topografica della massa grassa corporea, che ha un ruolo fisio-patologico più rilevante per la salute e longevità rispetto al solo peso corporeo letto sulla bilancia.

    Si distingue in androide o ginoide, a seconda della zona anatomica in cui è localizzato il grasso, e per questo esprime anche la possibilità di conoscere a quali patologie degenerative si può andare incontro.

    In piedi, in posizione eretta e con i piedi uniti, si ottiene dividendo la circonferenza addominale (in cm) per la circonferenza fianchi (in cm).

    circonferenza addominale (cm) / circonferenza fianchi (cm)

    Un numero superiore a 0,90 (nell’uomo) o a 0,85 (per la donna) indica l’appartenenza al biotipo androide.

    Un numero inferiore a 0,85 indica l’appartenenza al biotipo ginoide.

    Biotipo androide: la "mela"

    Questo biotipo è caratterizzato dall’ accumulo di grasso nella parte alta del corpo, sopra l’ombelico: collo, spalle, braccia, seno, torace, zona lombare, zona addominale. Ha una configurazione corporea a “mela” con vita e fianchi larghi e valori pressoché paralleli.

    Tutte le principali ricerche scientifiche hanno dimostrato che un eccessivo accumulo di tessuto adiposo nella parte superiore del corpo rappresenta un fattore di rischio patologico.

    Valori superiori a 0,98 esprimono una patologica ripartizione del tessuto adiposo responsabile di malattie cardiovascolari, diabete mellito di tipo 2, incremento di citochine, steatosi epatica (fegato grasso).

    Insomma, tutte le conseguenze derivanti da un accumulo di massa grassa nell’addome.

    Attenzione alla glicemia

    I soggetti appartenenti al biotipo androide presentano anche una maggiore concentrazione di glucosio nel sangue (glicemia), causata dalla riduzione della sensibilità all’insulina nelle cellule metaboliche attive, in particolare nelle fibre muscolari.

    L’eccessiva presenza di glucosio, anche senza arrivare al quadro clinico del diabete mellito di tipo 2, è un fattore di invecchiamento anatomico, metabolico, ormonale ed estetico dell’organismo. Un’altra condizione a cui è predisposto questo biotipo è quella di insulino-resistenza: l’insulina è presente senza esercitare la sua naturale funzione. 

    Un eccesso di insulina nel sangue causa uno stress ossidativo significativo e uno stato di diffusa glicazione del collagene (il collagene si unisce al glucosio), con cedimento del tessuto connettivo e un’alterata nutrizione cellulare.

    Il biotipo androide, inoltre, con il suo accumulo di grasso addominale, tende a russare e avere prolungate e pericolose apnee notturne.

    È più importante e gratificante perdere un centimetro nella circonferenza addominale che perdere un chilo di peso corporeo!

    Biotipo ginoide: la "pera"

    Il biotipo ginoide è caratterizzato dall’accumulo di grasso corporeo nella parte inferiore dell’organismo: fianchi, glutei, cosce. Chi appartiene a questo biotipo presenta, quindi, una configurazione corporea cosiddetta “a pera”, con vita sottile e fianchi larghi, proprio come la forma del relativo frutto. Un eccessivo accumulo di grasso nella parte inferiore dell’organismo femminile predispone ad alcuni rischi patologici: insufficienza venosa e linfatica agli arti inferiori, varici, cellulite, edemi. Ma il vero rischio di gravi patologie compare quando, con l’età, inizia lo spostamento della distribuzione della massa grassa dalla parte inferiore alla parte superiore. Sotto l’influenza degli ormoni (si riduce il profilo degli estrogeni e del progesterone), il girovita si modifica e aumenta in centimetri. In questa situazione, si modifica il valore del “biotipo test”. Chi ha valori superiori a 0,85 e oltre tende a complicanze cardiovascolari, ipertensione arteriosa, diabete mellito di tipo 2 e altre malattie dismetaboliche tipiche dei soggetti di tipo “androide”.

    L'accumulo di grasso in gravidanza

    La grande predisposizione ad accumulare grasso nei fianchi, glutei e cosce della donna in età fertile risponde a precise finalità, in particolare a garantire un’ampia riserva di energia necessaria per contrarre e portare a buon fine una gravidanza, per allattare e per mantenere il corpo a una temperatura corporea costante. Una gravidanza, infatti, ha un “costo energetico” corrispondente a circa 10 kg di tessuto adiposo. Tant’è che le donne troppo magre, quelle che non hanno un’adeguata quantità di grasso, presentano una ridotta fertilità.

    Ogni giorno di allattamento al seno, poi, richiede energia, ottenibile dal grasso accumulato nelle cellule grasse del tessuto collocato nella parte inferiore del corpo. La maggiore ripartizione del grasso sottocutaneo svolge, inoltre, una vitale funzione di “isolante” verso l’ambiente esterno a clima variabile e contribuisce a conservare il calore metabolico interno e una temperatura costante. La donna, per vivere in salute e a lungo, deve appartenere sempre, e in ogni fase della sua vita, al biotipo ginoide con valore inferiore a 0,85

    Sono bastati pochi anni di abbondanza alimentare per compromettere le migliaia e migliaia di anni in cui la natura ha “protetto” il corpo femminile, regalandogli una conformazione e una distribuzione del grasso atta a preservare la continuazione della specie. La natura, però, non ha pensato a un corpo per vincere l’abbondanza alimentare, ma a un organismo per vincere la fame e la povertà alimentare. Avere misurazioni nella norma è quindi per la donna del terzo millennio un passaggio selettivo vitale, non solo un banale problema estetico.

    Avrai quindi compreso come sia importante passare dalla bilancia al metro per avere una maggiore conoscenza del tuo corpo.

    Questo è solo l’inizio di un viaggio verso la consapevolezza.  Non finisce qua! 

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